LUCIANO CANFORA.

LA DEMOCRAZIA: STORIA DI UNA IDEOLOGIA.


Parte 2.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Indice di questa parte.
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Capo 12. La guerra civile europea.
Capo 13. Democrazie, democrazie progressive, democrazie popolari.
Capo 14. Guerra fredda e arretramento della democrazia.
Capo 15. Verso il sistema misto.
Capo 16. Fu novella storia?.
Epilogo.
Postfazione dell'Autore.
Note al testo suddivise per capitolo.
Bibliografia.
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Fine Indice.
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Capo 12. La guerra civile europea.
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Tutto ci che io intraprendo  rivolto contro la Russia. Se in Occidente sono troppo stupidi e
troppo ciechi per capirlo, sar costretto a raggiunere un'intesa con i Russi per battere l'Occidente, per
poi lanciare tutta la mia forza contro l'Unione Sovietica.
Hitler a Carl Burckhardt
Commissara della Societ delle Nazioni
Non  notissimo che Churchill e De Gaulle, due figure centrali del Novecento europeo, nati
rispettivamente nel 1874 e nel 1890, ebbero entrambi una parte di rilievo nell'attacco degli Alleati alla
repubblica russa, conseguente alla denuncia (conferenza di Londra del 18 marzo 1918) della pace di
Brest-Litovsk tra la Russia e gli Imperi centrali. La loro partecipazione a quell'attacco ha un suo valore
emblematico. Era una procedura interventista gi il deliberato della conferenza londinese. La Russia
aveva mutato regime, a seguito di un colpo di mano rivoluzionario; il nuovo governo teneva testa, non
senza serie difficolt e a prezzo di una guerra civile di imprevedibile durata, alla lotta armata delle
truppe bianche ribelli ai quattro angoli del paese, dall'estremo Nord all'estremo Oriente, al confine
polacco, al Baltico. Rifiutare la scelta armistiziale del nuovo governo, considerata come un
tradimento dei patti militari del precedente governo, , sul piano del diritto internazionale, ancora pi
grave della scelta nazista di invadere l'Italia a seguito della decisione del governo Badoglio di firmare,
separatamente, l'armistizio dell'8 settembre 1943. Era un intervento diretto nella guerra civile in atto in
Russia. Nel 1871, tutto sommato, i Prussiani accampati vicino Parigi erano rimasti a guardare mentre
si svolgeva, tra marzo e maggio, la guerra civile tra governo Thiers e Comune parigina. Ma nel 1918 i
tempi erano cambiati in peggio, dal punto di vista delle buone maniere: la guerra in atto ormai da
anni (inutile carneficina, secondo la icastica ma impotente definizione del papa) aveva accresciuto i
comportamenti criminali dei governi. La guerra fu la matrice di tutto quello che il secolo port:
dall'accantonamento della democrazia al genocidio.
Churchill, ministro della Guerra nel gabinetto Lloyd George (vi era entrato come liberale,
non come conservatore), organizz il corpo di spedizione inglese che nell'estate del 1918 occup
Arkangelsk e Murmansk al fine di appoggiare le truppe del generale bianco Kolc?ak. Il pretesto era
che si intendeva, cos, riaprire un fronte di guerra orientale contro la Germania. Naturalmente non fu
sparato un colpo contro i Tedeschi, ma solo contro l'esercito rosso. La prova di quali fossero i veri
intenti del corpo di spedizione inglese  data dal fatto che ancora nell'estate del 1919 quelle truppe
erano l nonostante fosse stata ormai presa la decisione di sgombero (a nove mesi dalla fine del
conflitto!). Anzi, nella sua fervida fantasia istituzionale, Churchill aveva lanciato un piano, proposto
alla meditazione degli Alleati, per la trasformazione della Russia in uno Stato federale retto da un
governo di fiducia delle potenze occidentali: quello che fu poi attuato, nel 1991/92, col governo Eltsin.
De Gaulle era pi giovane. Ufficiale trentenne, da poco sortito dalla prigionia in Germania
(1916-18), si arruol nel corpo di spedizione francese al comando del generale Weygand (agosto 1920),
incaricato di combattere a fianco dei Polacchi, guidati da Pilsudski, lanciati alla riconquista del Baltico.
Erano affiancati da una missione britannica. Un libro celebrativo sulla Troisime Rpublique (Ed.
Larousse, Paris 1939) ricordava con commozione quelle gesta: Les officiers franais [tra cui il Nostro]
y prirent une part glorieuse (p. 255).
Un terzo contingente alleato si illustr, spingendosi in profondit nel territorio russo, fino a
Ecaterinburg (luglio 1918), quello dei Cecoslovacchi, gi inquadrati nell'esercito zarista in funzione
anti-austriaca, e ora passati coi bianchi, sostenuti con ogni genere di assistenza dagli Anglo-Francesi.
Pi equilibrato del lirico cantore della Troisime Rpublique, l'anonimo redattore della voce Russia
(storia) dell'Enciclopedia Italiana osserva che l'intervento straniero giov al vettovagliamento delle
cosiddette armate bianche, ma forse contribu anche a screditarle (p. 308).
Perch questo massiccio intervento, questa dilatazione europea della guerra civile interna alla
Russia?  evidente che il movente fondamentale fu la grande paura. Si temeva il successo
propagandistico della rivoluzione, ben al di l dei confini della Russia, l'effetto mimetico che il moto
avrebbe potuto innescare: lo si era temuto finch era in atto la carneficina bellica, in quanto la Russia
era stata la sola capace di realizzare la richiesta pace subito; e lo si temeva ora, dopo la fine del
conflitto, e nella crescente inquietudine sociale del dopoguerra, in quanto esempio di via compendiaria
alla giustizia sociale. Come esempio del prestigio di tale via compendiaria anche presso chi avversava i
bolscevichi nello scontro ormai in atto in tutti i partiti socialisti, si pu ricordare l'intervento di Filippo
Turati al congresso socialista di Livorno (gennaio 1921), in cui si produsse la scissione comunista. 
chiaro che Turati respinge la formula stessa di dittatura del proletariato come dittatura di minoranza.
Eppure rivendica di avere gli stessi obiettivi dei comunisti. Mette conto riferire le sue parole per
entrare, sia pure per un attimo, nel clima dell'epoca:
Compagni! Questo Comunismo, che si chiam poi Socialismo, pu anche espellermi dalle file
di un Partito, ma non mi espeller mai da se stesso; perch francamente, compagni (attribuitelo al
malinconico privilegio dell'anzianit, non ad un nostro merito personale), questo Socialismo, questo
Comunismo non soltanto noi lo abbiamo imparato nella giovinezza, ma lo abbiamo in Italia, per lunghi
anni, insegnato alle masse e ai partiti d'avanguardia, quando questi l'ignoravano, lo temevano, lo
avevano in sospetto.  cos che io, con altri pochissimi, in un tempo che i giovani non possono
ricordare, abbiamo portato nelle lotte proletarie italiane precisamente questa finalit suprema: la
conquista del potere da parte della classe proletaria, costituita in partito indipendente di classe. Questa
conquista del potere, che Terracini enunciava ieri come un carattere distintivo fra la sua e la nostra
frazione, fra il programma antico e il programma cosiddetto nuovo, che egli confess essere tuttavia in
faticosa elaborazione,  niente altro che, da 30 anni ormai, e proprio per opera nostra, il glorioso
programma del partito socialista1.
Il mite Turati parla in modo tale da allarmare il re d'Italia molto pi del lontano governo di
Pietroburgo. E la reazione , dove pi dove meno cruenta, diffusa in tutta l'Europa. Le cronache sono
quotidianamente piene di notizie da guerra civile provenienti da ogni parte d'Europa. Il 15 gennaio
1921 l'Avanti! denuncia le spaventose gesta del terrore bianco in Spagna, e specialmente nella
sventurata Catalogna. Una censura feroce impedisce  prosegue il giornale  di far noti in Europa gli
orrori che si svolgono nella penisola iberica, orrori che ormai non hanno pi nulla da invidiare a quelli
per cui va famosa l'Ungheria di Horthy. Cronologicamente Horthy precede Mussolini di parecchio.
Gi il primo marzo 1920 l'Assemblea Nazionale ungherese gli aveva conferito i poteri di reggente
del Regno d'Ungheria, dopo il soffocamento della repubblica sovietica di Bla Kun. Questo potere di
tipo fascistoide veniva riconosciuto e protetto dal presidente socialista francese Millerand sull'onda
del trattato del Trianon (giugno 1920): quel genere di dittatura non creava problemi, anzi.
La repressione anticomunista in Jugoslavia  altrettanto brutale. Fucilazioni in piazza a Vucovar
sono denunciate dall'Avanti! nello stesso numero del 15 gennaio '21. E non sono che esempi scelti a
caso.
 sintomatica la dilatazione del concetto di comunismo in quanto avversario universale.
Nella Lettera enciclica sul comunismo ateo, diramata da Pio XI (19 marzo 1937), colpisce la nozione
data per ovvia (nel paragrafo Dolorosi effetti) che esistano, in quel momento, due Stati comunisti, la
Russia e il Messico.  una terminologia schematica, ma che aiuta a comprendere che lo scenario di
quella guerra civile non fu solo europeo.
La formula guerra civile europea, ascritta di solito alla intuizione storiografica di un acuto
studioso contro-corrente quale Ernst Nolte, non fu in realt coniata da lui, nel ben noto saggio intitolato
Der europische Brgerkrieg 1917-1945, Nationalsozialismus und Bolschewismus (Ullstein, Frankfurt
a.M. 1987). Vent'anni prima, questa formulazione interessante era stata adottata e sviluppata da un
grande interprete del Novecento, Isaac Deutscher, nelle conferenze del ciclo Trevelyan Lectures
all'Universit di Cambridge (gennaio-marzo 1967)2, svolte in occasione del cinquantenario della
Rivoluzione russa.
Nella quarta di queste lezioni, intitolata La stasi della lotta di classe, Deutscher prospetta una
lettura della seconda guerra mondiale, dei suoi prodromi e delle sue conseguenze, come tappa di una
grande guerra civile europea3. Addebita alla prudenza e al poco internazionalismo di Stalin il
demerito di aver frenato i potenziali sviluppi di un tale conflitto (combatt la guerra come una guerra
della patria, un nuovo 1812, non come una guerra civile europea) e, nello stesso contesto, ribadisce:
Una guerra civile internazionale, dotata di un'immensa potenzialit rivoluzionaria, si svolse
all'interno della guerra mondiale.
Nolte (che non  detto conoscesse questo illustre antecedente) ha pensato di definire, arretrando
nel tempo, l'ambito cronologico di questa guerra civile (che forse  troppo limitante nominare
soltanto come europea). Ne fiss il punto d'inizio nel 1917, appunto con la Rivoluzione bolscevica
dell'ottobre; e trasse da tale premessa la deduzione che dunque il nazismo, con tutti i suoi orrori
insuperati, non fu che la risposta ad un primo colpo di tale guerra, sferrato dai bolscevichi con i
loro massacri di classe, cui il nazismo avrebbe risposto col genocidio di razza. Quasi nulla resta in
piedi della costruzione di Nolte. Si potrebbero fare varie osservazioni: per esempio si potrebbe
ricordare che anche il Grande Terrore robespierrista fu un massacro di classe dell'aristocrazia
francese, ma che non determin risposte in termini di razza bens, semmai, massacri di segno
contrario da parte del Terrore bianco. L'anello sottinteso del ragionamento di Nolte  stato reso
esplicito man mano da lui stesso: il gruppo dirigente bolscevico era fatto in buona parte di ebrei, ed
ebrei erano anche dirigenti comunisti in altri paesi (Germania, Polonia), e questo dovrebbe (secondo
Nolte) spiegare la ratio di quella raccapricciante risposta da parte del nazismo nei confronti della
rivoluzione comunista incominciata nel 1917. Ma anche questo non sta in piedi. Oltre tutto il nazismo
present il suo programma di distruzione degli Ebrei (realizzato soprattutto nell'ultima fase della
guerra mondiale) come una lotta contro gli affamatori del popolo, ricchi ed egoisti, un corpo estraneo
venutosi a innestare nel corpo sano del popolo tedesco (o, pi tardi, dell'Europa via via inclusa nel
Reich). Insomma basta studiare la storia di quelle vicende, come non si  mancato di fare, dopo Nolte,
per comprendere che lo sprazzo sintetico del politologo tedesco non coglie nel segno.
Resta, invece, ma non  suo merito peculiare, lo sforzo di comprendere in modo unitario i
conflitti europei del Novecento. Un aspetto di questa visione unitaria dovrebbe essere anche la capacit
di cogliere i nessi che fanno delle due guerre mondiali, per quel che riguarda l'Europa, un unico
conflitto.  lo stesso procedimento concettuale che port Tucidide a considerare come un unico
conflitto le guerre tra le potenze greche del trentennio 431-404 a.C., e che ha portato Friedrich
Meinecke ad una originale e unitaria lettura della prima met del Novecento in Die deutsche
Katastrophe4.
Infatti  proprio la guerra del 1914 il primo atto della guerra civile europea, se  vero che la
rivoluzione scoppia in Russia e ottiene un insperato e imprevisto successo proprio come guerra alla
guerra da parte delle classi che, di tale disumana guerra imperialistica volta al dominio dei mercati
mondiali, erano vittime. Le due rivoluzioni, russa e tedesca (1917/1918), sono la conseguenza della
carneficina voluta dalle borghesie imperialistiche (questa denuncia non  una trovata dell'opuscolo
scritto da Lenin in occasione della conferenza di Zimmerwald, Il socialismo e la guerra, estate 1915;
era gi nei deliberati del congresso di Basilea, 1912, dell'Internazionale socialista). Se il movimento
bolscevico, disperso nell'esilio e ridotto alla rissosa vita dei gruppi clandestini, in pochi anni, in pochi
mesi, coglie una chance epocale quale la presa del potere in Russia e mantiene questo potere attraverso
la pi cruenta delle guerre civili, ci  effetto della guerra, dell'esasperazione dei popoli portati alla
guerra da quello che Rosa Luxemburg chiamava il nemico principale (la borghesia dominante nel
proprio paese); se il movimento socialista maggioritario tedesco passa dalla patriottica adesione ai
crediti di guerra alla spaccatura della primavera 1917 tra Spd e Uspd (quest'ultima ormai schierata
contro la guerra) e, dopo gli scioperi del gennaio '18, imbocca la strada che porter alla presa del potere
sull'onda dell'ammutinamento dei marinai di Kiel, questo  effetto della guerra-massacro in cui gli
illuminati ceti dirigenti della civile Europa avevano a cuor leggero precipitato il mondo. Ha scritto
una volta Fernand Braudel:
Senza esagerare la forza della Seconda Internazionale, si pu ben affermare che l'Occidente nel
1914, se si trovava sull'orlo della guerra, si trovava anche sull'orlo del Socialismo. Questo era sul
punto di prendere il potere, di edificare un'Europa altrettanto e forse pi moderna di quella attuale. In
pochi giorni, in poche ore, la guerra fece crollare ogni speranza5.
Visione efficace ma quasi ingenua: l'Europa fu portata al massacro proprio da quei ceti che ne
avevano fatto il giardino del mondo; furono loro ad aprire la guerra civile. E i popoli guardarono a
lungo con favore a Lenin perch dagli altri, dai padroni di sempre, avevano avuto la guerra e la fame.
Ma Nolte se la cava con un trucco: inverte l'ordine, tratta (nel capitolo II) prima la presa del
potere dei bolscevichi e poi la crisi del '14 e l'emergere dello spartachismo in Germania. Ci lo porta a
singolari ingenuit, come ad esempio giudicare incomprensibile la simpatia di cui rapidamente i
bolscevichi godettero presso le truppe combattenti in Francia e in Germania6.
Ma la vera questione da porsi, di fronte al fatto, innegabile, dell'immane conflitto politico,
sociale e militare (e talora tutte e tre le cose insieme) che ha scosso l'Europa dal 1914 al 1945, non 
pi di liberarsi delle estemporanee connessioni istituite dal Nolte, s piuttosto di capire quanti furono i
soggetti di tale conflitto. Essi non furono due (comunismo e fascismo nelle sue varie forme e
isomorfosi) ma tre: e il terzo  il pi importante, tanto che di esso si dice da ultimo, e si ripete, che usc
alla fine vincitore, essendosi la guerra civile protratta ben oltre il 1945, fino al crollo dell'Urss all'inizio
degli anni Novanta del Novecento. E questo terzo soggetto, alla fine vincente, sarebbero appunto le
cosiddette democrazie liberali.
Questo soggetto , in effetti, capitale, e senza di esso nulla si comprende. Esso  certamente il
promotore della resa dei conti con la Germania lanciata verso il potere mondiale (secondo la celebre
formulazione dell'importante libro di Fritz Fischer7). E comunque, quale che sia l'equa ripartizione, tra
Intesa e Imperi, delle responsabilit sul primo colpo nel 1914, stante che erano tutti sistemi a regime
parlamentare quelli che si scagliarono gli uni contro gli altri in quel memorabile agosto, si pu essere
tranquilli nell'affermare che proprio il terzo soggetto ha il non piccolo merito di aver innescato
l'inferno del Novecento.
Una volta scoppiate le rivoluzioni, il terzo soggetto ha tentato di strangolarle. Con la Russia
ce l'ha messa tutta; ma ha fallito, e s' trovato invece il non lieve compito di affrontarne l'efficacia a
distanza: nelle proprie retrovie, in casa propria, una volta fallita la politica del cordone sanitario e
dello strangolamento in culla. Il re d'Italia ebbe in questo campo un titolo di primogenitura: cap che
una via di salvezza era sconfiggere il popolo col populismo nazionalistico, e chiam a capo del governo
Benito Mussolini, col sostanziale e decisivo consenso attivo dell'establishment liberale. Il tono con cui
il Corriere della sera del liberale Albertini parla del primo governo Mussolini, a tutta pagina, il 31
ottobre '22  impregnato di adulazione verso il nuovo capo. Hindenburg fu pi circospetto, ma fu
sospinto dalle stesse forze alla stessa conclusione. Quando, nel giugno del 1940, il maresciallo Ptain,
leader di una rvolution nationale isomorfica col fascismo, firmava la resa della Francia alla Germania
nazista e instaurava la repubblica antisemita di Vichy, tutta l'Europa continentale, fuorch l'Unione
Sovietica, era ormai fascista. I regimi parlamentari erano via via caduti, per il discredito che le varie
borghesie, acquisite ai fascismi pullulanti nell'Europa, avevano versato su quello che ai pi benevoli
sembrava ormai non pi che un rudere sopravvissuto al secolo Decimonono: appunto il sistema
pluripartitico parlamentare.
Si considera sgarbato dire che  nel primo dopoguerra  le liberal-democrazie hanno via via
passato la mano ai fascismi al fine di sbarrare la strada alle sinistre. Ma, eventualmente, la cosa si
pu dire in modo pi elegante e certamente pi puntuale. I ceti che sorreggevano i partiti che sino ad
allora avevano governato (liberali, radicali, ecc.) hanno tolto loro man mano ogni credito, hanno perso
fiducia nella democrazia parlamentare, e hanno optato per il fascismo. Le tensioni sociali, la
paura, il discredito dei sistemi parlamentari hanno spostato l'opinione centrista-moderata verso un
tale sbocco. L'appoggio di settori del grande capitale ai movimenti fascisti  stato, ovviamente, vitale, e
gli apparati di ordine pubblico, orientati da quelle decisive forze retrosceniche che sono i gradi alti
delle burocrazie degli apparati statali, hanno offerto la necessaria copertura logistica e militare.
Quando l'opinione pubblica resta, in maggioranza, estranea a questo smottamento in direzione del
fascismo, interviene il golpe pilotato dall'esterno.  il caso dell'Austria, dove alle elezioni generali del
9 novembre 1930 il partito socialista ha oltre il 42% dei voti, ma il 4 marzo 1933 Dollfuss sospende il
parlamento, e gi il 12 febbraio '34 il partito socialista e i sindacati sono messi fuori legge:
Schuschnigg instaura un regime fascista con lo sguardo rivolto a Mussolini, promotore dei Protocolli
di Roma; l'Anschluss ci sar solo quattro anni pi tardi. In Ungheria Horthy e in Ispagna Primo de
Rivera assolvono ad analoga funzione.
Socialisti profondamente sensibili ai valori della democrazia, come Bruno Bauer, hanno vissuto
direttamente questa grande delusione: il rapido deteriorarsi della liberal-democrazia nei paesi in cui
essa era venuta affermandosi dopo il terremoto del 1918. Uomini come Bauer avevano via via, nel vivo
della lotta politica di quegli anni, polemizzato col settarismo dei comunisti specie in riferimento alla
insanabile lacerazione della sinistra weimariana. Ma quello che, a cose fatte, parve loro prevalente sul
piano delle responsabilit storiche e, quindi, della diagnosi intorno all'intero processo storico di cui
erano stati testimoni, fu il fatto incontrovertibile della scelta operata dai ceti borghesi in favore del
fascismo.
Scelta di cui fu aspetto complementare l'accettazione del fascismo come normalit e
l'apprezzamento per esso da parte delle grandi nazioni rimaste a regime parlamentare: la Francia
(finch lo fu, e che almeno dal febbraio 1934 cominci ad essere teatro di un allarmante attivismo di
destre eversive, alla fine sfociate a Vichy)8 e l'Inghilterra.
Si suole citare un celebre passaggio del discorso di Winston Churchill alla Lega antisocialista
britannica (18 febbraio 1933):
Il genio romano impersonato da Mussolini, il pi grande legislatore vivente, ha mostrato a
molte nazioni come si pu resistere all'incalzare del socialismo e ha indicato la strada che una nazione
pu seguire quando sia coraggiosamente condotta. Col regime fascista, Mussolini ha stabilito un centro
di orientamento dal quale i paesi che sono impegnati nella lotta corpo a corpo col socialismo non
devono esitare ad essere guidati9.
Non  una uscita estemporanea. Il vecchio Lloyd George, in un'intervista al Manchester
Guardian del 17 gennaio 1933, affermava che lo Stato corporativo creato dal fascismo  la pi
grande riforma sociale dell'epoca moderna, mentre il capo dell'opposizione laburista, Landsbury,
dichiarava il mese dopo al News Chronicle: Io non riesco a vedere che due metodi [contro la
disoccupazione], e questi sono gi stati indicati da Mussolini: lavori pubblici o sussidi [...]. Se io fossi
dittatore farei come Mussolini.
Ormai anche nei paesi perbene il fascismo  normalit (fuori di casa propria, magari); e
l'antifascismo  invece un fastidioso miscuglio di sovversivismo (quando si tratti dei comunisti) o di
lamentoso fuoruscitismo (borghesi che non hanno saputo tenersi al passo coi tempi...). Il che
ovviamente fa meglio intendere il tono severamente critico con cui un illustre fuoruscito, esponente di
Giustizia e Libert, Silvio Trentin, descriveva la realt economico-politica di un paese emblematico
dell'Occidente quali gli Usa: il governo dei consigli di amministrazione. Si dovette attendere molto
perch l'antifascismo venisse accettato come un valore positivo agli occhi dei democratici
ammiratori del Duce.
E sorge, dentro questi stessi paesi, un sentimento di insoddisfazione nei confronti di quella che
anche un professore di scienze sociali e politiche alla London University, quale Harold Laski, chiama
ormai democrazia capitalistica, indissolubile  come appare dalla sua analisi (Democracy in crisis,
1933)10  da un egoismo di classe che finisce col minarla alla radice. Nello stesso anno viene attribuita
ad un esponente autorevole e combattivo del radical-socialismo francese, Pierre Cot11, una dura
requisitoria sulla crisi irreversibile del parlamentarismo. Il Corriere della sera ormai fascistizzato lo
riprende e amplifica in prima pagina, nel giorno stesso in cui d con esultanza notizia della vittoria
elettorale di Hitler (7 marzo 1933), e lo fa sotto il titolo La via di Mussolini. Il bilancio che il
quotidiano trae  che il parlamentarismo  morto anche a giudizio dei maggiori leaders liberali
d'Europa. La democrazia  osservava Laski nel capitolo Decadenza delle istituzioni  vuol essere
guidata, ed in una democrazia capitalistica le principali armi di chi guida sono in mano dei capitalisti. I
suoi oppositori sono sempre sulla difensiva a meno che non circoscrivano il loro antagonismo alle
minuzie. Lucidamente Laski poneva l'accento sui molteplici fattori di conservazione, e di
autoconservazione anche attraverso i cimenti elettorali, delle democrazie capitalistiche. La
democrazia capitalistica non consentir mai che il suo corpo elettorale vada a cascare nel socialismo
per l'accidentalit di un verdetto delle urne. L'opinione pubblica , ovviamente, legata all'ordine
sociale, e pi in generale, all'ordine esistente: Un nuovo ordine di cose riesce accettabile alla
moltitudine solo quando sia evidente che la volont del vecchio ordine  stata definitivamente
spezzata. Com' ovvio, Laski riprende le analisi sul potere di costruzione dell'opinione pubblica, che
gi vedemmo essere un cavallo di battaglia della contro-propaganda tedesca durante la guerra del '14.
E cita le disinvolte dichiarazioni in proposito di un grande proprietario di giornali, il pi grande
secondo Laski, Lord Northcliffe, nel suo libro Newspapers and the Public (1920). E soggiunge,
passando al caso dell'altra democrazia, quella francese: Il 'Temps' e il 'Journal des Dbats' sono
stati or non  molto comprati dal 'Comit des Forges' [la grande industria metalmeccanica] e dalle sue
organizzazioni sussidiarie, e nessuno certo pu pensare che con tali acquisti essi si siano proposti, per
esempio, di trattare imparzialmente del socialismo o del disarmo.
Un curioso dettaglio  in questo tema ampio e affascinante della creazione dell'opinione
pubblica   che Lord Northcliffe era stato il grande artefice della propaganda inglese durante la guerra
del '14 (ed era stato pi bravo dei vari professori tedeschi che sbandieravano invano alcune non
facili verit). Colui dunque che nel 1920, cos apertamente, squadernava i meccanismi di costruzione
dell'opinione pubblica era stato poco prima il vincitore della battaglia contro la propaganda tedesca che
tentava di smascherare la democrazia anglosassone puntando il dito, per l'appunto, sull'insidioso
meccanismo della costruzione dell'opinione... (Come ha mostrato un bel saggio di Ernst Bramstedt,
Northcliffe fu poi il modello tecnico di Goebbels)12.
Queste, ed altre, voci critiche sviluppavano una riflessione sulla natura e gli effettivi
meccanismi della democrazia, che era incominciata ben prima, e che era sorta e si era incrementata
nutrendosi dell'osservazione quotidiana delle societ politico-parlamentari del lungo quarantennio di
pace. L'antecedente era quella critica elitistica dell'apparente democrazia dei sistemi parlamentari
cui hanno fatto capo, in varia misura, tutti i protagonisti della crisi del dopoguerra: sia gli artefici dello
sbocco fascistico o della soluzione consiliare (con la non piccola complicazione della dittatura del
proletariato diventata di fatto dittatura di partito), sia i nuovi democratici (come Laski e Trentin per
fare solo nomi noti). A questi ultimi pare intollerabile il vecchio parlamentarismo riverniciato del
dopoguerra, tentato oltre tutto, per ogni dove, dalla soluzione fascista, e propugnano perci un radicale
rinnovamento della democrazia in direzione non dissimile (nei contenuti) dalle realizzazioni sociali del
sovietismo. La giustizia come integrazione, e, se necessario, correttivo, della libert. I loro
programmi avranno una eco non effimera nel tentativo, su cui torneremo, all'indomani della caduta dei
fascismi, di fondare in Europa democrazie non pi erose dalle tare che il ventennio tra le due guerre
mondiali aveva portato cos clamorosamente alla luce.
Queste critiche, del tutto fondate (e non nuove)13, facevano ovviamente gioco ai sostenitori
delle altre due soluzioni, quella fascista e quella sovietica, che si ponevano entrambe  sul piano
dell'autorappresentazione  come superatrici di quei limiti strutturali della democrazia capitalistica.
Ma  da soggiungere che lucidamente questi esponenti della terza soluzione, di fronte al problema
dominante del Novecento (la democrazia di massa), guardavano con simpatia non disgiunta da severa
critica all'esperienza sovietica e invece con rifiuto totale nei confronti dei fascismi: dei quali avevano
ben chiaro l'intreccio profondo con le medesime classi che gi avevano dominato le democrazie
liberali, ed ora continuavano ad essere forza dominante dentro la cornice corporativa e abilmente
populista degli Stati fascisti.
Anche su altri piani le due democrazie  inglese e francese  dimostravano di non avere le
carte in regola. Come avrebbe potuto contrapporsi al rinascente imperialismo tedesco la democrazia
inglese che, dal 1919 al 1923, aveva condotto una guerra coloniale in Irlanda, riuscendo alla fine (aprile
1923) a mantenere sotto il proprio controllo un pezzo non trascurabile del territorio irlandese (e il
conflitto dura ancora oggi)? Come poteva la Francia iper-nazionalista del dopoguerra, capace per
egoismo sciovinistico di riaccendere le polveri di un conflitto europeo con l'occupazione della Ruhr
(1923), proporsi come modello o tutrice di un nuovo ordine internazionale? Come potevano risultare
credibili le due potenze democratiche, nella contrapposizione all'assalto hitleriano al predominio
continentale  ormai da tutti previsto come inevitabile , se avevano concordemente abbandonato al
proprio destino la repubblica spagnola aggredita contemporaneamente dall'insurrezione franchista e
dall'intervento tedesco e italiano nella guerra civile benedetta dal Vaticano (1936-39)? Come potevano
proporsi come sponda di uno schieramento antifascista nel mentre che compartecipavano
all'annessione hitleriana della Cecoslovacchia sottoscrivendo gli accordi di Monaco (settembre 1938)?
Tutto questo ribadivano i residui democratici non comunisti, ancora attivi in un'Europa in via
di fascistizzazione completa, nel convincimento che solo una democrazia totalmente rifondata potesse
costituire una causa per la quale battersi: non certo quella liberale che, dopo aver innescato la
tragedia del '14, ora scivolava verso il compromesso col fascismo.
Il paese che aveva tentato di creare i fondamenti di una democrazia sociale, non pi solo
liberale, cio la Repubblica di Weimar, fu stritolato nella morsa del conflitto tra nazisti e comunisti
(che ebbe tratti non marginali di guerra civile). Quando la sconfitta fu consumata, la revisione
strategica da parte del movimento comunista internazionale e della stessa Urss (soggetti
indissolubili) non pot pi attendere. Pur assertore, come si sa, della possibilit  e ormai necessit  di
dar vita al socialismo in un paese solo, Stalin aveva continuato a ritenere possibile  secondo il
linguaggio dell'epoca  la rivoluzione in Germania, a ritenere che insomma la partita non si fosse
chiusa l con la sconfitta del 1918/19. Si spiega cos il grande investimento di uomini e mezzi per il
partito tedesco, unico partito comunista veramente di massa in Europa occidentale, capace di portare al
Reichstag una forte rappresentanza (grazie alla legge elettorale, non punitiva come quella francese).
Tutta la tattica della Kpd, di opposizione frontale alla socialdemocrazia, si spiega sulla base di questo
colossale errore di valutazione, di cui la linea del socialfascismo, affermata dal VI congresso
dell'Internazionale comunista, era il quadro teorico.
Il bilancio era in perdita su tutta la linea. E gli effetti di lunga durata della grande crisi
(1929-33)  il New Deal negli Stati Uniti, il nazionalsocialismo in Germania  imponevano un
ripensamento radicale. Si pu dire che fu quella smentita dell'illusione che la situazione continuasse ad
essere rivoluzionaria (sconfitta dunque anche della parola d'ordine trockista della rivoluzione
permanente) a produrre due effetti: la definitiva scelta dell'Urss di concentrarsi sulla propria
ricostruzione e rafforzamento (quello che Deutscher definiva egoismo staliniano), e la riapertura di
credito alle forze socialiste e democratiche ancora esistenti in vista di una nuova strategia imperniata
sull'antifascismo come asse fondamentale. Fu appunto la linea dei Fronti popolari lanciata al VII
congresso dell'Internazionale (Mosca, agosto 1935). Il suo artefice fu Dimitrov, il dirigente comunista
bulgaro; il co-protagonista della svolta (nella quale Stalin non si impegn in prima persona) fu
Togliatti, il leader comunista italiano. La principale novit teorica  che il rapporto di Dimitrov
distingueva nettamente tra democrazia borghese e dittatura fascista, accantonando l'equiparazione
tra le due forme, vigente ancora al congresso precedente. Non  in contraddizione con questa linea il
tentativo, fallito, del partito italiano (agosto 1936) di lanciare un cuneo tra base e vertice fascista
(l'appello ai fratelli in camicia nera, il cui presupposto, rivelatosi errato, era che la campagna
d'Africa portasse delusione e disagio nella base popolare del fascismo).
La scelta sembr giovare ai comunisti proprio sul piano del consenso elettorale. Alle elezioni
politiche francesi del maggio 1936 (suffragio elettorale solo maschile, legge elettorale maggioritaria e
assenteismo massiccio sono fattori costanti, e da non trascurare, quando si valutano questi risultati) il
Fronte popolare (socialisti, comunisti e radical-socialisti) ottiene la maggioranza14 grazie soprattutto
al successo elettorale del Pcf. Lon Blum diventa primo ministro, ma i comunisti si limitano
all'appoggio esterno.
Mai vittoria fu, sin dal principio, pi avvelenata di questa. Pochi mesi prima, il 16 febbraio
1936, il Fronte popular (di cui i comunisti erano parte attiva ma numericamente modesta) aveva vinto
le elezioni generali in Spagna (repubblica dal 1930). Ma gi nello stesso mese, il generale Francisco
Franco aveva ripreso  dal Marocco, dove era stato relegato dal governo Azaa  i contatti col figlio
del deposto dittatore Primo de Rivera, e con i comandanti delle guarnigioni militari di Cadice, Siviglia,
Cordova, Barcellona, Saragozza, Pamplona e della stessa Madrid, per concordare l'insurrezione
militare contro la Repubblica. Il 17 luglio  Lon Blum era al governo in Francia da poche settimane 
l'insurrezione franchista dilagava in tutto il paese aprendo cos un triennio di guerra civile che fu la
tomba del Front populaire a Parigi. Inevitabilmente, dopo l'insurrezione e a seguito dell'aiuto
italo-tedesco ai ribelli di Franco e sovietico alla Repubblica, quella guerra civile da spagnola diventava
guerra civile europea. Ma la Francia socialista e radicale di Lon Blum prefer allinearsi al
non-intervento caldeggiato dall'Inghilterra. Le democrazie abbandonavano al suo destino la
democrazia spagnola; e nella guerra civile si fronteggiavano i fascisti da un lato e il Komintern
dall'altro. Con le conseguenze che ognuno sa. A Parigi Lon Blum cadeva e il 10 aprile 1938
subentrava Daladier, l'uomo di Monaco, con una maggioranza ormai diversa.
E nondimeno la scelta del VII congresso del Komintern restava ferma, per lo meno per alcuni
dirigenti del rilievo di Togliatti: I comunisti si pongono oggi alla testa della lotta per la difesa e la
conquista della democrazia perch la lotta  oggi in tutto il mondo tra fascismo e democrazia. Questa
posizione di difesa della democrazia deve essere assunta col massimo di coraggio, abbandonando ogni
sottinteso politico che indebolirebbe la lotta stessa15.
La guerra di Spagna fu, da ogni punto di vista, la prova generale dell'evento catastrofico e
spartiacque decisivo nella storia della democrazia che fu la seconda guerra mondiale. Chi allora scelse
di non scegliere non ebbe un futuro politico. N bast serbare un po' di perbenismo formale; e neanche
immacolato, se si considera la degradazione progressiva dei governi Daladier e Reynaud nonch il
possibilismo dei radicali, dapprincipio, nei confronti di Ptain.
Non si usa pi ricordarlo (se non da parte di chi rivaluta il franchismo come dolorosa necessit),
e anche la filmografia pi recente s' impegnata in un inopinato infatuamento per le posizioni trockiste,
ma il fatto  che degli Stati europei solo l'Urss fu fattivamente al fianco della repubblica spagnola. La
linea cominternista, avversata da chi riteneva che fosse giunto il momento della rivoluzione socialista
spagnola (Poum, anarchici), fu quella di frenare il sovversivismo alla Largo Caballero e di imporre 
con tutta la durezza di cui lo stalinismo era capace  una linea che non alienasse la borghesia moderata
ma leale alla repubblica. La situazione  descritta in modo realistico da Willy Brandt nelle sue
memorie: tremila consiglieri sovietici si impadronirono delle posizioni chiave e crearono un servizio
segreto che si erse come Stato al di sopra dello Stato e si schier furiosamente contro la rivoluzione
sociale. Si metteva avanti l'argomento, di per s giusto, che le necessit militari dovessero avere la
preminenza16. Willy Brandt ha reso perfettamente la situazione, di cui fu testimone diretto. Come
ogni testimone, ha visto il visibile e assai poco, ovviamente, della storia segreta: quella che con
amabile paradosso un grande storico come Ronald Syme definiva l'unica vera. A tal fine
sopperiscono, quando sopravvivono, i documenti.  perci giusto ricordare che, dopo la fine del Reich
e il sequestro degli archivi tedeschi da parte dei vincitori, sono emersi dettagli che nel furore delle
polemiche, sul momento, potevano sembrare calunnie infamanti tipiche, si dice ormai abitualmente,
dello stalinismo. In particolare colpiscono, lette oggi, le ammissioni fatte a suo tempo da Franco
all'ambasciatore tedesco von Faupel intorno all'infiltrazione che i franchisti erano riusciti a realizzare
tra le file anarchiche e trockiste mirante appunto ad inasprire, fino all'estremo, l'attrito con gli
staliniani17. Attrito di cui narr Orwell in Omaggio alla Catalogna, libro meravigliosamente scritto
 osserv pacatamente Hugh Thomas, lo storico laburista della guerra civile spagnola  ma che va letto
con qualche riserva18. Quella spagnola del '36-39 fu una vicenda per molti versi simile a quella di
Allende nel Cile del 1970-73. Anche in Cile i comunisti furono tacciati di tradimento vergognoso da
parte degli estremisti del Mir e della sinistra socialista. E Allende cadde anche perch intorno alla
destra si coagul un vasto consenso dei ceti spaventati dall'estremismo del Mir, di cui il governo
Allende era considerato (con malafede) sostanzialmente succubo.
Un documento significativo  la lettera di Stalin a Largo Caballero (21 dicembre 1936):
La rivoluzione spagnola si apre strade che, per molti aspetti, differiscono dalla strada percorsa
dalla Russia. Ci  determinato dalle differenze di ordine sociale, storico e geografico, dalle esigenze
della situazione internazionale, diverse da quelle che si posero dinanzi alla rivoluzione in Russia. 
possibile che la via parlamentare risulti un processo di sviluppo rivoluzionario pi efficace in Ispagna
di quanto non lo fu in Russia.
Raccomanda quindi a Largo Caballero di promulgare decreti agrari e fiscali in favore dei
contadini, di evitare confische che possono rendere ostili piccoli e medi borghesi, di garantire la libert
del commercio, di assicurarsi l'appoggio attivo del presidente Azaa e del suo gruppo repubblicano.
Quindi esprime le preoccupazioni di carattere internazionale: Tutto ci  necessario per impedire che i
nemici della Spagna vedano in essa una repubblica comunista, e per prevenire cos un loro intervento
dichiarato, che costituisce il pericolo pi grande per la Spagna repubblicana19.
Ma in sede di Comitato centrale di partito il segretario del Pc spagnolo, Jos Daz, sembra
spingersi pi avanti: La repubblica per cui lottiamo  un'altra, non  come potrebbe esserlo quella
della Francia o di qualsiasi altro Paese capitalistico. Lottiamo per distruggere le basi materiali su cui si
fonda la reazione e il fascismo, perch senza la distruzione di queste basi non pu esistere una vera
democrazia politica20.
Il difficile equilibrio che mina la repubblica consiste proprio nelle diverse possibili
interpretazioni di questo genere di proclami. Per Togliatti, che  l come dirigente del Komintern, la
priorit  gaar la guerra. Scriver, nelle sue relazioni sulla vicenda:
Nonostante la posizione giusta e vigorosa del nostro partito, il carattere della guerra come
guerra di indipendenza non venne riconosciuto dalle altre organizzazioni antifasciste fin dall'inizio, ma
soltanto assai tardi. Per lungo tempo non si  lavorato n lottato come si sarebbe dovuto in una guerra
d'indipendenza contro grandi paesi imperialistici, ma come si sarebbe potuto fare in una guerra civile
spagnola nel secolo scorso!
La sua critica va alla radice: denuncia l'assenza di forme democratiche che permettono alle
vaste masse di partecipare alla vita del paese e alla politica; stigmatizza la latitanza di fatto dei
comitati di fronte popolare, il carattere verticistico dei comitati di fabbrica, l'assenza di democrazia
all'interno dei sindacati, la scarsa vitalit dei partiti; onde in un rapporto retrospettivo dir che in realt
durante la guerra civile non si era realizzato un vero e proprio regime democratico. E tuttavia
ribadisce che a suo avviso l'esperienza della politica di fronte popolare esce pienamente confermata
dalla vicenda21.
Mentre il governo Blum si disfaceva e le democrazie lasciavano sola la repubblica spagnola,
mentre agli sforzi sovietici volti ad ottenere garanzie collettive contro eventuali aggressioni tedesche le
democrazie rispondevano sottoscrivendo il patto di Monaco (30 settembre 1938), continuare a
sostenere la politica dei fronti non era facile.
Si discuter ancora a lungo sulle cause remote e immediate della spettacolare svolta diplomatica
che va sotto il nome di patto russo-tedesco (23 agosto 1939). Quel che appare ormai chiaro, alla luce
soprattutto dei Diari di Dimitrov,  che quella fu una scelta strategica, non un espediente tattico, da
parte di Stalin. I suoi effetti sulla politica inaugurata al VII congresso del Komintern furono, com'era
da aspettarsi, devastanti. Il fatto che gli anglo-francesi avessero assecondato Hitler in tutti i modi 
dalla Spagna alla Cecoslovacchia  passava in secondo piano agli occhi delle forze, ormai disperse
peraltro, che erano state il principale destinatario della politica dei fronti. La cosa inaudita restava, ai
loro occhi, l'accordo russo-tedesco. La politica statale aveva avuto la meglio, ma questo non poteva
accadere impunemente. La cosa grave era nel venir meno di una certezza, quella dell'inconciliabilit
pregiudiziale tra Urss e Germania nazista: non si perdonava all'Urss di comportarsi come uno Stato tra
gli Stati. Le lettere (1935-39) di Saragat a Nenni, rese note dalla Fondazione Nenni nel gennaio 1998,
danno un'idea immediata del trauma e del brusco e radicale mutamento d'atteggiamento. Basta
raffrontare i commenti di Saragat dopo Monaco: La Russia  semplicemente sublime. Litvinov sta
dando lezioni di dignit e di democrazia con una finezza da grande uomo di Stato. Mentre le azioni
della Francia sono in ribasso, quelle russe volano alle stelle (e deride gli scemarelli
dell'anticomunismo; 24 settembre 1938). Ma il 22 agosto 1939: Caro Nenni, il tradimento russo 
consumato. Non possiamo pi bendarci gli occhi.  la fine della III Internazionale, ed  forse il
principio di un nuovo movimento socialista cui devono affluire i militanti comunisti stomacati e
delusi. Trockij, gi il 2 settembre 1939, dal Messico parla di paura delle masse, che avrebbero
spinto Stalin a stipulare il patto, in un momento in cui invece  secondo l'esule  si sarebbe dovuto
puntare sulla rivoluzione europea (e forse mondiale)22.
La diagnosi pi realistica di quella scelta la diede Churchill nel primo volume (Da guerra a
guerra) della sua storia della Seconda guerra mondiale23: Francia e Inghilterra avrebbero dovuto
accettare l'offerta sovietica, proclamando la triplice alleanza [Urss, Inghilterra, Francia]: solo questo
avrebbe reso impossibile il patto. Si sa che i sovietici si sentirono giocati dalla maniera volutamente
inconcludente con cui gli anglo-francesi condussero quelle trattative, e replicarono la scelta di
Brest-Litovsk in una situazione totalmente diversa: tirarsi fuori dalla guerra imminente, come allora
erano venuti fuori dalla guerra interimperialista. A distanza di anni non  stato difficile costruire un
mito intorno alla Polonia spartita tra Hitler e Stalin, ennesimo capitolo di una storia di spartizioni. La
verit  che la Polonia del 1938/39  uno Stato istericamente anti-sovietico e accondiscendente di
fronte alla Germania hitleriana, sui cui comportamenti il ministro degli Esteri polacco Beck regola i
suoi (compresa la rottura nei confronti della Societ delle Nazioni l'11 agosto 1938)24. Dopo l'accordo
di Monaco del settembre '38, la Polonia ha compartecipato alla spartizione della Cecoslovacchia
fagocitata dal Reich ed ha avuto, come sua parte del bottino, il distretto minerario di Teschen25. La
politica polacca nei mesi precedenti il patto russo-tedesco  cos descritta dal maggiore storico
occidentale dell'Est Europa, Hugh Seton-Watson, nel suo bel saggio del 1945 Eastern Europe between
the Wars, 1918-194126: Sicuri del loro controllo sull'esercito e sulla polizia e mettendo astutamente
l'uno contro l'altro i diversi gruppi d'opposizione, i capi del regime speravano che la crisi durasse il pi
a lungo possibile, limitandosi a fare nel frattempo solo piccoli preparativi sia sul fronte interno che alle
frontiere. Per parte sua l'Urss, col patto, recuperava territori perduti per effetto della pace impostale
dalla Germania nel 1918 (cui Versailles non pose rimedio).
Ma questa non poteva restare una scelta puramente diplomatico-militare. Inevitabilmente
rimetteva in discussione tutto. Anche, beninteso, quel cambiamento impresso all'intera politica del
Komintern dal VII congresso. Ovvio che questo comportasse conseguenze di lunga durata,
ripensamenti, mettesse in gioco ruoli di dirigenti.
Il biennio dell'alleanza russo-tedesca (agosto 1939-giugno 1941: ma i contatti erano
incominciati gi in marzo con il cambio della guardia, Molotov al posto di Litvinov) costituisce una
non piccola contraddizione rispetto allo schema rigido e bipolare della guerra civile europea.
Peraltro, siccome si tende a valutarlo in base a quel che accadde dopo, quel biennio ha finito col non
ricevere attenzione adeguata alla sua importanza, se si fa eccezione per il notevole saggio di Angelo
Tasca (Deux ans d'alliance germano-sovitique, Fayard, Paris 1949), la raccolta documentaria di J.W.
Brgel (Stalin und Hitler, Europa-Verlag, Wien 1973), il saggio di A. Read e D. Fisher (The Deadly
Embrace, Joseph, London 1988) e non molto altro27. Ma ci sono casi limite, come la monumentale
storia universale dell'Accademia delle Scienze dell'Urss, dove il fatto non  nemmeno menzionato, se
non in una succinta tavola cronologica!
Questo inquietante segmento della storia del secondo conflitto mondiale qui ci interessa per le
sue conseguenze sulla linea politica del fronti popolari. Essa viene accantonata, e viene accantonata
la campagna antifascista. In un intervento al Soviet supremo, il 31 agosto '39, Molotov parla  a quanto
pare , con la consueta brutalit, di antifascismo rincretinito28. Il 7 settembre, in un incontro con
Molotov, Zdanov, Dimitrov e Manuilskij, Stalin in prima persona prende posizione. Nel resoconto dei
Diari di Dimitrov si legge, tra l'altro, questa parte dell'intervento:
Prima della guerra [cio del 1 settembre] la contrapposizione tra fascismo e regime
democratico era assolutamente giusta. In tempo di guerra tra potenze imperialistiche questo non  pi
giusto. La divisione degli Stati capitalistici in fascisti e democratici ha perso il significato precedente.
La guerra ha provocato una svolta radicale. Il fronte popolare unitario di ieri doveva alleviare la
posizione degli schiavi del regime capitalistico. Nelle condizioni della guerra imperialistica si pone la
questione della liquidazione della schiavit! Rimanere oggi sulle posizioni di ieri (fronte popolare
unitario, unit della nazione) significa scivolare sulle posizioni della borghesia. Questa parola d'ordine
cade29.
Al di l dello schematismo e dell'infondatezza della diagnosi, quello che colpisce  la nettezza
con cui quella parola d'ordine viene dichiarata morta. Con sarcasmo, nei primi mesi di guerra e
ancora nel 1940, Trockij va ripetendo, nei suoi documenti sul conflitto appena esploso, che dal 1935
Stalin aveva per cinque anni corteggiato le democrazie.
E gi il giorno dopo Dimitrov recepisce queste direttive in un testo (in tedesco) indirizzato a
tutti i partiti dell'Internazionale: La divisione degli Stati capitalistici in fascisti e democratici perde ora
il precedente significato. In relazione a ci dev'essere cambiata la tattica. Stravagante la conclusione:
Dappertutto i partiti comunisti debbono passare all'offensiva contro la politica di tradimento della
socialdemocrazia30. Evidentemente gli autori di questo modestissimo testo, non sapendo a quale
modello rifarsi, immaginano di trovarsi nell'agosto 1914 e di fronteggiare una socialdemocrazia che
vota i crediti di guerra. Viene specificato che la direttiva riguarda in particolare Francia, Inghilterra e
Belgio, nonch gli Stati Uniti [sic].  la medesima linea che lancer nel maggio 1940, di fronte
all'aggravarsi del conflitto (invasione del Belgio e sfondamento della linea Maginot), la IV
Internazionale (non se ne parla di solito perch ci si concentra sulla politica estera dell'Urss).
L'analogia nella diagnosi rinvia, evidentemente, alla stessa cultura politica. Questa volta le parole di
Trockij coincidono con quelle de l'Humanit clandestina. La differenza  piuttosto nel realismo, ai
limiti del cinismo, della concreta attuazione, da parte sovietica, di una tale diagnosi di contro all'irrealt
della prospettiva di rivoluzione mondiale che Trockij ricava dalla stessa diagnosi. Per calarsi nello
spirito del tempo giovano alcune citazioni dal lunghissimo documento del 26 maggio 1940, scritto
dallo stesso Trockij, intitolato La guerra imperialista e la rivoluzione proletaria mondiale31:
La IV Internazionale non si rivolge ai governi che hanno fatto precipitare i popoli nel massacro
n agli uomini politici borghesi che hanno la responsabilit di questi governi e neppure ai burocrati
operai [intende i partiti socialisti] che appoggiano la borghesia in guerra [p. 149];
La causa immediata dell'attuale guerra  la rivalit tra i vecchi e ricchi imperi coloniali, Gran
Bretagna e Francia, e i saccheggiatori imperialisti in ritardo, Germania e Italia [p. 152]32;
Circa un secolo fa, quando lo Stato nazionale rappresentava ancora un fattore relativamente
progressivo, il Manifesto dei comunisti aveva proclamato che gli operai non hanno patria [...]. I piccoli
satelliti [Belgio, Norvegia, ecc.] stanno per essere polverizzati dalle mandibole d'acciaio dei grandi
paesi capitalistici [...]. Alla parola d'ordine reazionaria della difesa nazionale  necessario contrapporre
la parola d'ordine della distruzione rivoluzionaria dello Stato nazionale. Al manicomio dell'Europa
capitalista  necessario contrapporre il programma degli Stati uniti socialisti d'Europa [pp. 158-159: 
evidente che, da esule, Trockij ha perso completamente il senso della realt e crede di essere Lenin nel
1914];
Altrettanto menzognera  la parola d'ordine della guerra della democrazia contro il fascismo33.
Come se gli operai si fossero dimenticati che  stato il governo britannico ad aiutare Hitler e la sua
banda a impadronirsi del potere! Le democrazie imperialiste sono in realt le grandi aristocrazie della
storia, si basano sullo sfruttamento dei popoli coloniali [pp. 159-60];
Con Hitler, il capitalismo mondiale, spinto alla disperazione, ha cominciato ad affondare una
spada affilata nei propri fianchi. I macellai della seconda guerra imperialista non riusciranno a fare di
Hitler il capro espiatorio dei propri peccati [sic]. Dinanzi al tribunale del proletariato dovranno
rispondere tutti i governanti del nostro tempo. Sul banco degli accusati Hitler non occuper che il
primo posto tra i criminali [pp. 162-63].
E cos via. Ma per avere un'idea dell'irrealt in cui Trockij si muove in quei mesi sono
sintomatiche le ultime parole del suo scritto del 20 agosto 1940 (l'ultimo prima del mortale attentato),
successive di vari mesi alla caduta della Francia:
I soldati tedeschi, cio gli operai e i contadini, nella maggioranza dei casi, proveranno molta pi
simpatia per i popoli vinti che per la loro casta dirigente. La necessit di agire in ogni momento come
'pacificatori' [?] e oppressori disgregher rapidamente [sic] gli eserciti di occupazione, li contaminer
di spirito rivoluzionario [p. 231].
Uno che scrive cos non aveva capito nulla di che cosa fosse realmente il regime nazista e la sua
consolidata e collaudata capacit di indottrinamento massiccio e di conquista delle masse.
Da buon realista, presto Stalin ha cambiato idea sul carattere rivoluzionario della situazione, e,
in un nuovo incontro (25 ottobre 1939) con Dimitrov e Zdanov, spiega che porre adesso la questione
della pace sulla base della distruzione del capitale significa aiutare Chamberlain, e i fomentatori di
guerra. Significa isolarsi dalle masse34.
A Parigi, pochi giorni prima di venir arrestato dalla polizia in quanto italiano (dunque cittadino
di paese non amico) Togliatti fa a tempo ad elaborare un lungo testo-appello che appare su La Voce
degli Italiani del 25 agosto 1939 come Dichiarazione del partito comunista d'Italia intorno all'appena
esploso patto russo-tedesco.  un testo faticoso sul piano logico, ma il cui epicentro polemico  una
continua denuncia del fascismo, salve beninteso tutte le dichiarazioni di appoggio al patto, e nel
quadro di una alquanto originale interpretazione del patto stesso come micidiale colpo contro il
fascismo e smascheramento del fascismo e della sua demagogia anticomunista! L'impegno
conclusivo  sintomatico e alquanto dissonante dall'aria di Mosca e collimante con le posizioni
espresse in quei giorni (ma poi sconfessate!) dal Pcf: Se la guerra malgrado tutto scoppiasse noi
lotteremmo senza esitazione perch da essa esca la disfatta militare e politica, il crollo del fascismo.
Impegno ribadito nella subito successiva Lettera aperta al partito socialista italiano: approfitteremo
di tutte le possibilit che ci saranno offerte, entrando, se occorre, nell'esercito francese, per combattere
contro i fascisti e aiutare a sconfiggerli come facemmo in Spagna a Guadalajara35. Qui la dissonanza
rispetto a quella che sar di l a poco la direttiva del Komintern  totale, se si considera che, in omaggio
ad essa, il 4 ottobre '39 Maurice Thorez, il segretario del Pcf, diserter dall'esercito francese.
Togliatti  stato a Mosca, e l ha redatto l'ultimo dei suoi rapporti sulla Spagna, che ribadisce la
sostanziale validit della linea dei fronti nel maggio 1939 (in luglio  ripartito per Parigi), mentre la
trattativa segreta russo-tedesca  gi avviata36.
Dopo lunga e pericolosa detenzione in Francia, liberato con ogni probabilit per l'intervento
retroscenico del Komintern e di pezzi antifascisti dell'apparato giudiziario francese37, Togliatti, nel
mese di semilibert che trascorre ancora a Parigi prima del rientro in Urss (maggio 1940), inventa un
giornaletto clandestino per gli Italiani, le Lettere di Spartaco: l'allusione alla scelta degli spartachisti
tedeschi nel 1917/18 di antitesi frontale alla guerra non potrebbe essere pi evidente38. Cerca nobili
ascendenze alla situazione allucinante in cui sono venuti a trovarsi i comunisti dopo l'entrata in
funzione del patto. Ma non  una scelta felicissima (a meno che non sia intenzionale), vista l'ostilit
a suo tempo durissima di Lenin verso la strategia luxemburghiana, replicata con memorabile violenza
dallo stesso Stalin. In queste Lettere Togliatti adotta con qualche imbarazzo la linea del Komintern e
ironizza sulla distinzione sentimentale che alcuni militanti si ostinano a fare tra i due blocchi
belligeranti. Nelle Lettere di Spartaco, tra il marzo e l'aprile del 1940, Togliatti si allinea il pi
possibile: i socialisti vengono gratificati dell'epiteto di cani da guardia della borghesia imperialista
ovvero di traditori (nr. 9, 1-10 marzo), il Pcf viene rimproverato di aver votato i crediti di guerra al
momento dello scoppio del conflitto, e tuttavia nell'intervento programmatico Chi  Spartaco Togliatti
ribadisce che Spartaco  il nemico mortale del fascismo e della borghesia imperialista. In un lungo
saggio per lo Stato operaio, che ormai esce in America, Togliatti aggiusta ulteriormente il tiro e
rievoca con toni di insolita asprezza La lotta di Lenin contro il socialsciovinismo: ovviamente per
riferirsi poi alla nuova guerra e alla posizione daccapo socialsciovinista dei partiti socialisti (maggio
1941: ma lo scritto era gi apparso in gennaio, in russo). Ma probabilmente tutto ci non basta. Al suo
rientro in Urss egli  sottoposto ad inchiesta (settembre 1940) e ancora, nel luglio 1941  quando il
patto  saltato con l'attacco tedesco all'Urss del 21 giugno e la linea bruscamente  cambiata , viene
escluso dalle questioni strettamente segrete39 e nell'ottobre 1941 addirittura arrestato per qualche
giorno40.
Dimitrov riferisce di un colloquio avuto con i due dirigenti spagnoli rifugiati a Mosca dopo la
caduta di Madrid, Jos Daz e Dolores Ibarruri, entrambi allineatissimi. Dolores  riferisce Dimitrov 
dichiara di non avere piena fiducia in Ercoli [= Togliatti]. Sente in lui qualcosa di estraneo, di non
nostro41. Fino al rientro in Italia dopo la prima caduta di Mussolini, Togliatti sar relegato a compiti
di propaganda radiofonica.
Posto di fronte all'alternativa tra una guerra immediata contro la Germania per la difesa di un
paese ostile come la Polonia (che oltretutto rifiutava il passaggio sul proprio territorio ai sovietici in
caso di guerra) e la pace preventiva con la Germania in cambio di consistenti incrementi territoriali in
Polonia e nel Baltico (risarcimento delle mutilazioni inferte alla Russia a Brest-Litovsk e non risanate
certo a Versailles), Stalin non aveva avuto dubbi. Ed aveva interpretato la pace a cos buon prezzo
conseguita come la cornice pi propizia per ulteriori ampliamenti dell'area di influenza dell'Urss.
L'ambito dell'espansione concordata con la controparte tedesca fu unilateralmente dilatato dai
sovietici con l'attacco alla Finlandia ed il tentativo, bloccato dai tedeschi, di coinvolgere la Bulgaria
con un trattato bilaterale. Hitler  come sappiamo ormai anche dalla diretta testimonianza di Molotov 
mirava a spingere l'Urss verso l'Iran e l'India, in rotta di collisione con l'Inghilterra42.  l'imprevisto
attivismo sovietico in direzione opposta a quella auspicata a spingere Hitler alla mossa suicida di
attaccare la Russia, nell'illusione di una guerra-lampo da concludersi addirittura prima dello sbarco in
Inghilterra e come premessa di esso. Il 21 giugno 1941, rinviata di un mese rispetto alla data prevista,
scatt l'operazione Barbarossa. La sera del 22 Churchill parla agli Inglesi:
Nessuno  stato pi di me avversario accanito del comunismo in questi ultimi venticinque anni.
Oggi non ritiro una sola parola di quello che ho detto sul comunismo. Ma oggi tutto impallidisce
dinanzi allo spettacolo che si offre ai nostri occhi. Vedo i soldati russi difendere la terra che i loro avi
hanno coltivato da tempo immemorabile [...]. L'irrevocabile decisione del Governo britannico ha un
solo scopo, un solo obiettivo: distruggere Hitler e ogni traccia di nazionalsocialismo. Nulla,
assolutamente nulla ci far deviare da questa idea. Noi non entreremo mai in trattative con Hitler, n
con qualsiasi altro membro del suo regime. Noi lo combatteremo per terra, per mare e nell'aria fino al
giorno in cui, con l'aiuto di Dio, avremo restituito la libert all'Europa. Chiunque combatte il
nazionalsocialismo ha il nostro aiuto: chiunque marcia con il nazionalsocialismo  nostro avversario43.
A Churchill  anche attribuita la battuta: Se Hitler invadesse l'inferno, io, alla Camera dei
Comuni, non esiterei a fare qualche gentile commento sulla persona del diavolo.
L'immediatezza della reazione  un fatto storico di rilievo, che andrebbe studiato
approfonditamente. Il suo carattere fulmineo, oltre a confermare la prontezza ed abilit del premier
britannico (da poco a capo di un governo di unit nazionale comprendente anche i laburisti)  anche un
indizio sui dubbi che la diplomazia britannica aveva via via concepito sulla tenuta del patto
russo-tedesco. Non va dimenticato che Urss e Gran Bretagna conservarono regolari rapporti
diplomatici durante i quasi due anni tra il patto di non aggressione e l'operazione Barbarossa,
nonostante il patto dell'agosto fosse divenuto, qualche settimana pi tardi, trattato di amicizia tra Urss e
Germania. In quei lunghi mesi compito dell'ambasciatore sovietico a Londra, Maiskij, era stato, tra
l'altro, di presentare agli Inglesi la posizione dell'Urss, neutrale rispetto al conflitto europeo in corso,
come analoga a quella degli Stati Uniti, anch'essi neutrali, anch'essi, alla caduta della Francia, dotati di
un ambasciatore a Vichy. Neanche la guerra dell'Urss contro la Finlandia, rovinosa sul piano
diplomatico e conclusasi il 12 marzo 1940 con un trattato di pace, aveva portato ad una rottura
anglo-russa, nonostante in aprile Chamberlain (ancora primo ministro) e Reynaud (succeduto a
Daladier) avessero preso in seria considerazione la possibilit di un bombardamento preventivo dei
pozzi petroliferi sovietici del Caucaso. La documentazione di codesto piano Caucaso era caduta in
mano tedesca al momento dell'occupazione della capitale francese (giugno 1940), ed era stata
tempestivamente inviata a Mosca al fine di neutralizzare le fonti d'informazione che intanto
cominciavano a far filtrare verso Mosca rivelazioni su di un possibile, imminente, attacco tedesco. In
un mondo del tutto diverso da quello delle cancellerie, tra i militanti tedeschi antifascisti operanti in
Norvegia  lo ricorda Willy Brandt nelle sue Memorie  la convinzione era stata da subito la stessa:
Non credevamo che a lungo i due paesi potessero restare alleati (p. 133).  tetra e, al fondo, ingiusta
la visione che George Orwell trasse da questo sconcertante mutar di alleanze, nella scena del 1984 che
a questo certamente allude: l'oratore-leader di una delle tre potenze in conflitto sta tenendo un comizio;
mentre parla, gli giunge la notizia che il suo paese ha cambiato alleanze, ed egli prosegue il suo
comizio senza batter ciglio, senza interrompere il periodo, ma alla luce delle nuove alleanze, nel nuovo
quadro internazionale44.
Non fu cos. Il giugno 1941 non solo cambi i destini della guerra ma apr un nuovo capitolo
nella storia della democrazia in Europa: proprio per merito di quegli uomini che dal patto erano stati
schiacciati, ammutoliti come scrive Willy Brandt, ma non travolti45.
...
.
...
Capo 13. Democrazie, democrazie progressive, democrazie popolari.
.
Il cambio di alleanze sfociato poi nella pace di Yalta determinava daccapo una situazione, non
solo politico-militare, profondamente diversa. Una situazione rispetto alla quale tutte le diagnosi e le
parole d'ordine del periodo tra le due guerre risultavano insufficienti.  fuorviante pensare che le
collaborazioni di governo con finalit costituenti sorte in vari paesi (Francia, Italia) sulla base e come
prosecuzione dell'alleanza antifascista che aveva sconfitto l'Asse fosse una sorta di prosecuzione dei
fronti anteguerra. Era una pagina nuova, qualcosa che era nato nella lunga e pesantissima battaglia
condotta insieme, dopo la lacerazione del 1939-41. A torto Franois Furet, nel suo ultimo e
amareggiato libro Le pass d'une illusion (1995), si spinge pi d'una volta a caricaturizzare
l'antifascismo europeo come l'utile idiota di Stalin. L'antifascismo  stato, per alcuni anni molto
creativi, sul piano istituzionale, il terreno d'incontro tra le culture politiche che erano riuscite a
sopravvivere al fascismo perch avevano scelto di lottare contro di esso, col comune proposito di non
rimettere in essere le vecchie democrazie liberali, levatrici del fascismo.  significativo che lo
slancio innovatore abbia coinvolto anche l'Inghilterra  unico paese europeo la cui continuit
istituzionale non era stata mai interrotta  ed abbia determinato l, all'indomani stesso della vittoria
sulla Germania, il successo nettissimo del Labour Party e la sconfitta di Churchill.
In Italia, in un leader come Togliatti, reduce dalle traversie che si son ricordate nel precedente
capitolo, si forma la persuasione che, nella fase apertasi con il crollo del fascismo, il compito di un
partito come il suo (peraltro ormai denominato stabilmente con la specificazione di nuovo) fosse di
portare alla luce e valorizzare le potenzialit  in direzione di una democrazia avanzata  che anche
forze di diversa ispirazione e di matrice diversa, emerse nella lotta contro il fascismo, avevano
dimostrato di possedere. Il progetto per cui impegnarsi diventa ormai una societ politicamente ed
economicamente articolata, di democrazia progressiva, incardinata intorno ad una carta
costituzionale avanzata, e protesa verso radicali riforme di struttura (quelle peraltro messe in atto da
Attlee in Inghilterra): non gi un ripiego in attesa della conquista di chi sa quale Palazzo d'inverno ma
il miglior programma politico che il movimento operaio l e allora potesse proporsi. La nozione di
antifascismo viene dilatata, da concetto negativo (rifiuto) a concetto propositivo. L'idea di fondo  che
nella societ italiana vi sono forze, gruppi di pressione, correnti pi o meno carsiche che spingono
potenzialmente verso esiti e verso scelte conformi agli interessi e agli obiettivi per cui il fascismo era
sorto; e che una lotta di lungo periodo contro tali forze, nel nuovo quadro costituito dalla presenza,
insieme, nei governi post-bellici, delle forze che avevano combattuto il fascismo, potesse, nel suo
stesso farsi, trasformare la societ italiana in senso progressivo. Proprio perch tutta la storia recente e
remota della nazione  sfociata nel fascismo  ma il discorso si pu estendere all'Europa scivolata via
via nel fascismo , il cammino inverso, di estirpazione del fascismo, corrisponder anch'esso ad una
lunga fase storica. Donde l'affermazione ben chiara sin dal primo intervento, al rientro in Italia1, che
non si sta parlando di scelte tattiche e contingenti, ma di un programma per il domani, senza secondi
fini.
La storia insomma non ricominciava con un heri dicebamus superata la parentesi del
fascismo, ma proseguiva, arricchita di tutto ci che era accaduto nel frattempo, da un punto
completamente diverso. Anche quanto il fascismo aveva messo in essere  nel suo interclassismo, per
vari versi non lontano dal New Deal  doveva entrare a far parte della vasta e varia materia prima da
cui ricominciare; cos come ineludibile era tutto quello che sul piano delle conquiste concrete aveva
realizzato e codificato in una carta costituzionale, quella del 1936, l'esperienza sovietica.
Quell'immenso laboratorio, che una falsa storiografia oggi riduce ad una specie di gigantesco campo di
detenzione, aveva destato interesse negli anni Trenta  prima che l'hitlerismo trascinasse il mondo
verso una catastrofe  e adesione critica o adesione tout court nei pi diversi ambienti sia per quanto
attiene alla forma totalmente insolita del testo costituzionale, sia per la pianificazione economica ed i
suoi effetti. Se Silvio Trentin dedica un imponente e ammirativo saggio di commento alla
Costituzione sovietica del 19362, la rivista Europe dell'editore radicale parigino Rieder aveva
dedicato nel 1931 puntate su puntate al primo piano quinquennale3. La novit radicale di quella
Costituzione era la priorit accordata, appunto nel Capitolo I, alla descrizione dell'organizzazione
sociale, della disciplina della propriet e dei diritti sociali, dettagliati in forma assai minuziosa nel
Capitolo X (si pensi in particolare agli articoli 121, 122 e 123, dove tra l'altro  prevista la punizione a
termine di legge del reato di disprezzo di razza o di nazionalit).  la prima volta che una carta
costituzionale include, nel suo articolato, il diritto all'assistenza materiale nella vecchiaia, e parimenti
in caso di malattia e di perdita della capacit lavorativa (art. 120), ovvero il diritto all'istruzione
gratuita compresa l'istruzione superiore (art. 121), ovvero il diritto di ricevere un'occupazione
garantita con un compenso corrispondente alla quantit e qualit di lavoro (art. 118), fermo restando il
principio generale asserito nell'articolo 12: Il lavoro in Urss  dovere di ogni cittadino idoneo al
lavoro, secondo il principio Chi non lavora non mangia, singolare riecheggiamento paolino4.  una
novit assoluta nello stile costituzionale.
Ovviamente vi era almeno un'altra fonte recente e autorevole, ancorch travolta dalla tragica
fine della repubblica tedesca, ed era il pensiero sociale innestato negli articoli della Costituzione
weimariana, in particolare il 165, fondamento del nuovo ordine sociale, alla cui creazione la repubblica
tedesca si era sentita impegnata. Esso recitava: Gli operai e gli impiegati sono chiamati a collaborare
(mitwirken) pariteticamente in comune (gleichberechtigt in Gemeinschaft) con l'imprenditore nella
regolazione delle condizioni salariali e di lavoro, cos come nel complessivo sviluppo delle forze
produttive. Le parti sociali, in questa formulazione, divengono, a rigore  per quante contraddizioni
ci comporti sul piano costituzionale , fonti di diritto: anche se  ben chiarito che ci pu discendere
solo dalla loro collaborazione (mitwirken). Un altro precedente che i costituenti europei hanno in mente
quando pongono mano alle nuove carte costituzionali dell'antifascismo  il New Deal di Roosevelt, cui
peraltro proprio la tendenzialmente conservatrice Corte Suprema degli Stati Uniti aveva imposto
limitazioni e arretramenti. Trapiantatosi in Usa nell'ultimo tempo della sua vita Arthur Rosenberg, che
aveva vissuto direttamente l'esperienza della rivoluzione in Europa, e ne aveva conosciuti tutti i
principali protagonisti, da dirigente Uspd e poi Kpd, vide  nel saggio conclusivo della sua vita
operosa, Democrazia e socialismo  proprio nel New Deal il germe di qualcosa che avrebbe superato la
divaricazione, deleteria, di quei due princpi.
Orbene  tutto questo, cio il frutto delle lotte e delle conquiste della prima met del secolo, che
si cerca di riversare nelle costituzioni che si vengono scrivendo dal 1946 in avanti. In Italia, Francia,
Germania federale, vengono immessi  grazie al convergere su questa scelta sia delle sinistre che dei
partiti cattolici  forti elementi di democrazia sociale. Ivi compreso il principio gi presente nella bozza
di Costituzione tedesca del 1848 (art. VII,  26)5, che la stessa propriet privata  subordinata al
criterio e alla verifica dell'utilit generale. Cos  nell'articolo 42 della Costituzione italiana (comma 3:
La propriet privata pu essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per
motivi di interesse generale). Si discusse in sottocommissione se introdurre equo o giusto davanti
ad indennizzo. Ma fu un democratico-cristiano eminente, Paolo Emilio Taviani, che in
sottocommissione era relatore, a respingere l'emendamento, osservando che, se per equo s'intende il
corrispettivo economico del bene sottoposto ad esproprio, si renderebbe con ci stesso impossibile la
riforma agraria.
Nei mesi in cui questo si sanciva, si sviluppava in Sicilia il movimento anti-latifondista per
l'occupazione delle terre da parte dei contadini. Per terrorizzare il movimento e stroncarlo sul nascere,
gli agrari siciliani arruolarono la temibile banda di Salvatore Giuliano, il quale fu l'autore appunto
dell'eccidio di Portella delle ginestre (primo maggio del 1947). Eppure quei contadini si muovevano
gi su di un terreno legale: nel solco dei decreti emanati dal ministro Gullo, nell'autunno del 1944 (cui
il dettato elaborato dai costituenti dava ormai connotati stabili di indirizzo etico-giuridico). Per contro
le forze sociali, agrari e mafia, che armarono Giuliano, trovarono presto una sponda nel partito in cui
pur militavano uomini come Taviani. La scissione tra costituzione scritta e costituzione reale appare,
attraverso un esempio del genere, ed apparir ancor pi in seguito, in tutta la sua evidenza.
In Francia l'equilibrio delle forze parlamentari nella Costituente era tale che il Pcf pot
addirittura tentare di proporre un suo progetto di costituzione. Fu in verit una occasione sprecata: il
testo era troppo povero (in tutto 18 articoli) e deludente. L'articolo primo, con terminologia che
riecheggiava il linguaggio della Prima Repubblica francese, recitava: La Repubblica francese  una
democrazia nella quale la sovranit appartiene esclusivamente alla Nazione. Non vi si parlava affatto
del diritto di propriet, che comunque non figurava tra i diritti elencati nell'articolo 4; ma si
riprendevano dalla Costituzione sovietica del 1936 alcuni princpi cardine dell'ordinamento sociale di
epoca staliniana: il diritto al lavoro e alla sicurezza dell'impiego, l'assicurazione a carico dello Stato
contro tutti i rischi di inabilit al lavoro, l'insegnamento gratuito in tutti gli ordini di scuole, la gratuit
della giustizia. Comunque il progetto fu respinto.
Invece, nel testo approvato dalla Costituente il 19 aprile 1946, il tema del diritto di propriet
veniva trattato negli articoli 35 e 36. Entrambi i princpi che ritroviamo nella Costituzione italiana
vengono affermati: l'esproprio per causa di pubblica utilit (art. 35) e la prevalenza dell'utilit
sociale sul diritto di propriet (art. 36); peraltro la formula per l'indennizzo : giusta indennit
determinata conformemente alla legge. Colpisce, al principio dell'articolo 35, la ripresa quasi
letterale, ma con una variante significativa, dell'articolo 6 della Dichiarazione dei diritti dell'uomo
proposta da Robespierre nel 1793. Robespierre: La propriet  il diritto di ogni cittadino di godere e di
disporre a suo piacere della porzione di beni che gli  garantita dalla legge. Costituzione francese del
1946, art. 35: La propriet  il diritto inviolabile di usare, di godere e di disporre dei beni garantiti a
ciascuno dalla legge. La ripresa  ancor pi evidente se si considera, in entrambi i casi, l'articolo
subito successivo. Robespierre (art. 7): Il diritto di propriet  limitato, come tutti gli altri,
dall'obbligo di rispettare i diritti altrui. Costituzione del '46, art. 36: Il diritto di propriet non potr
essere esercitato contrariamente all'utilit sociale o in modo da arrecare pregiudizio alla sicurezza, alla
libert, all'esistenza o alla propriet altrui. Il richiamo alla dichiarazione robespierrista  sostanziale.
Ci risulta chiaro dalla definizione che l'uno e l'altro testo propongono della libert. Robespierre:
La libert  il potere che appartiene all'uomo di esercitare a suo piacere tutte le sue facolt; essa ha la
sua regola nella giustizia. Costituzione del '46, art. 3: La libert  la facolt di fare tutto quanto non
arreca pregiudizio ai diritti altrui. Le condizioni per l'esercizio della libert sono stabilite dalla legge6.
Pi che di ispirazione genericamente giacobina, si dovrebbe parlare di ispirazione robespierrista. Gli
articoli 6 e 7 del progetto scritto da Robespierre erano stati svuotati gi nella stesura accolta poi nella
Dichiarazione effettivamente varata e posta al principio della Costituzione del '93, la quale 
richiamata, con quella del 1848, nel Preambolo, dai costituenti francesi dell'aprile 1946. Per
l'esattezza, i due articoli 6 e 7 della bozza erano diventati un unico articolo (il 16), privato di ogni
riferimento a limiti o vincoli di legge: Il diritto di propriet  quel diritto, spettante ad ogni cittadino,
di godere e di disporre a suo piacimento dei suoi beni, delle sue rendite [parola del tutto assente nel
progetto], del frutto del suo lavoro e della sua attivit.
Evidentemente i costituenti dell'aprile '46 avevano ben presenti non solo la Costituzione del
'93, ma soprattutto, per quel che riguarda i princpi fondamentali, proprio la proposta di Robespierre
nel suo testo autentico. Filippo Buonarroti, nella Congiura per l'uguaglianza detta di Babeuf (1828), in
nota al primo capitolo, pubblicava il documento redatto da Robespierre e cos lo presentava:
Questo notevole documento getta la pi grande luce sul vero fine che si proponevano gli uomini
cos furiosamente proscritti dopo la morte di quel celebre legislatore [cio appunto di Robespierre]. Vi
si ammirer la definizione del diritto di propriet, che  escluso dal numero dei diritti principali [...], i
limiti posti allo stesso diritto di propriet, l'istituzione dell'imposta progressiva ecc.7
Ma tutto questo sforzo di elaborazione fu vanificato dalla bruciante bocciatura che l'elettorato
inflisse al testo approvato in aula in aprile coi soli voti socialisti e comunisti (309 contro 249). Infatti
l'Ordinanza del 17 agosto 1945, con la quale era stata messa in moto l'elezione della Costituente,
disponeva tra l'altro (art. 3): La Costituzione adottata dall'Assemblea sar sottoposta all'approvazione
del corpo elettorale dei cittadini francesi a mezzo di referendum entro il mese successivo alla sua
adozione da parte dell'Assemblea stessa. Il referendum si svolse il 5 maggio 1946 ed il progetto di
Costituzione fu respinto con il 53% dei voti contro il 47. Prova evidente della discrasia che sempre si
determina tra eletti ed elettori. La Costituente era stata eletta appena sei mesi prima, il 21 ottobre 1945!
Riprova anche del fatto che i gruppi dirigenti sono pi avanti del loro elettorato. Alla Costituente
italiana la parte pensante dei costituenti democratico-cristiani ha lavorato (anche dopo la rottura
definitiva della collaborazione governativa nel febbraio-marzo 1947) in sostanziale consenso d'animi
con le sinistre. Ma anche in Italia in una prova referendaria il testo cos elaborato avrebbe corso dei seri
rischi. Il corpo elettorale democratico-cristiano era di certo assai pi arretrato dei suoi dirigenti.
Dal punto di vista che qui ci interessa, la principale novit, nella nuova Costituzione redatta
dalla seconda Costituente francese eletta il 2 giugno 1946 (lo stesso giorno di quella italiana) e varata
col referendum del 13 ottobre, fu che gli articoli 35 e 36 scomparvero. Il Prambule fu di molto
dilatato, e l furono raggruppati i princpi cardine. Scomparve il richiamo alle Costituzioni della Prima
e della Seconda Repubblica (quella del 1793 non doveva essere gradita alla parte cattolica,
rappresentata ampiamente dal Mrp) e ci si richiam unicamente alla Dichiarazione dei diritti del
1789, dove la propriet figura in primissima posizione (art. 2) e di diritto al lavoro non si parla affatto.
Sul piano della propriet non si parla pi di limitazioni di tale diritto ma, in un modo che sembra
riecheggiare le nazionalizzazioni lanciate appena pochi mesi prima in Inghilterra dal nuovo governo
laburista8, si ipotizza che: Qualunque impresa, il cui sfruttamento ha o viene acquistando i caratteri di
servizio pubblico nazionale o di monopolio di fatto, deve divenire propriet della collettivit.
Terzo esempio, la Germania federale. Nel Grundgesetz (Legge fondamentale) della Repubblica
Federale Tedesca, analoga limitazione  espressa nell'articolo 14. Esso figura tra i capisaldi
fondamentali (Grundgerechte), nella prima sezione del dettato costituzionale. La propriet e il diritto
di ereditare vengono garantiti. Contenuto e limiti di tali diritti vengono fissati dalle leggi.
Il pensiero sociale cattolico ha contribuito per la sua parte. Alcuni esponenti di tale
orientamento, faticosamente venuto fuori dalle compromissioni profonde della Chiesa cattolica col
fascismo, erano anche tra i costituenti, sia in Italia che in Germania. Il leader dei democratici-cristiani
italiani, Alcide De Gasperi  che aveva gi alle spalle una lunga carriera, incominciata nel 1911 come
rappresentante della minoranza italiana al parlamento dell'antica monarchia bicipite austro-ungarica ,
uno statista di lungo corso, che nell'orbita vaticana aveva attraversato la lunga parentesi del fascismo
fino a parteggiare per i nazionali al tempo della guerra in Spagna, ora riconosceva  senza doppiezze
 la grandezza, come egli si esprime, cristiana dello sforzo compiuto dalla Russia comunista in
direzione dell'accorciamento delle distanze tra le classi sociali9.
L'economista Fanfani, la cui matrice culturale era stata l'Universit cattolica di padre Gemelli
(dunque un epicentro del clerico-fascismo), ora, costituente e collocato nella sinistra del suo partito,
propugna il controllo sociale della vita economica onde agevolare lo sviluppo della persona10. Un
grande costituzionalista italiano, che fu tra gli artefici della Costituzione emanata il 1 gennaio 1948,
Piero Calamandrei, defin efficacemente questo genere di carte costituzionali nate dopo la fine dei
fascismi. Osserv  e si riferiva in particolare a quella italiana  che sono testi polemici. E ci per la
ragione, evidente alla lettura dei princpi fondamentali, che esse mettono in discussione l'ordine
sociale esistente. Una vera rivoluzione nella storia del pensiero costituzionale, e nella prassi.
L'articolo eversivo per eccellenza  il terzo della Costituzione italiana, elaborato da Lelio Basso.
Esso dice:  compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che,
limitando di fatto la libert e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona
umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale
del Paese11. A buon diritto, Lelio Basso lo ha definito, trent'anni dopo, quando era ormai chiara la
distanza tra questa norma e la concreta vicenda della storia repubblicana, l'articolo chiave di tutta la
Costituzione, l'articolo fondamentale, l'articolo perno. E commentava: Questo articolo afferma che
non c' democrazia finch sussistono disuguaglianze economiche e sociali. L'importanza di questo
articolo sul piano giuridico  enorme12.
Esso costituisce una novit assoluta.  la nozione di rimuovere gli ostacoli come compito
della Repubblica l'elemento totalmente nuovo, unico anche rispetto alle coeve carte costituzionali
antifasciste. La Costituzione francese del 1946 (approvata dalla seconda Assemblea Costituente)
sancisce in una dichiarazione preliminare che La Repubblica garantisce a tutti gli uomini e a tutte le
donne viventi nell'Unione francese l'esercizio individuale e collettivo di un'ampia serie di diritti,
quelli che Basso definisce diritti di credito, ma non parla che in termini appunto di garanzie. La
Costituzione della Repubblica Federale di Germania (1949), all'articolo 3, comma 2, parla un
linguaggio pi vicino a quello dell'art. 3, comma 2, della Costituzione italiana, ma limitatamente alla
parificazione effettiva tra uomini e donne: Der Staat frdert die tatschliche Durchsetzung der
Gleichberechtigung von Frauen und Mnner, und wirkt auf die Beseitigung bestehender Nachteile hin
(Lo Stato promuove l'effettiva realizzazione della parificazione tra uomini e donne, e si adopera per la
rimozione delle situazioni che tuttora la ostacolano). Ben pi vasta la portata della formula adottata dai
costituenti italiani, i quali chiamano in causa un concetto capitale e dalle implicazioni incalcolabili: gli
ostacoli alla vera e sostanziale uguaglianza, e la loro necessaria rimozione. L'idea sottintesa, e
in quel momento vincente, era l'intuizione che l'eguaglianza  il contenuto sostanziale della
democrazia, sempre che si intenda l'eguaglianza non soltanto formale ma sostanziale di tutti gli
uomini, secondo una rilevante definizione di Norberto Bobbio da lui medesimo, nello stesso contesto,
articolata cos: l'egualitarismo  l'essenza della democrazia13.
Ed effettivamente fu sull'espressione rimuovere gli ostacoli che si concentr l'attacco della
componente liberale della Costituente italiana. L'economista Corbino propose di modificare la frase nel
modo seguente:  compito dello Stato rendere possibile il completo sviluppo della persona umana. E
con allarme osserv: Cosa significa mai rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale?
Potrebbe significare eventualmente togliere qualsiasi ostacolo di ordine giuridico, economico e sociale,
togliere allo Stato la sua natura di Stato! (Atti della Costituente, p. 2424). La formulazione
dell'articolo era, palesemente, il frutto dell'incontro e dell'intreccio tra pensiero sociale cattolico (il
pieno sviluppo della persona umana) e della sinistra (l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori
all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese).
 importante ricordare qui un dettaglio storico preciso. In sede di Commissione, alla
Costituente italiana, s'era ampiamente discusso sulla opportunit o meno di premettere al testo vero e
proprio della Carta costituzionale, un preambolo nel quale raccogliere gli indirizzi prospettici, rivolti
al futuro, quale ad esempio quello poi divenuto articolo 3. Ed era proprio il Calamandrei, all'epoca,
sostenitore di un tale preambolo. Egli ne affermava l'opportunit, perch nel testo costituzionale vero e
proprio dovevano recepirsi soltanto norme aventi efficacia pratica dal punto di vista giuridico.
(Anche i costituenti francesi ne avevano adottato uno, molto breve, nel quale avevano relegato princpi
fondamentali come la parit uomo-donna e le nazionalizzazioni. Esso si apriva con un enfatico
richiamo alla Dichiarazione dei diritti del 178914. Invece nel Grundgesetz tedesco-federale tutti i
princpi affermati, definiti nei primi articoli, sono incardinati nel testo della Costituzione). Togliatti
replic a Calamandrei sviluppando una considerazione che sar poi quella posta al centro, circa dieci
anni pi tardi, dallo stesso Calamandrei nel Discorso sulla Costituzione.
La nostra Costituzione deve dire qualcosa di pi, deve avere un carattere programmatico,
almeno in alcune sue parti, e particolarmente in quelle parti in cui si afferma la necessit di dare un
nuovo contenuto ai diritti dei cittadini [...]. Nella Costituzione non dev'essere consacrato soltanto
quello che succede oggi, ma anche norme che illuminino la strada al legislatore. Si potrebbe fare
questo in un proemio. Ma che valore ha un proemio? Lo Statuto albertino ebbe anche un proemio, ma
oggi lo si ignora. Scritte nel proemio, le norme perdono ogni valore15.
L'allarme del liberista-conservatore Epicarmo Corbino aveva dunque un suo fondamento,
beninteso dal suo punto di vista. Il ragionamento sviluppato da Togliatti, in quella seduta della
Commissione per la Costituzione, incominciava con un chiaro richiamo al processo storico nel quale
figura la nuovissima formalizzazione come dettato costituzionale di direttive aventi un carattere
programmatico.
La Costituzione sovietica ha un carattere preciso: essa codifica in norme lapidarie un fatto
uscito da una rivoluzione, codifica una situazione creata attraverso un'attivit rivoluzionaria durata
vent'anni [si riferisce, appunto, alla Costituzione del 1936]. In Italia non si  in questa situazione, non
soltanto perch la rivoluzione non  avvenuta, ma anche perch tutti ritengono che nelle condizioni
attuali, dati i rapporti politici attuali di classe, nazionali ed internazionali, dell'Italia e di tutta l'Europa,
sia possibile arrivare ad una profonda trasformazione sociale seguendo un cammino differente. La
Costituzione deve tener conto di questo. Quindi se sancisse soltanto quello che esiste oggi in Italia, non
corrisponderebbe a quello che la grande maggioranza del popolo desidera dalla Costituzione. La nostra
Costituzione deve dire qualcosa di pi ecc.
Come la maturazione costituzionale del paese socialista entrasse a far parte delle matrici da cui
veniva fuori il nuovo nelle costituzioni antifasciste dell'Europa occidentale  dell'Italia in ispecie  non
potrebbe risultare in modo pi limpido. E il dato storicamente rilevante  che una impostazione cos
lucida e cos esplicita fosse pienamente conforme alla situazione politico-parlamentare di quegli anni.
Quelle costituzioni sono perci davvero da riguardarsi come il bilancio codificato dei rapporti di forza
tra i ceti e le loro proiezioni politiche, alla caduta dei fascismi.
Anche nella formulazione dell'articolo esordiale (L'Italia  una Repubblica democratica,
fondata sul lavoro) riecheggi la questione del precedente rappresentato dall'ordinamento
costituzionale sovietico. La formulazione proposta dallo schieramento di sinistra e firmata, tra gli altri,
da Nenni, Basso, Togliatti, recitava: L'Italia  una Repubblica democratica di lavoratori. Da parte
centrista e liberale venne prospettato: Lo Stato italiano ha ordinamento repubblicano, democratico,
parlamentare, antitotalitario. Alla sinistra si unirono i repubblicani: per loro parl Pacciardi, il quale
sostenne che la formulazione dei tre maggiori esponenti della sinistra era perfettamente conforme
all'insegnamento racchiuso nei Doveri dell'uomo di Mazzini. La Malfa (Partito d'Azione) si era invece
opposto dicendo che la precisazione di lavoratori, dopo le parole L'Italia  una Repubblica
democratica, rischiava di richiamare esperienze storiche di grandissimo valore, ma che non sono
esattamente la nostra esperienza politica democratica attuale16. L'allusione era, ovviamente,
all'ordinamento sovietico, la cui Costituzione (1936) si apriva appunto con le parole (art. 1): L'Urss 
lo Stato socialista degli operai e dei contadini, cui segue, ad illustrazione, l'art. 3: Tutto il potere
nell'Urss appartiene ai lavoratori della citt e della campagna, rappresentati dai Consigli dei deputati
dei lavoratori. Nella seduta dell'11 marzo, Togliatti aveva preannunciato, in aula:
Riproporremo che la Repubblica italiana venga denominata Repubblica italiana democratica di
lavoratori, e con questo non intendiamo dare l'ostracismo a nessuno, e non vogliamo escludere
nessuno dall'esercizio dei diritti civili e politici, ma vogliamo affermare che la classe dirigente della
Repubblica deve essere una nuova classe dirigente, direttamente legata alle classi lavoratrici17.
Parava in anticipo l'obiezione, di cui La Malfa si far interprete in modo elegante, ma non cos
gli altri, dentro e fuori dell'aula. Il problema sottinteso era la distinzione fondamentale presente
nell'ordinamento sovietico sin dalla emanazione della Dichiarazione dei diritti del popolo lavoratore,
tra lavoratori e non lavoratori, con l'esclusione di questi ultimi dai diritti politici (art. 7): esclusione
che determina, come  evidente, la esclusione dalla cittadinanza di una parte della popolazione, ma da
interpretarsi alla luce del dettato dell'art. 12 della Costituzione: Il lavoro nell'Urss  dovere di ogni
cittadino idoneo al lavoro. E l'art. 7 della Dichiarazione dei diritti del popolo lavoratore parla
chiaramente di esclusione degli sfruttatori18. Gramsci, nei Quaderni, delinea le elezioni sovietiche
come una forma di arruolamento volontario di funzionari statali di un certo tipo e distingue, in esse,
il comune cittadino legale da chi consente e si impegna a fare qualcosa di pi19. Togliatti intende
diradare i sospetti e perci precisa che la formula di lavoratori non intende escludere nessuno
dall'esercizio dei diritti civili e politici. Ma la proposta fu respinta per pochi voti, ed allora pass, con
l'appoggio della sinistra, la formulazione escogitata da Fanfani (sinistra democratico-cristiana):
Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
Nascevano intanto le democrazie popolari.
Nella comprensione degli eventi cui ora ci volgeremo non sar facile, ancora per molto,
prescindere dalle passioni, dai risentimenti e dai clichs. Sono ancora in circolazione i rappresentanti o
gli eredi di quasi tutte le formazioni politiche che tennero le redini di quei paesi e di quelle che vi si
opposero. Ci non toglie che la necessit di capire si imponga, quale che sia la prospettiva di ciascuno,
apologeti o avversari, eretici e trionfatori. Inoltre, il trionfalismo euforico che si  sprigionato nel
1989-90, quando quei regimi politici si sono via via disfatti, ha ormai ceduto il passo ad una cautela
duplicemente motivata: a) per la delusione che l  subentrata, di cui  un aspetto di immediata
evidenza il frequente ritorno, sotto altre spoglie, delle stesse formazioni politiche al governo degli stessi
paesi; b) per l'aspetto selvaggio che la re-introduzione dell'economia di mercato ha l assunto,
esasperando le divaricazioni sociali e riportando al potere appunto le formazioni di sinistra
variamente aggiornate nel lessico e nei programmi.
Il fattore principale di cui tener conto  e che vale per tutte e due le zone d'influenza in cui
l'Europa dal 1945 in avanti si divise   il condizionamento internazionale. Era una novit assoluta
nella storia del continente. Il continente che aveva dettato legge al mondo diventava ora, per effetto
della guerra scatenata da Hitler, zona d'influenza dei due vincitori, Stati Uniti e Unione Sovietica, con
la Gran Bretagna nel ruolo niente affatto trascurabile di comprimario del vincitore occidentale. La
prima spartizione delle zone d'influenza era avvenuta, del resto, tra Churchill e Stalin, a Mosca, il 9
ottobre 1944: il giorno in cui si svolse la memorabile scena delle percentuali, scritte da Churchill di
sua iniziativa e di suo pugno.
Che ne direste di un predominio del 90% in Grecia per noi e il 50% a testa in Jugoslavia?.
Mentre gli traducevano le mie parole  seguita Churchill  scrissi su un pezzo di carta:
Romania
Grecia
Jugoslavia
Ungheria
Bulgaria
Russia
90%
10%
50%
50%
75%
Gli altri
10%
50%
50%
25%
Gran Bretagna (d'accordo con gli Usa)
90%
Spinsi il foglio sotto gli occhi di Stalin, al quale avevano finito di tradurre le mie parole. Ebbe
un attimo di perplessit. Poi prese la sua matita blu, vi fece un gran segno d'approvazione, e me lo
restitu. Era stato tutto sistemato in un lampo. Poi ci fu un lungo silenzio. Il foglio di carta, con quel
segno blu, stava al centro della tavola. Finalmente dissi: Non vi  forse pericolo che questo modo di
sistemare dei problemi da cui dipende la sorte di milioni di esseri umani sar forse giudicato un po'
cinico? Forse  meglio bruciare questo foglio. No, disse Stalin, conservatelo20.
Il giorno dopo, negli incontri tra i due ministri degli Esteri, Molotov ed Eden, le percentuali dei
sovietici furono fissate come segue: Ungheria 80, Romania 90, Bulgaria 80, Jugoslavia 60. La Polonia
era un tema pi delicato: anche perch proprio per difendere quello Stato riottoso ad ogni entente con
l'Urss l'Inghilterra diceva di esser scesa in guerra il 1 settembre 1939. Comunque il problema fu
avviato a soluzione con un po' di sottigliezze in pi (c'era un governo anti-sovietico in esilio a Londra,
ed un governo pro-sovietico a Lublino) nelle conferenze di Yalta (4 febbraio 1945) e di Potsdam (17
luglio 1945), cui tenne dietro, un mese pi tardi, l'accordo polacco-sovietico sulla frontiera
dell'Oder-Neisse, che spostava la Polonia verso ovest a danno dell'oramai distrutta Germania. Della
Cecoslovacchia non s'era detto, ma erano i sovietici che avevano liberato il paese dai Tedeschi.
Nella sostanza il metodo era lo stesso adottato nell'intesa russo-tedesca dell'agosto 1939.
Anche allora erano rimaste zone d'ombra, che ognuno dei due contraenti interpret a suo modo,
giungendosi  cos  in meno di due anni alla guerra, per iniziativa tedesca. Ma questa volta la novit
era che interlocutrici dell'Urss erano le democrazie, la cui macchina propagandistica peraltro aveva a
suo tempo esecrato il patto. Il moralismo va bandito quando si considera tale vicenda. N la
democrazia (bandiera dell'Occidente) n il socialismo fecero una parte conforme ai rispettivi
princpi. Per, oggi possiamo dire che non c'era altro modo di chiudere la guerra: oggi che
sappiamo oltre tutto quanto sia pericoloso un mondo squilibrato non pi bipolare. Pare che Stalin abbia
scritto a Tito, nell'aprile del 1945: Questa guerra non somiglia a nessuna delle guerre del passato; chi
occupa un territorio vi impone il proprio sistema sociale. Tutti impongono il proprio sistema sociale fin
dove i loro eserciti possono avanzare. E non potrebbe essere altrimenti. Chiaramente non conosceva la
storia della Grecia antica, perch vi avrebbe trovato conferma della stessa prassi.
Nel 1944-45, la novit, rispetto al '39, era la maggiore complessit e maggiore vastit della
scacchiera, la molteplicit delle questioni urgenti sul tappeto (oltre tutto nulla era chiaro sul destino
della Germania sconfitta) e infine la presenza di varianti imprevedibili (De Gaulle e le ambizioni di
un paese, la Francia, che senza troppa convinzione veniva incluso nel club dei vincitori). De Gaulle
si present da Stalin circa un mese dopo la scena del foglietto (fine novembre 1944). Trattando
direttamente con Mosca voleva rafforzarsi contro Inghilterra e Stati Uniti, che pure lo avevano appena
riconosciuto come capo di un governo provvisorio francese. Inoltre egli premeva per smembrare la
Germania, riprendendo le mire della Terza Repubblica sulla Ruhr, e ora sulla Saar.
La Grecia intanto era riguardata da Churchill come terreno di caccia riservato per
l'Inghilterra, anche a costo, per gli Inglesi, di subentrare ai nazisti nella lotta contro i partigiani greci!
Franois Fejt, autore molto precoce (1952, 19692) di una Histoire des dmocraties populaires,
ha sollevato la questione della complicit, e dunque delle responsabilit, di Roosevelt e Churchill.
Singolarmente per imposta la questione non intorno al fatto centrale, che  l'adozione (per iniziativa
britannica e per l'interesse britannico a tutelare la propria longa manus sulla Grecia) del criterio
spartitorio, bens sulla ampiezza delle concessioni fatte a Stalin21. La sua risposta , sul piano
realpolitico, del tutto ragionevole: Al momento di Yalta, i sovietici avevano gi il controllo dei paesi
baltici, della Romania e della Bulgaria, erano profondment engags in Polonia, in Ungheria e
occupavano Belgrado, oltre ad avere una direttiva di marcia ormai spianata verso Berlino, Vienna e
Praga; dunque en position per dominare l'Europa. Ne deriva  prosegue  che dinanzi a questo
maremoto (raz-de-mare) della potenza terrestre sovietica, i due leaders occidentali erano di fronte
alla scelta o guerra contro la Russia o compromesso. Inoltre la Germania resisteva ancora con tenacia
inaudita e imprevedibile22, il Giappone teneva testa agli Usa nel Pacifico e la bomba atomica non c'era
ancora. Dunque una guerra per ricacciare indietro la Russia sarebbe stata un'assurdit. Un quadro
molto interessante: da un certo punto in avanti il gioco a tre (per lo meno negli ambienti retroscenici del
potere militare e dell'intelligence) era ricominciato; e una parte della propaganda dell'Asse, o collegata
all'Asse (per esempio Le Mois Suisse in Svizzera), aveva incominciato a battere il tasto della civilt
occidentale (e/o europea) da difendere contro il dilagante bolscevismo. N mai erano mancate nei tre
paesi  e in particolare in Usa  forze apertamente favorevoli alla Germania, o che comunque tra Urss e
Germania preferivano senz'altro la seconda. Il recente volume di Joseph Benderski (La minaccia
ebrea, 2001) illustra ampiamente questo fenomeno, e ricorda tra l'altro come il generale Patton
accusasse due consiglieri del presidente Truman, Morgenthau e Baruch, di diffondere il virus della
vendetta semita contro la Germania. Insomma con quelle parole Fejt adombra che l'ipotesi  remota
e impraticabile per i leaders politici anglo-americani  di cambiare avversario quando ancora la guerra
era in corso non era poi cos campata in aria: almeno presso settori influenti, e che ancora pi lo
divennero col sorgere e divampare, sin dal 1947, della guerra fredda.
N va trascurato un ulteriore fattore, per comprendere meglio come si erano venuti formando i
destini dell'Europa centro-orientale gi negli ultimi mesi del conflitto: un fattore cui pure Fejt fa
cenno, e cio il modo in cui s'era venuta realizzando la liberazione dell'Est da parte dell'Armata
rossa. Essa aveva potuto contare sull'appoggio attivo di forze partigiane  uno dei mezzi di lotta che
sin dall'inizio dell'invasione tedesca Stalin aveva fortemente caldeggiato , forze che facevano capo in
gran parte all'organizzazione comunista clandestina. Si tratt di avamposti che, quasi automaticamente,
vennero a trovarsi in posizione predominante all'arrivo dell'esercito sovietico. Stalin poi non aveva
affatto una visione mitizzante dei suoi immediati vicini a occidente. Fejt ricorda una pungente
battuta rivolta dal leader sovietico a Harry Hopkins, brillante collaboratore di Roosevelt, a proposito
della Polonia: Un paese non  necessariamente innocente solo perch piccolo. E certo le recenti
rivelazioni sul furioso antisemitismo dei Polacchi durante l'occupazione nazista sembrano confermare
l'amara diagnosi23.
In questo quadro, che  ben noto e che qui si rievoca solo di passata, il principio sottinteso 
logico corollario della divisione in zone di influenza  era: al pi presto, si fanno le elezioni per dare ai
singoli paesi interessati dei governi rappresentativi; comunque, se la divisione in aree ha un senso, le
elezioni le vincono i partiti che fanno riferimento alla potenza egemone in quell'area. Se per si guarda
la carta geografica, ci si accorge che, non essendo Francia e Inghilterra satelliti ma comprimari e
funzionando dunque per loro altre regole, gli unici due paesi  Germania a parte  non coperti
dalla definizione raggiunta erano, a est, la Cecoslovacchia e, a ovest, l'Italia. Il loro prevedibile destino
si gioc nel 1947-48. Il principio funzion allo stato puro quando nacquero le due Germanie.
Chiarita, sia pure a tratti assai sommari, l'incidenza del quadro internazionale su tutto ci che
avvenne dopo, resta da aggiungere che anche nelle democrazie popolari le coalizioni ad egemonia
comunista vinsero le elezioni. Anche loro giunsero al potere col consenso, portati da un favore
elettorale creato, nell'immediato, dal modo in cui era avvenuta la liberazione di quei paesi. Il punto
debole, sul lungo periodo, fu  per tutti loro  la convinzione che quel successo, una volta conseguito,
avesse validit per un tempo indefinitamente lungo, e che le verifiche ed il periodico rinnovo della
legittimazione (cos abilmente praticato in Occidente) fossero del tutto superflui: le realizzazioni sociali
 pensavano  avrebbero ben altrimenti consolidato i regimi. Il che palesemente non fu. Essi non
seppero creare un modello chiaro di nuovo Stato popolare e perseverarono scetticamente in un
sistema di elezioni apparenti, mimate solo esteriormente su quelle occidentali. Il che port
inesorabilmente a ridurre il consenso.
Insomma non si pu ridurre questo pezzo della storia d'Europa, e delle esperienze democratiche
in Europa, ad una rappresentazione di marionette. Cos come non ha senso una rappresentazione,
meramente polemica, della fase subito precedente della storia di quei paesi, quella che vide parti
consistenti della popolazione aderire consapevolmente al predominio nazista.
Monsignor Tiso, leader della Slovacchia nazistificata, continua ad essere popolare in
Slovacchia anche dopo la liberazione, e dopo la condanna. E lo stesso pu dirsi della Croazia di fronte,
per un verso, ai camerati tedeschi, e per l'altro ai partigiani guidati da Tito (per il quale fu un
problema del tutto particolare riuscire ad immettere con successo quella repubblica nella federazione
jugoslava). N  fuor di luogo ricordare a questo proposito quanto sia stato, fino al 1943, vicino al
Reich hitleriano quello che poi divenne il paese-simbolo del socialismo nordico, cio la Svezia. Il 5
luglio 1940 il governo socialdemocratico di Hansson, ampliato a coalizione di unit nazionale, aveva
firmato un accordo con il Reich che metteva il paese nordico a disposizione del transito militare
tedesco24. Il consenso, nel paese, era largo; e rest tale anche quando, nella seconda met del 1943, la
guerra cominci ad andar male per l'Asse ed il governo Hansson si spost da una neutralit filo-nazista
ad una neutralit filo-Alleati.
La costruzione del consenso non  una invenzione dei tempi recenti.
La rapida accelerazione del processo di crisi dei regimi fascisti, in stretta connessione col
precipitare degli eventi bellici, l'inasprirsi della repressione da parte degli occupanti tedeschi ed il
rapido peggioramento delle condizioni di vita delle popolazioni furono i fattori che determinarono, in
quei mesi, spostamenti massicci di opinione pubblica in direzione degli Anglo-Americani in Francia
e in Italia, e dei sovietici nell'Est Europa. La stessa lotta partigiana, se su una parte della popolazione
aveva avuto l'effetto negativo dovuto alle rappresaglie naziste, su altra parte della popolazione ebbe un
effetto opposto e di adesione, psicologica quando non attiva, all'azione dei combattenti irregolari, in
maggioranza comunisti25. Questo fu un fattore rilevante al momento del formarsi, con la fine del
conflitto, di governi provvisori nei paesi liberati dai sovietici. Sempre l'atto di nascita di regimi politici
consiste nella presa del potere da parte di un gruppo di forze che costruiscono uno stato di cose
nuovo, entro cui  se l'opera loro ha successo  si svilupper la successiva vicenda e si affermer una
nuova legalit.  cos che si afferma, e deve poi sapersi far legittimare, un nuovo ordine. Cos fecero
 non senza l'imprevisto della lunga guerriglia denominata brigantaggio meridionale  i Piemontesi
quando si annessero l'Italia centro-meridionale nel 1861. Thiers nel 1871 proclama la Repubblica in un
paese sicuramente a maggioranza monarchico, cui soltanto nel 1875 si riuscir a dare una costituzione
repubblicana. Cos anche  lo si  visto nei capitoli precedenti  il partito fascista, tra il 1922 e il 1926,
che, nel solco dell'avallo accordatogli sin dall'inizio dalla massima autorit dello Stato, pot contare
sul convinto appoggio dei ceti dominanti e dei ceti medi e partire alla conquista delle masse. Cos
l'antifascismo nel 1944-46 si  fatto Stato sulla base di una autolegittimazione, le cui fondamenta sono
le stesse che sorressero i governi instaurati dai sovietici nei paesi est-europei via via liberati. Tutto ci
che accadde dopo fu possibile appunto a seguito di tale atto fondativo, rinsaldato e garantito, al tempo
stesso, dalla cornice definita nella spartizione reiteratamente ribadita dai tre vincitori del conflitto.
La considerazione di cui le varie democrazie popolari hanno goduto nel mondo, che
costruisce l'opinione pubblica del resto del pianeta  cio in Occidente , mutava secondo ragioni di
politica internazionale e di schieramento internazionale. L'esempio pi clamoroso  la Jugoslavia. Fino
allo scontro con Stalin (1948), Tito, ed il regime socialista a partito unico da lui instaurato sulla base
di un forte consenso (e di una non meno forte repressione del dissenso), fu giudicato come il capofila
dei quisling sovietici. I metodi sommari e davvero feroci con cui i suoi partigiani avevano chiuso la
partita sul fronte italiano erano oggetto di esecrazione. Con la rottura tra Tito e Stalin, il regime
jugoslavo  che certo non cambiava ipso facto natura  fu oggetto di un mutamento di giudizio
capillarmente pervasivo e largamente vincente. (Finch Chrus?c?v non si decise, nel 1955, a ristabilire
la collaborazione con Tito, fu la parte sovietica che pass a denunciare il carattere criminale del
regime jugoslavo: ma questo martellamento propagandistico, che pur conteneva anch'esso elementi di
verit, non faceva opinione pubblica). L'acme della considerazione positiva Tito la raggiunse col patto
greco-turco-jugoslavo, un patto palesemente anti-Urss, in continuit geografica con le varie alleanze
(Nato, Seato, ecc.) del nuovo cordone sanitario.
Ai funerali di Tito (maggio 1980) tutti gli statisti del mondo accorsero nel pieno e deferente
rispetto dell'esperienza ch'egli aveva incarnato. La decisione statunitense di procedere, dopo la fine
dell'Urss, alla dissoluzione anche della Federazione jugoslava ha comportato invece, sul piano
storiografico, un ridimensionamento radicale di Tito e di tutta l'esperienza jugoslava. Tutti i crimini
commessi, alla fine della guerra mondiale, nella regione istriana tornano alla ribalta, offuscano l'epopea
della lotta anti-nazista dei titini, e fanno da elemento ormai decisivo per la valutazione stessa del
regime politico-sociale instaurato e tenuto in vita per vari decenni dai comunisti jugoslavi.
Inversamente l'Ungheria non ha meritato  in Occidente  altra considerazione se non il
disprezzo o l'ironia, quantunque da un certo punto in avanti il regime politico si sia liberalizzato in
forme in Jugoslavia impensabili sotto Tito: ma il governo di Kdr doveva essere mantenuto in una
condizione di quarantena perch macchiato dal suo stesso atto di nascita. Tragicomica poi la
vicenda altalenante di Ceausescu, il cui ostentato autonomismo dall'Urss lo fece assurgere a ranghi
impensabili per un leader dell'Est, salvo a piombare nel fondo degli inferi nel momento della sua
meritata fine.
Insomma, lo studioso di quei sistemi politici  alle prese con una materia su cui pesa una coltre
spessa di sovrappi propagandistico, che ha finito col sopravvivere fastidiosamente anche all'esaurirsi
stesso della sua utilit pratica.
Le due caselle vuote erano, come s' detto, Italia e Cecoslovacchia.  per evidente che
l'Italia, pur non nominata esplicitamente negli accordi spartitori, veniva a trovarsi  per le stesse
modalit della sua liberazione da parte di truppe anglo-americane e per la determinante presenza delle
autorit alleate nella vita del regno del Sud ridiventato, man mano, Regno d'Italia  nell'area di
influenza americana (ancor pi che inglese). Ora bisognava pilotare la nascita di un governo conforme.
Quando erano stati messi fuori legge da Mussolini, nel novembre 1926, i comunisti erano un
piccolo partito. Nelle elezioni del 1921 e del 1924 avevano conseguito un risultato modesto. Poi erano
stati perseguitati e dispersi. Ma avevano continuato a tenere in vita una struttura clandestina, che il
fascismo riusc a inquinare, a riempire di infiltrati, ma mai a distruggere del tutto. Nel 1929, in
applicazione delle direttive insensate del VI congresso del Komintern, molti comunisti erano rientrati
ed erano quasi tutti caduti nelle reti della polizia e dell'Ovra. Nondimeno in Spagna la loro presenza
nelle Brigate internazionali fu rilevante. Nella sostanziale inerzia degli altri partiti messi fuori legge dal
fascismo, i comunisti non cessarono mai di esistere come organizzazione, e di agire. Alla fine del 1943
furono i primi a tentare di dar vita ad una guerriglia partigiana contro Sal e l'occupazione tedesca.
Quei diciotto mesi di lotta impari furono il terreno su cui rinacque un'organizzazione comunista,
mentre nel regno del Sud l'azione volutamente moderata e unitaria di Togliatti, avviata col colpo
d'ala della svolta di Salerno e dell'entrata dei comunisti nel governo di Badoglio, creava le
condizioni perch nell'Italia profonda e conservatrice del Meridione tornasse ad esistere un partito
comunista. Il capolavoro politico di Togliatti consistette nel saper coniugare il grande prestigio e
radicamento popolare che la lotta partigiana creava nel Centro-Nord con il suo farsi statista nel governo
nazionale. L'accantonamento della questione istituzionale fino alla completa liberazione del territorio
nazionale  sua linea, impostasi man mano all'intera sinistra  imped la deriva estremistica (cui il
partito socialista era naturaliter predisposto): deriva che avrebbe offerto l'appiglio, anzi l'occasione
favorevole, una volta finita l'emergenza bellica, per mettere fuori legge i comunisti.
Che in area d'influenza anglo-americana questa prospettiva negativa fosse tutt'altro che
inverosimile, lo dimostravano gli sviluppi della situazione greca, dopo l'insurrezione di Atene (3
dicembre 1944) originata dall'ordine del generale inglese Scobie di disarmare tutte le formazioni
partigiane: la repressione inglese della rivolta, durata oltre un mese; il tradimento degli accordi di
Varkiza (febbraio 1945); le elezioni-farsa del marzo 1946, disertate da tutti i partiti tranne il
monarchico-populista, eterodiretto dagli Inglesi; il rientro del re; la guerriglia lanciata dall'ottobre 1946
dall'Armata democratica della Grecia poi Governo provvisorio della Grecia libera (dicembre
1947), per schiacciare il quale Churchill chiese l'intervento di Truman, atto che segn il passaggio
della Grecia sotto il diretto controllo americano. La guerriglia fu domata soltanto nel 1949, e da allora
fino al rientro del vecchio Papandreu (vittoria del Centro nel 1964, cui tenne dietro il golpe dei
colonnelli dell'aprile 1967) la Grecia fu sotto la dittatura parlamentare della destra, sotto protezione
Usa.
Questo lo scenario che Togliatti seppe evitare all'Italia, per l'abilit e concretezza della sua
scelta moderata, ma anche per merito delle componenti schiettamente antifasciste del vertice
democratico-cristiano e dei cosiddetti laici (repubblicani, socialisti-democratici).
Alla prima verifica elettorale (2 giugno 1946) il risultato dei comunisti era stato buono (19%),
inferiore a quello del partito socialista (che allora si chiamava di unit proletaria): complessivamente
la sinistra era il 40% dell'elettorato, la Democrazia cristiana da sola il 30%. In Francia, nello stesso
anno, i socialisti e i comunisti erano la maggioranza parlamentare. Ma la Francia, essendo essa stessa
(sia pure con qualche limitazione oggettiva) un paese leader, non poteva esser trattata come un paese
sotto tutela. La storia della Quarta Repubblica  infatti la storia del ritorno al potere delle forze
moderate, da sempre egemoni: ritorno di cui lo schieramento atlantico fu una componente, ma non
l'unica, e alla fine persino marginale. La storia repubblicana dell'Italia  invece la storia di un paese
sotto tutela e sotto osservazione costante: un paese per il quale la potenza egemone aveva,
costantemente, pronta la soluzione alternativa per il caso che l'elettorato desse risposte
inaccettabili.
La grande prova fu il 18 aprile 1948. In epoca senza sondaggi le previsioni sul voto erano
assai ardue. Gli Usa si attrezzarono anche per l'eventualit che il Fronte democratico-popolare
vincesse. Il documento reso noto nel novembre 1994 (documenti Cia resi accessibili agli studiosi dalla
prima amministrazione Clinton)26 datato 5 marzo 1948, intitolato Conseguenze dell'ingresso al
potere dei comunisti in Italia con mezzi legali, prevede l'intervento immediato degli Stati Uniti,
dapprima attraverso la secessione della Sardegna e della Sicilia, quindi con la guerriglia, sostenuta
dagli Americani che non dovrebbero per apparire in prima persona. L'altra alternativa presa in
considerazione, dopo la premessa gli Usa non possono permettere ai comunisti di andare al potere in
Italia con mezzi legali perch le ripercussioni psicologiche sarebbero tremende,  quella di
falsificare il risultato del voto. Come si sa, nulla di tutto ci fu necessario. Gli effetti degli aiuti
alimentari americani furono di gran lunga pi potenti, il partito democratico cristiano ottenne da solo
la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera, e nondimeno De Gasperi form un governo di
coalizione con i laici (socialisti-democratici, repubblicani, liberali). Si narra che Togliatti abbia
commentato che quello era stato il miglior risultato27: intendeva, certo, che una vittoria avrebbe
avuto esattamente gli effetti che il documento Cia del 5 marzo tratteggiava.
Ci che gli esperti americani non potevano prevedere, n compresero mai, era la natura del
partito democratico cristiano. Nel 1990  stato pubblicato il carteggio fra l'ambasciatrice degli Stati
Uniti a Roma, Clare Boothe Luce, e il Dipartimento di Stato. Nel novembre 1953, dopo lo scacco
elettorale del giugno 1953 (tentativo di introdurre una legge elettorale che correggesse il sistema
proporzionale attraverso un premio di maggioranza: il premio non scatt per pochi voti),
l'ambasciatrice scrive nel suo rapporto: Il signor Scelba mi ha detto che i comunisti possono sempre
essere messi dentro nel caso lo si ritenga necessario, ma non  ancora giunto il momento. Questo
atteggiamento, dalla signora giudicato morbido, induce la scrivente a questa irritata valutazione di
Scelba, noto storicamente per la sua durezza nella contrapposizione al Pci: Il signor Scelba non ha
vere emozioni o convinzioni in materia di comunismo28.
Infiltrarono uomini ai vertici del Pci29, tentarono ogni altro genere di pressioni, cui non fu
estraneo il Vaticano che lanci per fini intimidatori la scomunica vitanda per coloro che votavano
comunista, ma la Democrazia cristiana non si fece mai sospingere verso la decisione irreparabile. De
Gasperi cominci a non essere pi benvisto in Vaticano; eppure dalla generazione successiva emersero
leaders come Fanfani e Moro la cui strategia prevalente era il centro-sinistra col recupero del Psi a
responsabilit dirette di governo. Tutto questo, non va mai dimenticato, ha portato in un tempo
successivo a tentativi di trattare l'Italia non addomesticata come la Grecia del 1967 o il Cile del
1973. Ma questa  storia successiva.
Quando si ripercorre cos sommariamente la complicata vicenda dell'Italia repubblicana si
rischia forse di assumere un punto di vista troppo unilineare, che trascura sfumature, andirivieni,
mutamenti di ruoli, avanzamenti e sconfitte e soprattutto concentra lo sguardo sui momenti di crisi
collegandoli troppo strettamente tra loro. Quel che resta comunque, come bilancio assai essenziale ma
veridico di questa vicenda,  per un verso la minaccia esterna costante da parte della potenza dominante
(il cui presupposto era l'individuazione nei comunisti italiani della obbediente longa manus di un
potere sovietico perennemente all'offensiva), e per l'altro la tenuta del patto costituzionale tra i tre
maggiori partiti che avevano fondato la Repubblica e scritto la Costituzione.
Se De Gasperi si alien il Vaticano, Togliatti non ebbe vita pi facile nel suo campo.  stato
osservato che, dopo il rifiuto da lui opposto alla richiesta di Stalin, che lo avrebbe spostato al
Cominform togliendolo al partito italiano30, Togliatti non  pi tornato a Mosca, nemmeno per il XIX
congresso del Pcus (ottobre 1952), e vi  tornato solo per i funerali di Stalin (marzo 1953). Episodi
ancora non del tutto chiari. Una cosa  certa: che la parte cosiddetta resistenziale e insurrezionale
del Pci, rappresentata da Pietro Secchia, ha tentato di mettere in discussione  in un momento
particolarmente critico  la leadership togliattiana rivolgendosi direttamente a Stalin, ma ne ricevette
un rifiuto31.
Peraltro proprio il XIX congresso del Pcus (offuscato dal ben pi celebre XX) segna  dopo che
la politica di Stalin nel dopoguerra ha proceduto a zig-zag in molti campi (dalla questione tedesca alla
distensione) ed ha creato una situazione di assedio in tutte le democrazie popolari  un inopinato
riconoscimento della linea di condotta del partito italiano.
Stalin ha assistito a quel congresso, per la prima volta per non ha tenuto il rapporto principale
(affidato al suo successore), ma ha pronunciato una breve riflessione finale. In tale breve allocuzione
gli unici dirigenti comunisti del mondo occidentale nominati esplicitamente sono Togliatti e Thorez.
Togliatti, che non  presente ma ha inviato Luigi Longo con un suo messaggio, viene citato da Stalin
come se avesse parlato l, nel congresso. Entrambi i messaggi, quello francese e quello italiano, hanno
fatto riferimento al comportamento internazionalista che i comunisti dei due paesi terrebbero in caso
di guerra contro l'Urss, Thorez pi chiaramente, Togliatti in forma pi sfumata. Stalin risponde loro
facendo intendere che tale promessa non  un regalo ai sovietici: giacch  osserva  l'impegno dei
due ad impedire che i loro popoli combattano contro l'Urss  in primo luogo un aiuto dato ai
Francesi e agli Italiani, e poi un aiuto allo sforzo pacifico dell'Urss. Dunque una replica quasi
pungente. Nella seconda parte invece c' un'apertura molto esplicita verso i programmi progressisti:
tali programmi, dunque non quelli di rivoluzione sociale, sono il compito attuale dei comunisti in
Occidente. La bandiera delle libert democratico-borghesi  dice Stalin  la borghesia l'ha buttata a
mare: io credo che tocchi a voi, rappresentanti dei partiti comunisti e democratici, di risollevarla e
portarla avanti, se volete raggruppare attorno a voi la maggioranza del popolo32. Se dunque si vuole
conquistare la maggioranza  il che resta perci la via classica per accedere al potere  in Occidente,
bisogna lottare per le libert democratico-borghesi, conculcate proprio in Occidente. Musica per i
delegati inviati da Togliatti.
Anche in Cecoslovacchia gli aiuti alimentari, questa volta sovietici, ebbero un effetto elettorale,
come il pane americano, di l a poco, nel 18 aprile italiano. Nell'estate del 1947 il raccolto era stato
pessimo, a causa, tra l'altro, di un straordinaria siccit. La Cecoslovacchia era stata costretta a chiedere
aiuti all'estero. In novembre, quando si era ormai in vista delle elezioni, fissate per il 30 maggio, il
ministro Hubert Ripka part per Mosca. Il governo cecoslovacco era, dalla fine della guerra, un governo
di coalizione (comunisti, socialisti, socialisti-nazionali, populisti) presieduto dal leader comunista
Klement Gottwald. Il 7 luglio questo governo aveva dichiarato il proprio interesse al piano Marshall,
ma lo sbarramento opposto dai sovietici al piano aveva reso vana quella dichiarazione di principio. Il
colpo di scena fu che, prima ancora che Ripka giungesse a Mosca, Stalin fece diramare l'annuncio che,
su sollecitazione di Gottwald, l'Urss avrebbe inviato in Cecoslovacchia ben pi del richiesto:
600.000 tonnellate di grano. Il donativo, che effettivamente ci fu, ebbe luogo in febbraio; il 19 febbraio
Zorin, gi ambasciatore a Praga e ora vice-ministro degli Esteri, giunse a Praga per seguire da vicino
l'operazione, e presenziare ad una tempestiva manifestazione di amicizia ceco-sovietica.
Il contrattacco dei socialisti-nazionali e dei populisti  mirante a far cadere il governo di
coalizione prima delle elezioni  si risolse a loro stesso danno. Minacciarono le dimissioni dei loro
ministri se non si fosse messa sotto inchiesta la polizia, troppo inquinata da elementi fedeli al Pc;
speravano di staccare i socialdemocratici dalla coalizione con Gottwald. Ma proprio qui il piano fall.
Fierlinger, il leader socialista, sotto la pressione di una parte della sua base, oltre che per sua
convinzione, rimase nel governo. Del resto lo stesso Benes?, il vecchio presidente della Repubblica, in
un volume di carattere autobiografico lanciato in ottobre, aveva espresso il sostanziale appoggio al Pc,
non disgiunto da un caldo appello ad avere pazienza: I nostri comunisti  scriveva  che sono andati
gi cos avanti sulla via del potere, devono capire che dovrebbero fermarsi un po'. Non si chiede
assolutamente loro di fare marcia indietro, ma di avere un po' pi di pazienza, onde scegliere il
momento propizio per riprendere la loro marcia, nella strada di una evoluzione ragionevole33.
Il risultato fu che i ministri dei partiti nazionalista e populista uscirono dal governo, e la loro
iniziativa fu presentata dal Pc come l'inizio di un colpo di Stato contro il governo legittimo. La
mobilitazione contro il pericolo raffigurato drammaticamente all'opinione pubblica fu impressionante.
Osserva Fejt che i comunisti avevano con s la quasi totalit dei ceti operai: il che non era affatto la
maggioranza del corpo elettorale, ma la parte di gran lunga pi attiva e, in quel momento, all'offensiva.
Il 25 febbraio si formarono, per iniziativa comunista, comitati di azione rivoluzionaria in tutte le
fabbriche, nell'amministrazione, nei villaggi. Benes? fu inondato di messaggi da tutto il paese perch
accettasse le dimissioni dei dodici ministri e riconfermasse la fiducia al governo Gottwald. Inizialmente
Benes? fece sapere a Ripka: Non ceder mai. Sull'onda della mobilitazione generale, la polizia
incominci ad arrestare alcuni esponenti dei due partiti; Benes? fu posto di fronte alla rivelazione di un
loro complotto. La Pravda di Mosca scrisse: Il popolo cecoslovacco si  gi espresso. La politica
del governo Gottwald  approvata da decine di migliaia di operai e di contadini; essa esprime la volont
del popolo. Il seguito, in rapida successione di eventi, fece perno sulla scelta dei socialdemocratici (la
maggioranza guidata da Fierlinger e il centro guidato da Lausman) di appoggiare Gottwald. Nel nuovo
governo, composto solo di socialdemocratici e comunisti, fu incluso anche il prestigioso e non
schierato Jan Masaryk, nonch alcuni dissidenti dei socialisti-nazionali. Il suicidio di Masaryk e la
decisione di Benes? di ritirarsi fecero da cornice alle elezioni, svoltesi in modo apertamente
plebiscitario. Gli elettori disponevano di due schede: una del Fronte (che si chiamava per l'esattezza
Fronte nazionale), l'altra bianca. Il ministero degli Interni sostenne che nessuna lista indipendente
s'era potuta formare, mancando i necessari mille firmatari. Il Fronte ebbe 6.431.963 voti, le schede
bianche furono 1.573.924. Le dimissioni di Benes? avvennero l'8 giugno, e presidente della Repubblica
divenne lo stesso Gottwald.
Studiando i documenti sul colpo del 1948 venuti fuori durante la primavera di Praga del
1968, Fejt si ribadiva nella diagnosi espressa gi nella prima edizione del suo saggio. Essa si articola
in due parti: a) la premessa del successo fu l'appoggio totale al Pc da parte della classe operaia, forte
numericamente ma minoranza del corpo elettorale; b) la scelta da parte del Pc (e, inizialmente, dei suoi
alleati) di forzare il meccanismo elettorale in direzione della costruzione preventiva del successo
elettorale non sarebbe stata, in quel momento, una scelta obbligata. Il colpo di Praga fu intreccio tra
rivoluzione e colpo di Stato.
Il primo errore fu di non valutare la difficolt crescente che una tale scelta avrebbe determinato,
e puntualmente determin; difficolt che furono aggravate dalle convulsioni interne al movimento
comunista, che di l a poco sarebbero dilagate sulla scia della rottura con Tito. Il secondo errore, ancor
pi grave se possibile, fu quello di credere davvero  come Gottwald, Kopecky ed altri allora
ripetutamente affermarono  che l'esperienza cecoslovacca potesse divenire, dati i caratteri di
modernit in senso occidentale del paese centro-europeo, un modello anche per la possibile evoluzione
politica in Occidente. Il fondamento e radicamento sociale dell'esperienza socialista era peraltro
profondo: non si comprenderebbe altrimenti come, vent'anni dopo, il movimento riformatore 
liquidato dall'invasione dell'agosto 1968 , cos diffuso nel paese, si richiamasse pur sempre al
socialismo. Ed oggi possiamo osservare che proprio la liquidazione di quella esperienza, attuata nel
1968, cre le premesse per lo sgretolamento inarrestabile vent'anni dopo.
Sul momento, comunque, il colpo di Praga ebbe, a Occidente, l'effetto esattamente contrario
a quello immaginato dai suoi autori. In Italia si vot il 18 aprile, dunque dopo la formazione del
secondo governo Gottwald e prima delle elezioni-plebiscito. Ma l'effetto deterrente in senso
anti-comunista tra il ceto medio fu indiscutibile. Il Pci miglior le sue posizioni elettorali (come si vide
scomponendo per partiti il risultato del Fronte democratico-popolare), ma la sinistra nel suo
complesso  dopo la scissione socialista  pass dal 39,7% al 31%. Di l a poco sarebbe partita la
campagna contro il deviazionismo titino, che avrebbe lacerato tutti i partiti comunisti, soprattutto
quelli del blocco orientale, ma avrebbe lambito anche i Francesi e gli Italiani (questi ultimi, in
compenso, ebbero ora la possibilit di sfoderare molto patriottismo sulla questione di Trieste). Ma
certo il pi lacerato dallo scisma di Tito  e dall'allarme di Stalin che il nuovo scisma avesse un
sguito ben pi dirompente che la lotta a suo tempo condotta contro Trockij  fu proprio il fiorente e
autorevole partito cecoslovacco34. Il carattere accanito (e al limite suicida) dello scontro , tra l'altro,
una delle conseguenze della visione che sorregge l'avvio delle democrazie popolari: che cio il
consenso si acquisisce una tantum, che il consenso che conta  quello della massa politicamente
attiva35, e che, comunque, vale per un'intera fase storica. La storia delle democrazie popolari  cui
accenneremo nei capitoli seguenti   essenzialmente la storia di come, irreparabilmente, il consenso fu
dissipato proprio presso quella base sociale che era considerata di per s legittimante.
...
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...
Capo 14. Guerra fredda e arretramento della democrazia.
.
Nel giugno del 1948, a ridosso della presentazione del famigerato progetto di legge
Mundt-Nixon, sostenuto dal Comitato per le attivit anti-americane, che di l a poco mise in moto una
catena di inchieste e processi politici  i processi maccartisti come si  soliti definirli dal nome del
senatore McCarthy, principale esponente del Comitato , Thomas Mann, esule in Usa dal 1938,
lanci l'allarme in un discorso tenuto al Peace Group di Hollywood. Tutto quello che sta accadendo
 disse  accade per la rabbia e il rimpianto di non aver battuto la Russia a fianco della Germania,
piuttosto che il fascismo a fianco della Russia1. Da questa rabbia  proseguiva lo scrittore  da
questo rimpianto, nasce il disegno di legge Mundt-Nixon, il quale, se convertito in legge, costituirebbe
un passo decisivo e pericoloso, anche se non il primo, verso un fascismo americano. Segno di tale
deriva gli appare l'indifferenza degli Stati Uniti per gli orrori che accadono oggi in Grecia, per gli
ostaggi assassinati, per le fucilazioni giornaliere [di partigiani comunisti]: tutti delitti di un regime
reazionario, non paragonabili a quanto  accaduto in Cecoslovacchia. Parole che avranno ribadito gli
attivisti del Comitato nel convincimento che anche Mann  come Charlie Chaplin2, Moses Finley,
Dashiell Hammett e tanti altri perseguitati  fosse appunto un comunista. Del resto Nixon non sment
mai il suo passato. Il 5 ottobre 1999 i National Archives di Washington hanno liberato 445 ore
delle sue conversazioni, da presidente, alla Casa Bianca tra il febbraio e l'agosto 1971, e tra i tanti fiori
ne spicca uno, quando Nixon, rivolgendosi al fido Haldemann (uno dei protagonisti del Watergate),
dice: Voglio controllare ogni settore sensibile in cui siano coinvolti degli ebrei. Ci sono eccezioni, ma
in genere non mi fido di quei bastardi.
Erano questi gli uomini che, contrastati ancora sotto la presidenza Truman, prevarranno poco
dopo per aver contribuito nel 1952 alla elezione del generale Eisenhower alla presidenza. (Nixon fu il
vice per due mandati, fino al 1960, quando fu a sua volta sconfitto per un pugno di voti da Kennedy,
ammazzato da chi lo riteneva filocomunista nel novembre 1963). Questi uomini ritennero giunto il
momento di saldare i conti con i comunisti, e di realizzare, nella sostanza, quello scenario che
Mann evoca al principio del suo discorso: riarmo della Germania federale (sorta nel 1949) contro ogni
proposta di neutralizzazione in cambio della unificazione, inserimento della Germania nel sistema
difensivo-offensivo occidentale, apertura alla Spagna franchista in vista di una sua rapida immissione
nel Patto Atlantico. La proposta di immissione della Spagna franchista nella Nato viene approvata dal
Senato americano, in sede di commissione Esteri, e varata all'unanimit dalla Camera dei
rappresentanti il 14 luglio 1955. La risoluzione diceva tra l'altro:
La Spagna forma un anello importante nella difesa dell'Europa occidentale contro
l'imperialismo comunista internazionale. Gli Stati Uniti hanno gi in Spagna importanti basi militari
[che Franco aveva ben volentieri offerto agli Usa], e la Spagna coopera cordialmente con gli Stati Uniti
al mantenimento di tali basi.  quindi del tutto pertinente invitare la Spagna a far parte del trattato del
Nord-Atlantico e ad integrarsi nell'organizzazione dello stesso (Nato), unendosi agli altri nostri
alleati3.
Il segretario di Stato, John Foster Dulles, incontr personalmente il Caudillo, Francisco Franco,
il primo novembre 1955. Il comunicato congiunto diramato in quella circostanza si richiama al patto
militare (difesa reciproca) ed economico (aiuto Usa alla Spagna) stipulato dallo stesso Dulles nel
settembre del 1953, e rileva, con soddisfazione, la piena concordia tra le due parti su tutte le
questioni della politica internazionale.
Con la nuova amministrazione repubblicana, e l'assunzione di John Foster Dulles, fratello del
capo della Cia, al ruolo di segretario di Stato, viene rilanciata la sfida direttamente in Europa: e la
parola d'ordine del nuovo segretario di Stato  roll back, ricacciare indietro l'Unione Sovietica.
Baluardo di questo nuovo fronte d'attacco, la Germania federale.
Oggi che la Germania federale, riunificata dal 1990,  un colosso economico al centro
dell'Europa, guidato da un governo socialista-ambientalista, il cui ministro degli Esteri viene
dall'esperienza politico-culturale del radicalismo studentesco degli anni 1968 e seguenti, non  facile
recuperare e mettere correttamente a fuoco l'immagine della Germania federale (solo occidentale)
dall'ra Adenauer all'ra Brandt.
Lo stesso atto di nascita della Repubblica federale fu un prodotto della guerra fredda.
Lanciata dalla conferenza di Londra del 27 maggio 1948, la trasformazione in Repubblica federale di
Germania delle tre zone di occupazione occidentale fu la premessa e l'antefatto dell'analoga
iniziativa, nella zona di occupazione sovietica (agosto 1948). Entrambi gli Stati prendono forma
definitiva alla fine del 1949. E sintomaticamente entrambi si richiamano, nei dispositivi esordiali delle
rispettive carte costituzionali, all'intera Germania. Le tre zone occidentali non presentavano in partenza
caratteristiche omologhe. Alla maggiore ricchezza e vivacit politica della zona britannica (citt
principale Amburgo), si oppone il maggiore controllo e il clima pi conservatore della zona di
occupazione americana (la Baviera soprattutto). Quanto alla Francia la situazione  del tutto
particolare. La natura dei rapporti con la Francia  delicata, e avvelenata dalle originarie aspirazioni
francesi allo smembramento della Germania, all'internazionalizzazione della Ruhr, ed alla occupazione
 realizzata  della Saar (che infatti torner alla Germania, dopo referendum, soltanto nel 1954). Le
oscillazioni su queste prospettive erano state generali. Alla conferenza di Teheran (28 novembre 1943)
Roosevelt aveva proposto di dividere la Germania, dopo la vittoria, in cinque Stati autonomi, con il
canale di Kiel, la Ruhr, la Saar e Amburgo sotto il controllo delle Nazioni Unite. Churchill aveva
proposto di creare una grande federazione austro-bavarese, e di staccare la Ruhr e la Westfalia dalla
Prussia. Si era stabilita la nascita di un comitato, presieduto dal ministro degli Esteri inglese Eden,
coadiuvato dagli ambasciatori sovietico e americano, per lo studio di come procedere allo
smembramento della Germania, restando intesi che solo in un secondo momento il comitato avrebbe
deciso se associarsi o meno un rappresentante francese. Il comitato non combin nulla; e con stupore
dei leaders occidentali, il giorno stesso della resa tedesca, l'8 maggio 1945, Stalin aveva annunciato
che l'Urss non ha alcuna intenzione di smembrare o distruggere la Germania4.
Andr Fontaine, nell'Histoire de la guerre froide (1965), si chiede quali fossero le cause
dell'improvviso voltafaccia di Stalin. E congettura che egli puntasse ad impossessarsi di tutta la
Germania, basandosi sugli elementi filosovietici tedeschi5. Milovan Gilas, nelle sue Conversations
with Stalin apparse a New York nel 1962, rievoca una dichiarazione fatta da Stalin nel gennaio 1947, in
un incontro con rappresentanti jugoslavi (tra cui Gilas stesso): la Germania rimarr divisa; gli
occidentali si impadroniranno della Germania ovest e noi faremo della Germania est un nostro stato6.
Secondo Wilfried Loth, storico dell'Universit di Essen, la Germania dell'Est fu comunque la creatura
non amata di Stalin (Stalins ungeliebtes Kind si intitola appunto il suo studio edito da Rowohlt nel
1994): secondo lo storico, la opzione prevalente di Stalin era in realt per una riunificazione (e dunque
liquidazione della Ddr) in cambio della neutralit dello Stato tedesco riunificato: questo proponeva la
nota presentata da Gromyko ai tre ministri alleati il 10 marzo 1952. E dai documenti recentemente
emersi, risulta che subito dopo la morte di Stalin anche un suo fedelissimo nel vertice sovietico,
Berija, liquidato poco dopo dai rivali (luglio 1953), aveva rilanciato la stessa proposta. Evidentemente
un avamposto cos lontano era considerato insostenibile, e non  casuale che il primo serio scricchiolio
sia venuto proprio dalla rivolta berlinese del giugno 1953, che fu repressa dai sovietici nel pi assoluto
sbandamento e panico dei dirigenti del nuovo Stato tedesco-orientale.
Il tema dell'unificazione fu, com' ovvio, un cavallo di battaglia a Occidente: una delle
componenti costitutive del clima tedesco-occidentale soprattutto nell'ra Adenauer, nella fase di
incardinamento pieno e incondizionato dello Stato tedesco-occidentale dentro le strutture e
organizzazioni sovranazionali dell'Occidente. Enzo Collotti ha ben caratterizzato quel clima, nel suo
saggio Storia delle due Germanie:
creare una Germania forte, militarizzata materialmente e spiritualmente, capace di reggere
l'urto con l'Oriente in uno stato di permanente tensione interna e internazionale, grazie da una parte
allo spirito di crociata anticomunista, dall'altra alle permanenti rivendicazioni territoriali nei confronti
dei suoi vicini orientali. La parola d'ordine della riunificazione della Germania doveva servire a
sostenere, a galvanizzare e a fondere in un obiettivo e in una spinta unitari tutti i motivi che erano alla
base di questo stato di tensione, al quale recavano nuovo alimento l'oltranzismo occidentalistico e
atlantico. Ma dietro la facciata della politica di riunificazione non c'era che il vuoto: nessuna trattativa
possibile con l'Oriente, nessun contatto, nessun gesto che potesse in qualche modo ristabilire la fiducia
nei confronti della Germania irrimediabilmente distrutta dal nazismo, neppure la sconfessione del patto
di Monaco7.
In realt la Germania federale dei primi dieci anni, fino all'esplosione della contestazione e alla
riscoperta, come fatto della coscienza collettiva, della colpa tedesca e della unicit del fenomeno
nazismo/genocidio,  un paese in cui l'avvio alto rappresentato da una cultura giuridica avanzata 
ripresa (come del resto anche nel Comitato costituzionale del Volksrat dell'Est) dalla migliore
tradizione weimariana, nonch da una rinvigorita presenza del movimento socialista (nelle prime
consultazioni generali, del 1949, di forza pari alla Cdu-Csu)  viene soverchiato dallo spirito
revanscistico, quando non apertamente nazisteggiante: accettato e protetto con la stessa disinvoltura
con cui, in altro scacchiere ma con analoga finalit, venivano imbarcati nella causa atlantica anche i
fascismi iberici.
La fotografia della situazione, intorno all'anno 1959 e nella Repubblica federale,  quella
fornita da Tete Harens Tetens, ebreo tedesco emigrato in Usa dopo il 1933 e rimasto nell'universit
americana anche nel dopoguerra, nel volume, pubblicato a Londra nel 1961, The New Germany and the
Old Nazis:
Esaminando l'intera struttura politica della repubblica di Bonn, si giunge all'inevitabile
conclusione che i nazisti sono ritornati quietamente quasi dappertutto. Dalla cancelleria fino in basso,
attraverso ogni ufficio governativo, i partiti, i parlamenti degli Stati, la polizia, il sistema scolastico e la
stampa, ex nazisti sono bene insediati in molte posizioni chiave8.
Merito del libro di Tetens fu tra l'altro la denuncia del caso Globke. Hans Globke, uno degli
artefici, in epoca nazista, delle leggi razziali di Norimberga, fu sottosegretario inamovibile alla
Cancelleria, protetto da Adenauer, e rimasto al suo posto finch Adenauer fu cancelliere. Il quadro
sarebbe troppo incompleto se non ricordassimo il ruolo svolto dalla Deutsche Partei, il movimento
revanscista, impegnato contro la denazificazione, contro il processo di Norimberga, contro la
diffamazione del soldato tedesco artefice della liberazione di Kesselring e di Manstein.
Rappresentanti di tale movimento sono diventati ministri con Adenauer, e uno di essi, Hans-Christoph
Seebohm, si impegn in prima persona, in quanto tedesco-sudeto, nell'azione volta a respingere la
insistente richiesta cecoslovacca di una dichiarazione, da parte della Repubblica federale, di totale
invalidit del patto di Monaco. Del resto la politica estera dell'ra Adenauer aveva come suo architrave
la rivendicazione delle frontiere tedesche del 1937, il che significava, tra l'altro, rigetto della frontiera
dell'Oder-Neisse tra Germania e Polonia (riconosciuta ovviamente dalla Repubblica democratica
tedesca)9.
 del tutto congruente con questo quadro il fatto che, sin dal 22 novembre 1951, il governo
federale avesse presentato alla Corte costituzionale federale la richiesta di accertamento della
anti-costituzionalit del partito comunista (Kpd): come dire, l'avvio della pratica volta a mettere quel
partito fuori legge. La premessa giuridica di tale passo  che replicava l'analogo passo compiuto da
Hitler sul fondamento dell'incendio del Reichstag  era l'articolo 21, comma 2 della Costituzione, che
dichiara contrari alla Costituzione i partiti che  per i loro obiettivi o con il loro comportamento 
minacciano di pregiudicare l'ordinamento democratico-liberale o l'esistenza della Repubblica federale.
Ovviamente tale articolo era stato concepito dal Consiglio parlamentare  di cui facevano parte anche
degli eletti della Kpd, incluso il segretario Max Reimann  come strumento contro l'insorgere di partiti
o formazioni naziste. Invece ora il governo federale investiva la Corte del problema della tollerabilit di
un partito, in ragione della sua ispirazione marxista! Il sottinteso era che il marxismo come tale fosse
inconciliabile con l'ordinamento costituzionale... mentre conciliabile col posto ministeriale alla
Cancelleria era Hans Globke.
Quando il quesito fu prospettato, la Kpd aveva 15 deputati nel Bundestag eletto nel 1949 (ed il
5,7 % dell'elettorato). La Corte se la prese molto comoda (dar un responso soltanto nel 1956). Intanto
nell'imminenza delle elezioni generali del 1953 era previsto un calo dei comunisti, per il settarismo
astratto della loro politica e per la crisi intertedesca. Prontamente il governo sfoder una riforma
elettorale, la clausola di sbarramento al 5% (non entra in parlamento un partito che non abbia
raggiunto il 5% su scala nazionale), e cos, per intanto, la Kpd era comunque estromessa, come infatti
lo fu, dal Bundestag. Era il primo ritocco, in Europa, ai sistemi elettorali proporzionali, introdotti
dovunque (Inghilterra a parte, ovviamente) dopo la fine dei fascismi.
Il disagio della Francia dinanzi a tutto ci  crescente. Disagio accresciuto dalla persistente ed
erosiva azione politica del generale De Gaulle. Egli aveva abbandonato clamorosamente il governo
provvisorio, comprendente socialisti e comunisti, il 20 gennaio 1946. Tutta la sua azione successiva si
era rivolta contro l'attivit dei costituenti. Ed  infatti il suo radicale dissenso nei confronti del lavoro
della prima e della seconda Assemblea costituente che ha determinato lo sconcertante risultato, anche
se formalmente positivo, del referendum con cui l'elettorato ha approvato, il 13 ottobre 1946, la
Costituzione della Quarta Repubblica: 9.263.000 s, 8.143.000 no, 8.467.000 astensioni! Ma De Gaulle
non ha abbandonato la politica; dopo il discorso di Strasburgo (7 aprile 1947) ha formato il
Rassemblement du peuple franais, che si viene ingrossando fino a costituire un intergruppo
parlamentare all'Assemblea nazionale, in cui convergono  sotto la guida dei suoi uomini, importanti
esponenti della Resistenza, quali Soustelle e Malraux  non pochi ex ptainisti. La posizione del
movimento  anti-partiti (discorso di Epinal, 30 settembre 1946), e vi riecheggiano motivi gi propri
dell'Action franaise. Ma il Rassemblement, dopo l'iniziale successo, and incontro a rapido declino. Il
6 maggio 1953 De Gaulle abbandona clamorosamente  nel suo stile  la lotta politica ed il suo stesso
movimento, e dichiara di tenersi in riserva per il momento in cui si fosse verificata una grave scossa
del paese. Il che accadr  come vedremo  esattamente cinque anni pi tardi.
Intanto la rottura tra Sfio e Pcf ha spostato l'asse politico verso una guida centrista, faticosa e
insidiata da una fragilit endemica dell'esecutivo, ascritta, specialmente dai gollisti e dalla loro area di
consenso, al meccanismo stesso della Costituzione.
Le guerre coloniali, praticamente ininterrotte, hanno dominato la scena avvelenandola.
L'insurrezione dell'Indocina (la cui spartizione tra la Cina di Chang Kai-shek e gli Anglo-Americani
era stata stabilita negli accordi di Potsdam), guidata da Ho Chi-minh, uno dei leaders del comunismo
asiatico,  avvenuta il 19 dicembre 1946. Per il Pcf, accusato di atteggiamento antipatriottico per la
posizione che assume di fronte al conflitto (nel quale la Francia si  impegnata assumendo il ruolo di
protagonista), cresce l'isolamento. Peraltro la guerra coloniale francese sfocer nel disastro della
capitolazione di Dien Bien Phu (7 maggio 1954), mentre ormai  in atto la Conferenza di Ginevra; e l
la Francia, guidata dal 17 giugno dal governo di Pierre Mends-France, prender atto della sconfitta.
La figura di Pierre Mends-France si definisce in questi anni come l'anti-De Gaulle, pur
essendo la carriera lunghissima del nuovo premier francese incominciata nella Resistenza all'ombra di
De Gaulle. Ebreo e giacobino sentimentalmente (nel suo austero studio campeggia un ritratto di
Robespierre), Mends-France ha anche ridato vita ad una coalizione parlamentare che guarda a sinistra.
E tuttavia su di un punto le strade si incontrano con il movimento o, per meglio dire, con la
corrente d'opinione gollista: nel ritenere inaccettabile la nascente Comunit europea di difesa (Ced),
fortemente voluta dagli Stati Uniti e concepita in modo da trasferire alla Germania federale il ruolo di
punta della difesa atlantica su suolo europeo; di fatto un rientro in grande stile della Germania nel
gioco internazionale ed un suo inevitabile riarmo. Il 14 dicembre 1953, John Foster Dulles in prima
persona aveva dichiarato l'interesse dominante degli Usa al varo del nuovo trattato, con l'argomento,
tra l'altro, che l'Occidente sarebbe insensato se ignorasse il contributo che la Germania pu apportare
alla comune difesa10. Sotto la presidenza Mends-France, la Ced naufrag alla Camera francese (30
agosto 1954): tra l'altro il problema veniva ad intrecciarsi con l'attrito franco-tedesco per la
restituzione della Saar, che i Tedeschi reclamavano. Lo scacco fu percepito come grave, e come un
successo della politica sovietica, che dal principio aveva avversato la Ced considerata essenzialmente
come veicolo del riarmo tedesco puntato contro l'Est. Il 4 dicembre 1954, il generale De Gaulle
dichiara che prima di mettere in moto il meccanismo che, fallita la Ced, dovrebbe dar vita all'Unione
Europea e Occidentale (Ueo) e comunque ad una forma di riarmo della Germania, occorre esplorare
tutte le possibilit di accordo con l'Urss. Sospettosa verso il vicino tedesco cos apertamente protetto
dagli Usa, la Francia, in quel momento, avverte, forse pi di altri, interesse per la campagna di
distensione internazionale lanciata dalla nuova leadership sovietica, dopo la morte di Stalin e la
liquidazione di Berija. Ma l'anno che scandisce la storia della guerra fredda, il 1956, cambi
radicalmente gli scenari e le scelte.
L'anno era incominciato con le elezioni politiche in Francia. Come nelle consultazioni
precedenti (1951), anche in queste elezioni, svoltesi il 2 gennaio 1956, il Pcf si conferma di gran lunga
il primo partito (cinque milioni e mezzo di voti, cio un quarto dell'elettorato, e 145 eletti). I socialisti,
con tre milioni e duecentomila voti, ottengono 88 mandati, le varie formazioni radicali e
radical-socialiste totalizzano due milioni e ottocentomila voti, ma frantumate, totalizzano ben pochi
seggi, mentre il partito cattolico (Mrp) mantiene le posizioni (due milioni e trecentomila voti) e perde
pochi seggi. Rifiutata da Guy Mollet, leader della Sfio, la proposta comunista di un programma
minimo comune di governo, si forma un ministero socialista-radicale senza maggioranza precostituita
che ottiene, oltre ai propri voti, quelli comunisti e quelli del Mrp. Il programma del governo Mollet 
accentuatamente sociale: aumento delle ferie retribuite a tre settimane, costituzione di un fondo
nazionale per la vecchiaia, riforma fiscale. Il governo comprende anche Mends-France, il quale entra
presto in collisione col gabinetto di cui fa parte: contrasta le posizioni del ministro residente ad Algeri,
il socialista Lacoste, che pretende il pugno di ferro contro la ribellione algerina, e contrasta la politica
sociale di Mollet, considerandola pericolosamente inflattiva. Ma la sua uscita dal governo non induce
gli altri ministri radicali ad andarsene. N lui n i suoi antagonisti potevano in quel momento prevedere
che la crisi algerina avrebbe di l ad appena due anni segnato la fine della Repubblica.
L'ultimo di gennaio  stato varato da una maggioranza schiacciante (420 voti contro 71 e
un'ottantina di astensioni) il ministero Mollet; pochi giorni dopo, il 14 febbraio, si apre a Mosca il XX
congresso del Pcus. Esso determina una crisi profonda in tutto il movimento comunista mondiale;
mette le premesse per la frattura con la Repubblica popolare cinese, pur gratificata, appena pochi mesi
prima, di eccellenti accordi economici; demolisce, insieme con la figura di Stalin (ben oltre il culto
che dice di voler combattere), la credibilit stessa di tutta la storia sovietica dalla morte di Lenin
(gennaio 1924) in avanti; scatena una reazione a catena nelle democrazie popolari, gi duramente
provate dalla paranoica campagna anti-titina messa in moto da Stalin nel 1948, e pone le premesse
per un sommovimento popolare che rischia di travolgere due componenti essenziali dell'appena
costituito (1955) Patto di Varsavia: la Polonia e l'Ungheria. Corollario esterno: isola daccapo, e in
modo difficilmente sanabile  nei rispettivi paesi , i partiti comunisti europei, francese e italiano in
primis; ma anche il piccolo partito comunista britannico esce dall'indimenticabile 1956 (come fu
chiamato all'epoca) con le ossa rotte.
La critica di Chrus?c?v a Stalin  una tappa della lotta politica e personale all'interno del Pcus,
o meglio del suo gruppo dirigente. Fu ritenuta necessaria per imporre alla parte recalcitrante la
liquidazione di un imponente apparato repressivo anacronistico. La debolezza politica dell'iniziativa
era dovuta al fatto che, della dirigenza staliniana, i nuovi critici erano stati tutti compartecipi. Sul piano
storiografico il rapporto Chrus?c?v al XX congresso apparve sommamente ambiguo; ma il rapporto
segreto, forse passato agli occidentali dagli stessi servizi sovietici, era molto peggio. Ricorda
Hobsbawm nel suo recente libro di memorie (Anni interessanti) che i numerosi componenti del
gruppo di storici del partito comunista inglese (Hobsbawm stesso ne era presidente) reagirono
istintivamente con una domanda imbarazzante per i politici: Perch dovremmo limitarci ad approvare
Chrus?c?v? Non sappiamo abbastanza, possiamo solo appoggiare la sua politica, ma gli storici
procedono con le prove11.
In un necrologio scritto a caldo, il giorno dell'annuncio della morte di Stalin, sul Manchester
Guardian del 6 marzo 1953, Isaac Deutscher aveva detto le parole pi penetranti, che racchiudevano
in nuce la tragedia futura: Intorno al suo letto di morte soltanto le sue ombre si battono e si
accapigliano per assicurarsi il suo mantello [...]. Sono stati tutti pure e semplici proiezioni di Stalin. Per
quanto tempo un'ombra pu portare il mantello, quando il corpo non c' pi?.
Eppure la vitalit delle costruzioni statali formatesi nell'Est Europa era tutt'altro che esaurita.
Lo si vide nell'ottobre 1956 in Polonia. Per la storia della democrazia nelle democrazie popolari
quell'evento  forse il pi rilevante, anche perch intorno ad esso si intrecciano tutti gli elementi di
quella storia. I fatti sono ben noti. Dopo la repressione dei moti operai di Poznan determinati da
richieste salariali, il Partito operaio unificato polacco (Poup, il partito comunista) si decide il 4 agosto
alla riabilitazione dell'uomo politico che per titoismo (tradimento e altri inverosimili addebiti) era
stato cacciato dal partito e arrestato tre anni prima: Wladislaw Gomulka. L'8 ottobre Gomulka viene
reintegrato nel Cc. Il 19-21 ottobre, dopo una minacciosa e vana visita-lampo di Chrus?c?v e
dell'intera dirigenza sovietica accompagnata dal maresciallo Konev, capo delle truppe del Patto di
Varsavia, Gomulka viene eletto primo segretario del Poup. Il 24 ottobre parla ad una folla di 240.000
persone nel centro di Varsavia. L'intervento militare sovietico  si sa ormai per certo  fu fermato
personalmente da Chou En-Lai, primo ministro cinese, richiesto, pare, dagli stessi Polacchi. Mai i
comunisti in Polonia avevano goduto di una cos grande popolarit. Nelle elezioni  che nessun
commentatore, nemmeno dei pi ostili, ha mai inficiato per quanto attiene alla loro seriet e correttezza
 svoltesi il 17 gennaio, su quasi diciotto milioni di elettori il Poup ottiene oltre il 50% dei voti, gli altri
partiti, che collaborano col Poup nel Fronte nazionale, sono al 48%. Paradosso della storia: il
maresciallo Rokossovski, polacco di Varsavia, arruolatosi nell'Armata rossa nel 1918, combattente per
la libert dell'Urss dal nazismo durante la seconda guerra mondiale, divenuto ministro della difesa
della Polonia popolare, noto per la sua vicinanza a Gomulka, viene cacciato dalla Polonia per il fatto
stesso di essere ministro pur restando generale sovietico.
Gomulka era stato perseguitato per titoismo. La sua vittoria era certamente la vittoria del
titoismo, ma anche (e lo si cap un po' dopo) della Cina in quanto alfiere della lotta all'egemonismo
russo. Nell'ultimo tempo del governo di Stalin si erano poste le premesse per la rovina del sistema delle
democrazie popolari proprio quando si era ravvisato in Tito il nemico al soldo della reazione. Il
fatto che in Occidente egli venisse considerato con favore, proprio perch Stalin ne aveva fatto il
bersaglio di un'azione che s'era illuso fosse distruttiva, finiva col riconfermare Stalin nella sua
diagnosi insensata del titoismo. Impressionante che proprio Chrus?c?v, il demolitore di Stalin, si
precipitasse a Varsavia per sbarrare la strada a Gomulka, cio al solo uomo che potesse salvare la
democrazia popolare in Polonia, come infatti per alcuni anni fece. Questo confermava la natura
tortuosa e non risolutiva della destalinizzazione.
L'insperato e travolgente successo dei comunisti polacchi fu offuscato sulla scena mondiale
dall'altra vicenda, di pochi giorni successiva: la rivoluzione ungherese culminata, il 4 novembre 1956,
nell'invasione sovietica dell'Ungheria. Ma, nonostante la coltre di retorica e di falsa storiografia che
pesa ancora su quella terribile vicenda, la sua comprensione  insufficiente se non se ne considera
anche l'aspetto internazionale. Due piani vanno distinti: quello della crisi interna, che segue una pista
simile alla crisi polacca (il ritorno degli uomini allontanati e perseguitati durante la caccia alle streghe
anti-titoista  in Ungheria Imre Nagy , l'accoglienza largamente favorevole della popolazione);
quello della crisi internazionale (in cui alcuni uomini del governo Nagy precipitarono il paese con la
decisione di uscita dal Patto di Varsavia, il 1 novembre 1956, e di proclamazione della neutralit sotto
garanzia Onu). Nessuno  innocente in quella vicenda, conclusasi con una vera guerra al centro
dell'Europa. Gli Usa, attraverso la ininterrotta e martellante campagna di Radio Europa libera, che
incitava alla ribellione, hanno la responsabilit di aver aizzato alla rivolta, pur sapendo di non avere
alcuna possibilit di intervento (se non a prezzo di una guerra generale), una popolazione che aveva
molte ragioni per esplodere. La politica del roll back in questo caso divent cinica, se non criminale.
Per parte loro i sovietici non gradivano in nessun modo la replica dello scacco subto in Polonia: non
intendevano sopportare un altro Gomulka; volevano uomini loro.  da pensare che questa volta
sarebbero intervenuti comunque, tanto pi che un Gumulka ungherese non c'era, e Nagy non era stato
affatto capace di dominare la situazione, al contrario si era lasciato trascinare dagli eventi e da correnti
pi forti di lui (massacri di comunisti in piazza ed esecuzioni sommarie non avevano trovato reazione
da parte del suo governo; il ruolo di Maleter, il ministro che annunzi l'uscita dal Patto di Varsavia, era
da giudicarsi o provocatorio o suicida). E soprattutto, nei pochi giorni che separarono il grande
successo conseguito in Polonia dalla democrazia popolare dal disastro ungherese si  prodotto un
evento che cambiava i termini stessi dei rapporti internazionali, l'attacco di Israele, pilotato dagli
Anglo-Francesi, contro l'Egitto (29 ottobre 1956), mirante ad annullare con la forza la decisione
egiziana, realizzata il 26 luglio, di nazionalizzare il canale di Suez e sottrarlo al controllo
anglo-francese. Israele iniziava una folle guerra per procura. Il 30 ottobre c' stato l'ultimatum
franco-inglese all'Egitto, respinto dal presidente Nasser, la notte del 4 novembre gli Anglo-Francesi
sbarcarono a Port Said.  evidente l'intreccio delle due crisi, la scelta di Eden e Guy Mollet
(indipendente, parrebbe, dalla politica degli Stati Uniti) di cogliere il momento di affannoso e
inconcludente impegno sovietico nell'Est per sferrare un colpo da grandi potenze coloniali d'altri
tempi. In qualunque contesto, e con qualunque interlocutore  pi che mai nel quadro della guerra
fredda , una accelerazione militare della crisi di tali proporzioni produceva, come produsse infatti,
una risposta militare senza spazi di sorta per soluzioni politiche. L'Ungheria, lasciata a se stessa, fu
schiacciata, il governo Kdr, imposto dai sovietici e fondato sulla minoranza rimasta in piedi del
vecchio regime, decoll fra difficolt enormi, e rest quasi al bando, per molto tempo, della comunit
internazionale. L'Ungheria divenne uno straordinario  e in certo senso legittimo  strumento di
propaganda. Il cinismo di Radio Europa libera aveva fruttato al massimo, e al di l delle previsioni.
Il governo francese dei giorni dell'invasione di Suez era pur sempre il governo Mollet,
socialista. Nel vivo dell'agitazione, diffusa in tutta l'Europa occidentale, di appoggio alla rivoluzione
ungherese, la destra francese lanci un segnale che andava oltre la media degli altri paesi: fu data alle
fiamme la sede del quotidiano comunista l'Humanit. Le minacce contro il Pcf, partito
antinazionale perch contrario all'aggressione contro l'Egitto, ma favorevole all'invasione
dell'Ungheria, si moltiplicavano. E si produsse anche una sincronia non priva di significato. Solo il 18
agosto 1956, quando la crisi del sistema comunista avviata in febbraio era gi molto avanti, la Corte
costituzionale della Repubblica federale tedesca si pronunci sul quesito sollevato dal governo
Adenauer sin dal 1951, e diede il verdetto che metteva fuori legge il partito comunista tedesco, peraltro
gi ridimensionato dalle elezioni di tre anni prima ed estromesso, grazie alla clausola di sbarramento,
dal Bundestag.
La destra francese  ormai doppiamente frustrata. Innanzi tutto per lo scacco umiliante subto a
Suez, dove le forze paracadutate anglo-francesi sono state costrette a precipitosa ritirata sotto
l'incalzare di altisonanti minacce sovietiche, espresse direttamente da Chrus?c?v, ma soprattutto dalla
sconfessione americana della loro azione bellica e dalla condanna delle Nazioni Unite. In secondo
luogo per l'aggravarsi della resistenza nazionalista in Algeria, e per l'eco internazionale che la lotta
degli Algerini raccoglie. La guerra coloniale  che molti si ostinano a non definire tale, in omaggio
all'anacronistica nozione di un legame strutturale oltre che istituzionale dell'Algeria con la Francia
rappresentato dai Francesi d'Algeria  non pu pi essere circoscritta a fatto interno della
Repubblica. Tra l'altro la tensione con la Tunisia cresce per i continui sconfinamenti francesi nel corso
delle operazioni anti-guerriglia. E soprattutto esplode lo scandalo dell'uso della tortura contro i
nazionalisti algerini: l'opinione pubblica non pu che essere scossa vedendo i militari e la polizia
francese infliggere agli Algerini ci che un decennio prima subiva dai Tedeschi contro i propri
combattenti partigiani. Henri Alleg, giornalista comunista, redattore del quotidiano Alger
rpublicain, viene arrestato per aver denunciato la tortura, che di l a poco sar definita la cancrena
della Repubblica, in un pamphlet che inchioda i torturatori. Intanto il corpo di spedizione francese ha
raggiunto la misura di oltre 500.000 uomini. Nel corso del 1957 il generale Massu schiaccia
l'organizzazione clandestina del Fronte di Liberazione Nazionale (la cosiddetta battaglia di Algeri),
cui fanno seguito esecuzioni capitali sommarie e un impressionante trapianto di popolazione che
colpisce circa un milione e mezzo di Algerini. Ma la crisi tende a internazionalizzarsi, tra il 2 luglio,
quando il senatore Kennedy dichiara al Senato americano che gli Usa dovrebbero adoperare la loro
influenza per aiutare il popolo algerino a recuperare l'indipendenza, ed il 10 dicembre 1957, quando
l'Assemblea generale dell'Onu approva all'unanimit una risoluzione per la soluzione negoziata della
questione algerina. A Parigi i governi si susseguono a ritmo frequente: Bourgs-Maunoury, Gaillard,
fallito bis di Mollet, infine viene incaricato Pflimlin. E gi con il governo Gaillard poteri speciali
vengono conferiti per portare il paese fuori dal ginepraio algerino.
Ma le novit verranno da Algeri, dove circola  e ci d un'idea del clima ormai dominante 
un opuscolo di istruzioni per l'esercito di occupazione (Segretariato delle Forze Armate di terra, Stato
maggiore dell'esercito, XXX Ufficio) in cui alla pagina 28, tra l'altro, si legge: i musulmani non sono
tutti terroristi, certo, ma ognuno di essi pu esserlo, quali che siano le sue referenze.
Il 13 maggio 1958, mentre faticosamente si cerca di dar vita al nuovo ministero, l'esercito
prende il potere ad Algeri:  un esercito temibile, di imponenti proporzioni, e dalla colonia vuole
imporre (come fece Franco nel 1936) il cambio politico nella metropoli. I capi sono Massu, Salan,
Thomazo, Cherrire. Il grido che si leva dalla folla dei coloni e che riecheggia nei discorsi golpisti 
De Gaulle al potere. Il generale Massu si autonomina capo di un Comitato di salute pubblica civile e
militare, e ne d notizia in forma perentoria al presidente della Repubblica a Parigi. A Parigi il
Parlamento vota a larghissima maggioranza per il governo Pflimlin: dovrebbe essere il governo
repubblicano che resiste al golpe fascistoide. Il 17 maggio da Colombey-les-deux-glises, suo
romitorio, De Gaulle fa sapere che parler il 19. Il 19, alle 15, quando De Gaulle incomincia a parlare,
nella conferenza stampa al Palais d'Orsay, scatta lo sciopero generale. L'uomo evocato dai golpisti di
Algeri non ha una sola parola di condanna dell'operato di costoro. Mollet sibillinamente non si
esprime: Ogni reazione sarebbe prematura, dichiara. Il 20 il Parlamento conferma a Pflimlin i pieni
poteri: li votano anche i comunisti, 473 voti contro 93.
Il 24 maggio la sedizione si estende alla Corsica; la prefettura di Ajaccio  stata occupata senza
colpo ferire dai paracadutisti e da manifestanti di estrema destra. Il 26 maggio De Gaulle decide di
tornare a stabilirsi a Parigi. Il giorno dopo le agenzie diffondono un suo comunicato: Ho iniziato il
regolare processo necessario alla instaurazione di un governo repubblicano capace di assicurare l'unit
e l'indipendenza del paese. Dopo di che rivolge parole rassicuranti ai capi della sedizione: esprimo
loro la mia fiducia e la mia intenzione di mantenere con loro contatti incessanti. Per tutta la giornata
proseguono i contatti tra Pflimlin e De Gaulle. Alle 19, terminato il Consiglio dei ministri, Pflimlin fa
sapere che, nel corso dei suoi contatti con De Gaulle, il generale ha chiesto di essere chiamato al potere
dai partiti nazionali, cio con l'esclusione dei comunisti. Alla stessa ora, Salan ad Algeri annuncia
alla folla: Il nostro appello al generale De Gaulle  stato accettato!. Alle 21.30, il presidente del
Consiglio affronta l'Assemblea nazionale e comunica di voler mettere ai voti una proposta di riforma
costituzionale, aggiunge per che non calcoler nella maggioranza i voti comunisti.  il trucco per
dimettersi. La proposta infatti passa, nella notte tra 27 e 28 maggio, con 408 s e 165 no. Pflimlin
stralcia i voti favorevoli del Pcf, conclude di non avere la maggioranza e si dimette recandosi all'Eliseo
alle due e mezza del mattino. Mentre una imponente manifestazione sfila tra place de la Nation e place
de la Rpublique, il presidente della Repubblica Coty fa sapere di essersi rivolto attraverso i presidenti
delle due camere a De Gaulle per chiedergli la disponibilit a formare il nuovo governo. In un
messaggio alle camere il presidente si giustifica: Debbo forse rinunciare a fare appello all'uomo la cui
incomparabile integrit morale pu assicurare la salvezza della patria?.
Il primo giugno De Gaulle si presenta all'Assemblea nazionale e chiede i pieni poteri. Parlano
contro, oltre i comunisti, Mends-France, Mitterrand e molti altri a titolo individuale. La camera
approva con 329 voti contro 224. Quello che non era riuscito a Boulanger contro la Terza  riuscito a
De Gaulle contro la Quarta Repubblica. Il cesarismo  tornato, in pieno Ventesimo secolo, sull'onda di
una guerra coloniale pi che mai piena di incognite: guerra che peraltro De Gaulle stesso sar costretto
a chiudere con l'abbandono di Algeri (1962), dopo anni di inutile ostinazione, e non senza scontare un
nuovo ammutinamento da parte degli stessi uomini che lo avevano portato al potere. L'articolo unico
della Legge sui pieni poteri (2 giugno 1958) non rinuncia alla consueta retorica e si richiama alla
Dichiarazione dei diritti del 1789.
Come caso concreto di applicazione della Dichiarazione e dei suoi immortali princpi pu
considerarsi, poich rientra nei sei mesi di pieni poteri, la testimonianza di Khider Seghir, farmacista
ventiseienne, arrestato e torturato a Parigi:
Sono stato arrestato il 29 novembre 1958, alle sei e mezza del pomeriggio, al n. 146 di rue
Montmartre da sei agenti, che mi hanno condotto alla Caserma Noailles, a Versailles, dove arrivammo
verso le sette e un quarto. Dopo avermi spogliato, tre agenti hanno cominciato a picchiarmi,
sferrandomi per mezz'ora pugni al ventre, al petto, alle reni. Dopo, m'hanno messo alla sbarra fissa,
alla quale hanno applicato la corrente elettrica. Questa operazione  durata fino a mezzanotte, nel modo
seguente: ogni mezz'ora mi staccavano per dieci minuti d'intervallo, perch potessi recuperare in parte
le forze. Dopo un certo numero di applicazioni non riuscivo pi a stare in piedi. A mezzanotte mi
hanno fatto scendere in un sotterraneo, dove ho trascorso la notte.
Il 30 novembre, ho subto un serrato interrogatorio da parte di sei agenti, che pretendevano da
me confessioni sull'organizzazione dell'Fln e dei suoi responsabili, mentre mi rivolgevano espressioni
volgari e mi chiamavano sporca razza.
Il 1 dicembre, verso le nove della mattina, mi hanno messo nuovamente alla sbarra fissa, di cui
ho gi detto. L'operazione  durata fino a mezzogiorno. Alle 13, m'hanno condotto alla Dst, rue des
Saussaies. Appena arrivati, un agente, che aveva il compito di interrogarmi, mi ha dato parecchi pugni
al ventre. L'interrogatorio  durato fino alle 18. Verso le 20, m'hanno riportato a Versailles, dove ho
trascorso la notte.
Il 2 dicembre, alle 18, gli stessi ispettori, fra i quali M. R...  ricordo bene il suo nome,
d'altronde era il pi accanito contro di me , m'hanno ripassato per la terza volta alla sbarra fissa.
L'operazione  durata circa due ore. Dopo, m'hanno picchiato con calci e pugni e altre prese diverse:
torsione dei muscoli, delle braccia, delle gambe, fino a ficcarmi le dita nell'ano.
Poi le torture sono finite. Nelle giornate del 3, 4 e 5 dicembre mi hanno sottoposto a
interrogatorio. La mattina mi portavano alla Dst, la sera mi riconducevano a Versailles, cos per altri
quattro giorni. La sera del 9 dicembre m'hanno tradotto al carcere giudiziario, dove sono rimasto fino
alla sera del 10 dicembre. Quando sono passato dal giudice per la firma del mandato, ho dichiarato, allo
stesso M. Batigne, le torture subite, ma egli non ha tenuto conto delle mie dichiarazioni, dicendomi:
Conosciamo questa canzone, siete tutti uguali12.
Come era da aspettarsi, De Gaulle puntava a un riordino costituzionale radicale  non a caso
aveva rotto coi partiti nel 1946 sulla Costituzione  e soprattutto ad un sistema elettorale che liquidasse
una ben precisa parte politica: i comunisti. Il 28 settembre dello stesso 1958 fece approvare una nuova
Costituzione, tutta incentrata sui poteri del presidente; fu un successo di dimensioni bonapartiste: su 36
milioni e mezzo di votanti, 31 furono per il s, solo cinque milioni e mezzo per il no (sostanzialmente
l'elettorato del Pcf). Al di l delle fumosit del testo costituzionale, fu la nuova legge elettorale a
trasformare la vita politica del paese. Il sistema proporzionale fu abrogato e sostituito dall'uninominale
maggioritario a doppio turno. Questo sistema ridusse in breve ai minimi termini la rappresentanza di un
partito che costituiva quasi un quarto dell'elettorato. Il 23 e 30 novembre si vot per la nuova
Assemblea nazionale: l'Unione per la Nuova Repubblica (Unr), il partito gollista risorto, ebbe il 28%, i
comunisti il 20,1%, la Sfio il 13%, gli indipendenti e i moderati il 18%. Gli eletti furono 189 per l'Unr,
10 per i comunisti, 40 per Sfio, 130 per indipendenti e moderati.
L'8 gennaio 1959 De Gaulle divenne presidente. Nel settembre 1962, sull'onda di un attentato
fallito contro la sua persona (da parte dell'Oas, gli stessi uomini che nel '58 avevano promosso il
golpe), contando sull'acquisita popolarit che questi eventi suscitano, propose l'elezione diretta del
presidente e l'ottenne, con un risultato ancora una volta plebiscitario.
Il progetto bonapartista fu realizzato su tutta la linea. La politica estera fu il campo in cui con
maggiore ampiezza si esplic il genio del nuovo Bonaparte: la Francia recuper quella posizione di
terzo grande tra i blocchi che si era venuta offuscando nel piatto atlantismo dei governi della Quarta
Repubblica, centristi, radicali o socialisti che fossero. Il gesto pi significativo fu l'uscita dalla
organizzazione militare della Nato, dopo la rielezione plebiscitaria del 1965. Si aggiungano il
riconoscimento della Cina popolare, e la presa di distanze dalla guerra dei sei giorni in Medio
Oriente, e si comprender che il disegno era organico, non rapsodico. Il 1968, la rivolta studentesca e la
combattiva ripresa dell'agitazione sociale furono il segnale, dopo dieci anni di dominio incontrastato,
che il paese non gradiva pi quella tutela, alla quale cos convintamente si era affidato. L'ultimo
referendum (aprile 1969) fu una sconfitta e De Gaulle seccamente usc di scena.
Ma se il gollismo come regime, come contenuti e come stile finiva col suo irripetibile
protagonista, ci che durevolmente restava era la instaurazione di un nuovo sistema politico: un sistema
che compattava al centro la lotta politica, tagliava col micidiale meccanismo elettorale le estreme, e
dava, in anticipo su altri paesi, l'avvio al nuovo predominio del sistema misto.
...
.
...
Capo 15. Verso il sistema misto.
.
Presso i popoli e nelle rivoluzioni l'aristocrazia sussiste sempre: distruggetela nella nobilt, essa
trova posto subito nelle case ricche e potenti del terzo stato; distruggetela in quelle, essa torna a galla e
si rifugia nei capi-officina e del popolo.
Napoleone III
Prcis des guerres de Csar, cap. XVI
Un cantore di questo sistema, Maurice Duverger  il quale, come studioso della medesima
materia, aveva dimostrato ben altro equilibrio , celebrandosi nel Parlamento italiano il bicentenario
dell'89, svilupp, or sono quindici anni, una vivace trattazione dal titolo La V Rpublique, achvement
de la Rvolution franaise1. Alla fine traumatica della Quarta Repubblica, Duverger era stato, a caldo,
autore di un battagliero saggio su quella vicenda e sulle prospettive del ritorno gollista: Demain la
Rpublique (1958). L bollava, tra l'altro, l'arretratezza delle categorie politiche di De Gaulle, nulla
sottacendo delle debolezze della Quarta Repubblica.
Nulla pu far credere che De Gaulle abbia modificato in modo sostanziale le opinioni espresse
nel suo discorso di Bayeux, che fu una presa di posizione famosa in favore di un tipo di regime simile
per molti aspetti a quello che l'Inghilterra conosceva alla fine del secolo Decimottavo, che la Francia
ha sperimentato con Luigi Filippo, che il maresciallo Mac Mahon ha tentato di risuscitare il 16 maggio
1877. Un capo dello Stato provvisto di poteri e di prestigio, che sceglie e revoca il primo ministro: il
quale dovrebbe ad un tempo avere la fiducia sua e quella dell'Assemblea: si tratta di una tappa che tutti
i regimi parlamentari hanno dovuto superare nel corso della loro evoluzione: la tappa orleanista. La
Quarta Repubblica ha preteso di governare la Francia dell'ra atomica con le tecniche di Fallires: le
vogliamo ora sostituire con quelle di Guizot?2
Nel 1961 aveva ravvisato, nella modifica costituzionale con cui De Gaulle var l'elezione
diretta del presidente della Repubblica, la nascita di una sesta Repubblica (La VI Rpublique et le
rgime prsidentiel). Nella riedizione (1978) del suo trattato Institutions politiques et droit
constitutionnel (1955) nessuno dei tratti autoritari della costituzione gollista  lasciato in ombra e
soprattutto il suo limite fondamentale, cio di poter funzionare solo in presenza e sotto la guida del
capo carismatico che l'aveva creata3.
Fino a quel momento comunque la coalizione di centro-destra (ex indipendenti e gollisti)
aveva ininterrottamente vinto, per vent'anni, tutte le elezioni. Poi incominci, con le ripetute vittorie di
Mitterrand, un succedersi di periodi in cui la prevalenza era della sinistra a periodi caratterizzati
dall'ibrido fenomeno della cohabitation, dove ugualmente la soluzione delle difficolt era nella bravura
e nell'ascendente della personalit carismatica (questa volta Mitterrand). Duverger segu, con
attenzione critica, per dirla con le parole introduttive di Nilde Iotti, l'evoluzione della costituzione
gollista e della sua pratica attuazione (La Rpublique des citoyens, 1982; Brviaire de la cohabitation,
1986): fino all'impennata del saggio del 1989 presentato appunto alla Camera italiana. Qui, dopo varie
divagazioni storiche, il cuore del ragionamento riguarda il sistema elettorale maggioritario e i suoi
mirabilia. Non importa al saggista se alcune affermazioni contrastano con l'evidenza: come quando
egli osserva, e deplora beninteso, la tendenza dei comunisti a chiudersi in un ghetto monolitico4.
L'uscita  quasi comica, se si pensa all'ironico rimprovero, abitualmente indirizzato a quel poco che
resta del Pcf, di essere affetto da uno zelo ministeriale e da uno spirito di servizio raramente riscontrato
in altri partiti entrati una volta o l'altra in quella che Pietro Nenni (mitizzandola) chiamava la stanza
dei bottoni. Triste fine quella di un partito che si distaccava a Tours, ottanta e passa anni fa, dal ceppo
socialista per cogliere la pienezza dei tempi, e che finisce come pars adiecta rispetto al medesimo
partito socialista e non merita nemmeno l'indulgenza di potersi consentire momenti di autonomia:
ghetto monolitico! Il meccanismo  chiaro e ben noto. Quando i socialisti francesi hanno capito che
avevano tutto da guadagnarvi son diventati sostenitori ferrei del modello Quinta Repubblica. Nel
collegio, uninominale, si scontrano almeno quattro formazioni, due di centro-destra e due di sinistra (Ps
e Pc). Al primo turno ognuno prende i suoi voti; al secondo chi dovr correre? non certo, o quasi mai, il
comunista, perch non tutto l'elettorato del Ps lo voter e certamente non avr forza d'attrazione sul
centro, dunque sar votato alla sconfitta, lui ed il suo schieramento. Per converso l'elettorato Pc sar
pronto a convergere sull'altro candidato per disciplina, per male minore, per senso unitario e cos
via. Cos dal 1958 in avanti il Pcf ha continuato a fare, specie quando l'alleanza col Ps  diventata
stabile, il portatore d'acqua o il donatore di sangue. E lo ha fatto magari per varie ragioni, di sicuro per
una pi forte di tutte: perch non aveva altra scelta. Ma dopo quasi mezzo secolo di tale ginnastica
filantropica  quasi un miracolo che esso esista ancora. Ovvio che i suoi elettori abbiano via via preso
atto della propria natura de facto di elettori di serie B, o subalterni. Col passar del tempo si fanno
avanti e si impongono come preferibili, per un tale elettore votato alla frustrazione del portatore
d'acqua, le altre due opzioni: diventare direttamente elettore del partito che comunque avrebbe
beneficiato del suo voto ovvero disertare le urne.
Sul versante opposto la faccenda  diversa: si tratta tra pari e la questione della scelta  legata
ad altri fattori, dall'alchimia dell'equilibrio tra i due alleati alla scelta del candidato meglio dotato di
clientele e cos via. Il notabile  tornato a dominare la scena elettorale e ciascuno dei due soci
dell'alleanza di centro-destra pu vantarne gran dovizia.
Anche fuori della Francia, che nel dopoguerra fu antesignana di una tale svolta, la sempre pi
sofisticata ricerca di leggi elettorali di tipo maggioritario non  che un aspetto dello sforzo mirante ad
impedire la validit erga omnes della democrazia rappresentativa o, per dirla altrimenti, un modo di
porre riparo agli effetti tuttora sgraditi del suffragio universale. Secondo i loro promotori, queste
alchimie mirano a razionalizzare l'espressione della volont popolare, evitando che essa si esplichi
allo stato puro: limitando, appunto, l'arco delle opzioni.
Si costringe  il verbo pu apparire ruvido, ma il risultato  quello  l'elettore a scegliere, se
vuol esprimere un voto utile, non indiscriminatamente, ma tra quelle determinate opzioni. E poich
le opzioni utili convergono verso il centro  la cui conquista , nei paesi ricchi, la vera posta in gioco
elettorale ,  tendenziale che gli eletti siano, in larga misura, espressione degli orientamenti moderati;
e che, dato il costo della elezione, appartengano, per lo pi, ai ceti medio-alti5, tradizionalmente
moderati. Cos si determina daccapo, per altra via, il fenomeno caratteristico dell'epoca in cui vigeva il
suffragio ristretto: il drastico ridimensionamento della rappresentanza dei ceti meno competitivi.
Il sistema del suffragio ristretto, con la variante del voto plurale,  di per s lo strumento
canonico per realizzare il sistema misto: un po' di democrazia e molto di oligarchia. Esso combina il
principio elettorale (istanza democratica) con la realt, opportunamente garantita, della prevalenza dei
ceti medio-alti. I sistemi maggioritari pervengono, in modo pi tortuoso, allo stesso risultato. La
rappresentanza delle minoranze socialmente pi inquiete  considerata un fattore di instabilit, e perci
si  proceduto a porre riparo, ormai senza timore di contraccolpi propagandistici (ancora possibili
quando esistevano consistenti forze di opposizione sociale), a tale difetto. Pur essendo
numericamente maggioritari, i ceti moderati, anche perch suddivisi in partiti e schieramenti
variamente gareggianti, hanno bisogno di completa sicurezza sul terreno parlamentare. Perci si sono
rimessi in moto i meccanismi limitativi del suffragio universale.
Buffamente, in Italia si parla da pi parti della necessit storica di far nascere una seconda
Repubblica. Ma essa  gi nata, con la riforma elettorale che ha instaurato il sistema maggioritario e
abrogato quello proporzionale (1993). Evento centrale della storia d'Italia nell'ultimo decennio.
L'arbitrariet della tesi secondo cui  l'instabilit che porta i sistemi politici verso il
maggioritario  e dunque ad accentuare il sistema misto a svantaggio del sistema democratico  
confermata dal fatto che, appunto in Italia, il collasso del sistema politico non fu affatto dovuto alla
instabilit dei governi o alle frequenti crisi (esse c'erano anche quando la Democrazia cristiana
deteneva da sola la maggioranza assoluta) ma all'esplosione della questione morale. Caso molto
interessante quello italiano: la malattia era l'intreccio tra affari e politica (fenomeno peraltro classico
di qualunque societ capitalistica), e invece il rimedio  stato apportato su tutt'altro piano: con la
modificazione cio del principio di rappresentanza (non pi un uomo/un voto, ma voti utili e voti
inutili). La bravura di chi ha approfittato del diffuso disgusto e sdegno contro i politici comprati
(ma un po' meno in verit verso i capitalisti compratori) per gabellare come rimedio a siffatti mali un
meccanismo elettorale, presentato come propizio appunto perch aveva l'aria di penalizzare i
politici,  stata ammirevole. Perfetta anche nella sua carica demagogica, capace di deviare lo sdegno
popolare sul falso obiettivo6. Ovviamente, analogamente a quanto succede nella malavita all'indomani
del colpo grosso, gli artefici materiali, o meglio esecutori, dell'impresa sono stati presto buttati via
ed il loro nome appena si ricorda.
Buona parte della sinistra, intanto,  stata presa da quella che potrebbe chiamarsi la sindrome
del giocatore. Il giocatore d'azzardo, come si sa,  un malato: il quale va in rovina continuando a
puntare somme intorno al tavolo verde e stringendo, speranzoso, le sue fiches, sempre pensando che in
un gioco cos illogico prima o poi la fortuna gli sorrider. Anche la sinistra  ridotta, sapendo di non
essere maggioranza nel paese, a sperare nell'ultima dea: il tavolo verde del sistema maggioritario. Del
quale, come ogni giocatore che si rispetti, istericamente difende la convenienza e, nei casi pi
disperati, addirittura la giustezza. Qua e l, singole formazioni residuali o segmenti penalizzati (o che si
ritengono tali) all'interno di alleanze ben munite rilanciano l'allarme e ridomandano un sistema pi
equo, ma la loro voce si perde nel nulla. Si parla di costoro appunto come di detriti della precedente
Repubblica (conferma, sia detto in parentesi, del fatto che  appunto il cambio di sistema elettorale che
ha gi cambiato la Costituzione).
Ben singolarmente, tuttavia, non si pone attenzione al fatto che il criterio proporzionale viene
senza problemi riguardato, e a buon diritto, come l'unico possibile quando sia in ballo altro genere di
differenziazioni e di articolazioni che non sia quella in partiti politici: per esempio tra etnie o tra
confessioni religiose compresenti nella stessa regione o nello stesso Stato, o tra i diversi azionisti
cooperanti all'interno della stessa azienda o dello stesso consiglio di amministrazione. Ovviamente si
pu anche sostenere che, ai fini della formazione della rappresentanza politica, la rigorosa applicazione
del principio un uomo/un voto d fastidio, ma  un po' squallido affermare che  bello e giusto
prescinderne7.
Torna dunque, definitivamente, in auge in Occidente il sistema misto, del quale i sistemi
elettorali maggioritari sono lo strumento principe. Pi che la limitazione esplicita dei diritti degli altri,
che si d in un sistema misto di tipo classico (suffragio ristretto), si preferisce la limitazione indiretta
(leggi elettorali maggioritarie)8. Questa maggiore souplesse si spiega con varie ragioni: il principio
democratico (un uomo/un voto) non  pi archiviabile in modo diretto; inoltre appare preferibile una
situazione in cui anche chi viene deprivato del proprio peso politico venga portato a pensare  magari
contro i propri interessi  che la governabilit  un valore per tutti (quantunque essa di fatto consiste
nella pi spedita gestione del potere da parte dei ceti pi forti).
Peraltro una tale souplesse, o anche eleganza di comportamenti,  possibile, perch
comunque, per intanto, i poteri decisivi si sono sottratti al predominio degli organi elettivi, e sono
confortati dal plebiscito dei mercati, ben pi che da quello dei voti. Il potere  altrove e la creazione
di organismi sovranazionali tecnici, a carattere europeo (i quali anche fisicamente stanno altrove),
ha contribuito molto alla dislocazione fuori del controllo dei parlamenti nazionali delle decisioni
fondamentali per l'economia (cio fondamentali tout court). Si sa che costante materia di contesa tra
Confindustria e organizzazioni sindacali  il trattamento pensionistico (cio il cuore dello Stato
sociale: l'uso sociale delle quote via via detratte dal salario durante decenni di lavoro). Nessun
governo n di centro-destra n di centro-sinistra  riuscito ad intaccare questo baluardo (in Francia ci
tenta  ma non  detto che ci riesca  il governo di destra dopo che, grazie al folle sistema elettorale, la
sinistra  stata sgominata in tutte le elezioni del 2002). A questo punto entrano in scena i remoti,
invisibili, tecnici delle istituzioni europee. Gli economisti in servizio presso tali istituzioni fanno
sapere che il Documento di programmazione economica del governo italiano (dunque non certo un
governo di sinistra) non corrisponde ai parametri di Maastricht proprio perch non sufficientemente
drastico in materia di politica sociale (pensioni). Una volta costruita la gabbia d'acciaio che sta
altrove, la battaglia  persa,  solo questione di tempo e di gradualit: il ricatto dei parametri 
perfetto, e nessuna organizzazione di lavoratori  in grado di andare a combattere direttamente contro
gli appartati e irraggiungibili sacerdoti di quei parametri. In un tale quadro il giocattolo elettorale,
purch depurato e creatore automatico di parlamenti a prevalenza moderata in entrambi gli
schieramenti, resta in funzione. E l'abrogazione soft del suffragio universale viene comunque
compensata dalla graziosa concessione di continuare a farsi ciclicamente legittimare attraverso tornate
elettorali.
Insomma, nell'odierno funzionamento delle democrazie parlamentari il sistema misto si
afferma su due piani: come limitazione dell'efficacia effettiva degli organismi elettivi (che finiscono
con l'assolvere ad una funzione di contorno o di ratifica rispetto a poteri di tipo oligarchico: soprattutto
nel campo dell'economia e della finanza), e come ritocco tecnico (leggi elettorali maggioritarie: si teme
infatti che il proporzionalismo puro inceppi il meccanismo). L'eliminazione del sistema proporzionale
fu la prima preoccupazione di Mussolini appena nominato presidente del Consiglio, con gli effetti che
si sono ricordati nei precedenti capitoli. Oggi si abbandona il proporzionale con motivazioni ammantate
di efficientismo, di fatto per la consolidata persuasione della impraticabilit o, per meglio dire, per
deliberato accantonamento del suffragio universale.  giusto chiamare le cose col loro nome. Bene
osserv Santo Mazzarino nel suo testamento spirituale che, a quei fini cui gli antichi Greci
rispondevano con il sorteggio o con l'elezione diretta [quello che Tocqueville esprimeva con le parole
Atene col suo suffragio universale], i moderni rispondono, essendo esclusa la democrazia diretta, pi
modestamente col proporzionale9. Poich dunque in un grande agglomerato nazionale una
maggioranza non si forma immediatamente col voto, si pensa che debba essere aiutata a formarsi con
dei trucchi tecnici. Si brandisce lo spauracchio della frantumazione in molteplici formazioni
politiche (che sarebbe l'effetto del proporzionale): ora sappiamo che dopo dieci anni di maggioritario in
Italia i partiti sono aumentati di numero. Sappiamo anche che, dove il maggioritario funziona in modo
hard (Inghilterra), esso espelle dal Parlamento forze politiche di grandi dimensioni: in Gran Bretagna si
giunge al paradosso onde i governi in difficolt per ricattare l'opposizione minacciano l'adozione di un
sistema proporzionale!10 Si trascura, affascinati dai ritrovati tecnici, di considerare che la
frantumazione delle forze politiche non  una patologia:  un dato fisiologico e pu costituire una
ricchezza. Nel contesto del sistema proporzionale si  infatti costretti a cercare un punto d'incontro tra
forze politiche, sia tra quelle affini, sia tra maggioranza e opposizione. E questo giova alla ricerca di un
punto di equilibrio tra diversi interessi di differenti gruppi sociali;  l'unico modo per evitare la logica
del vincitore, ed  l'unico modo che consenta all'intera societ di esprimersi. Al contrario la
forzatura maggioritaria determina necessariamente un governo di minoranza.
Ma Duverger vuole procedere per cos dire a testa alta: vuole non solo la patente di
efficienza, per il suo beneamato sistema maggioritario, ma anche quella di democrazia (la parola
piaceva ancora nell'89). Dopo aver esaltato l'annullamento, grazie alla legge maggioritaria, della
rappresentanza del Front national (che ottiene 1 seggio mentre secondo l'equit proporzionale gliene
toccherebbero 35), prende il toro per le corna:
Dov' meglio assicurata l'uguaglianza? Nel paese che fa ricalcare la percentuale dei seggi su
quella dei voti, ma lascia che i partiti si giochino a loro piacere le carte cos distribuite, che permettono
decine di combinazioni diverse con in comune solo l'impossibilit di governare? Oppure nei paesi
meno fedeli all'apparente rigore di questi calcoli matematici, ma nei quali  certo che una vittoria
elettorale della sinistra porta al potere la sinistra, e una vittoria elettorale della destra porta al potere la
destra, senza che possa poi cambiare di mano se non tramite nuove consultazioni popolari? Da quale
parte sta la vera democrazia? Da quella delle nazioni che attribuiscono agli elettori la reale titolarit del
potere, permettendo loro davvero di investirne il governo, oppure dalla parte di quelle nazioni che
trasformano gli elettori in cittadini passivi appena deposta la scheda nell'urna, riservando la scelta della
classe dirigente a un piccolo nucleo di cittadini attivi, costituiti in classe politica?
In quest'anno del bicentenario della Rivoluzione francese il pi grande filosofo vivente11
giustifica l'idea di presentare la V Repubblica come conclusione del ciclo apertosi nel 1789. Credere
che la rappresentanza proporzionale sia pi democratica del sistema inglese o americano  una
posizione indifendibile, poich per farlo bisognerebbe far leva sulla teoria sorpassata della democrazia
come sovranit del popolo. Questa teoria  stata soppiantata da quella secondo la quale la cosa
fondamentale  solo il diritto e il potere della maggioranza [popolare] di destituire il governo12.
Non si sa se l'autore di questa tirata fosse in vena di facezie in quel giorno di marzo del 1989 o
volesse pater un pubblico troppo all'antica (in Italia vigeva ancora all'epoca il sistema elettorale
proporzionale), certo rientra nella categoria del grande umorismo sostenere che la Rivoluzione francese
si compie quando finalmente ci si  convinti che la democrazia non consiste affatto nella sovranit
popolare! Il ragionamento sarebbe perfetto se evocasse la perfetta efficienza del monarca come
soluzione ideale e conclusiva per il problema politico, problema su cui si arrovella l'Occidente almeno
dal tempo di Erodoto.
In fondo anche Demostene invidiava Filippo di Macedonia per la straordinaria efficienza
consentitagli dal fatto di essere appunto un monarca e di poter dunque decidere prontamente ogni cosa
dopo rapida discussione con se stesso, ed inveiva contro il sistema ateniese che, essendo democratico,
era appesantito anzi paralizzato dall'assemblea e dalle sue discussioni.
Per liberarsi del monarca c' pur sempre il tirannicidio (il potere di destituire il governo), e
dunque cosa v' di pi democratico della monarchia? Per il ristabilimento della quale la Rivoluzione
francese fu fatta. Cos'altro  del resto la Carta di Luigi XVIII se non appunto l'achvement de la
Rvolution franaise?
Sgomberato il terreno da questa inaudita facezia, conviene forse retrospettivamente considerare
la vicenda dei sistemi elettorali europei nel secondo dopoguerra come una progressiva demolizione del
suffragio universale.  giusto chiedersi perch ci si sia prodotto quando era ormai chiaro che quel
metodo elettorale non era pericoloso, e che proprio chi ne aveva fatto una bandiera non ne aveva
praticamente mai tratto giovamento. Il problema che viene rivestito con la asettica parola
governabilit , detto in modi pi chiari, il seguente: nelle societ affluenti, impedire alle
minoranze radicali di contare o comunque di disturbare il sistema. Ed  appunto il sistema elettorale
proporzionale, nella sua rigida e indistruttibile equit, che consente anche alle minoranze radicali di
trovare (se lo desiderano) una rappresentanza. Inoltre esso invoglia al voto (in linea di principio): per la
ragione ovvia che  l'unico che consenta alle varie pieghe e stratificazioni della societ di rivelarsi.
Ma l'idea che proprio questo non debba farsi  cos diffusa che ormai anche gli ultimi stanchi
difensori del sistema proporzionale (che  quanto dire del suffragio universale nella sua piena
realizzazione) si affrettano a dichiarare che va benissimo correggerlo con lo sbarramento alla
tedesca. Come se fosse ovvio negare rappresentanza ad una forza che rappresenta il 5% della societ,
cio milioni di elettori. Quando in Italia, nel 1993, vari gruppi di pressione misero in moto il
referendum che avrebbe portato all'estinzione del sistema proporzionale, il settimanale americano
Newsweek venne in soccorso dell'operazione e boll il vecchio sistema elettorale vigente con
un'accusa che doveva risultare adeguatamente infamante: esso comportava infatti  secondo il
settimanale  too much democracy, un eccesso di democrazia (1 febbraio 1993, p. 23).
Ha osservato efficacemente Robert Dahl (How Democratic is the American Constitution?) che
alcuni mali delle democrazie vengono appunto dal nefasto sistema maggioritario fondato sul principio
First-pass-the-post (= il candidato che prende il maggior numero di voti in un collegio ne assume
l'intera rappresentanza). Non sarebbe finalmente ora di prendere sul serio l'idea che il sistema
first-pass-the-post pu andare bene per le corse di cavalli ma non per le elezioni in paesi democratici di
grande estensione?13.
Questo tipo di meccanismo pu condurre a paradossi memorabili: sia in presenza di due sole
forze che si scontrano elettoralmente (caso inglese) sia in presenza di una pluralit di forze (caso
francese). Nel primo caso pu accadere, ed  effettivamente accaduto, che una delle due forze ottenga
pi voti e meno eletti se il suo elettorato non  distribuito in modo uniforme (un partito con forte
radicamento operaio stravince in alcuni collegi e perde di misura in altri; l'avversario con meno voti
popolari pu dunque pareggiarlo o superarlo quanto ad eletti); inoltre nel concreto questo meccanismo
penalizza qualunque terza forza (in Inghilterra statisticamente un 20% dell'elettorato non ha
rappresentanza: non conviene a nessuna delle due maggiori concedere a un terzo partito
apparentamenti per fargli spazio in parlamento). Nel secondo caso si pu giungere a paradossi
spettacolari, come nelle presidenziali francesi del 2002, conclusesi con un ballottaggio tra blocco di
centro-destra e il razzista Le Pen (che era per un soffio il secondo arrivato nella corsa di cavalli),
mentre oltre il 40% dell'elettorato aveva votato a sinistra.
Le sinistre in Europa cominciano ad essere affascinate da questi giochi d'azzardo dopo avere
per tanto tempo tuonato contro di essi, perch la loro base sociale si  venuta trasformando, nel quadro
della pi generale e profonda trasformazione delle classi (e del loro reciproco rapporto numerico e delle
loro aspirazioni) nell'ambito europeo. Il punto di vista comunista  quasi del tutto svanito perch la
sua prospettiva mondiale non corrisponde pi agli interessi dei ceti dipendenti della parte pi ricca
del mondo, anzi  in antitesi con essi. Il grande lavoro in direzione della giustizia (lo Stato sociale)
compiuto dalle sinistre in Europa, anche sotto l'incalzare del modello alternativo facente capo all'Urss
(di sicuro negli anni Trenta),  giunto ad importanti traguardi: non  un caso che il pi avanzato
modello di Mitbestimmung aziendale si sia realizzato proprio nella Germania federale, il
paese-vetrina, il paese che doveva a sua volta scardinare l'Est col proprio appetibile modello (ci che
infatti  accaduto). Ma questo grande risultato  una cui altra faccia, meno bella,  il potere
incontrollabile del capitale finanziario   stato possibile essenzialmente perch si  regionalizzato: la
prospettiva mondo  stata abbandonata ed  fuori di luogo chiedersi se e quando torner attuale.
Questo esito non deve per lasciare in ombra il fatto che il nuovo equilibrio sociale e politico
verso cui buona parte dell'Europa occidentale si avvia, affannosamente seguita dall'altra, che si 
scrollata di dosso l'esperienza della democrazia popolare, lascia purtuttavia sussistere minoranze
escluse alle quali si aggiungono, perch necessarie all'espletamento di lavori che nessun altro farebbe,
quelle minoranze esterne (immigrazione) che il resto del pianeta esporta in direzione di paesi pi
prosperi. Queste minoranze hanno cittadinanza ridotta, e, gi perch minoranze,  dubbio che possano
efficacemente combattere per pareggiare la propria condizione con quella di chi ha gi conquistato, e
solidamente detiene, la piena cittadinanza.
Lo svuotamento delle democrazie progressive, cio del contenuto concreto dell'antifascismo
tradotto in norme costituzionali,  avvenuto in due direzioni convergenti: sul piano istituzionale col
rafforzamento dell'esecutivo e con leggi elettorali che spostano l'elettorato verso il centro e
selezionano con criterio censitario il personale politico, producendo la definitiva sconfitta del suffragio
universale; sul piano sostanziale con l'accentuarsi della presa delle oligarchie che contano sull'intera
societ (impoverimento dell'efficacia legislativa dei parlamenti, accresciuto potere degli organismi
tecnici e finanziari, diffusione capillare della cultura della ricchezza, o meglio del mito e della idolatria
della ricchezza attraverso un sistema mediatico totalmente pervasivo).
Di solito ci si indigna quando qualcuno solleva il problema della costruzione dell'opinione
pubblica attraverso il potente mezzo televisivo. (Un po' meno ci si sdegna, contro siffatto indecente
argomentare, quando sono in atto le zuffe per lottizzare il controllo delle emittenti televisive). Per la
validit dell'argomento dovrebbe considerarsi ormai assodata da quando Murdoch  uno dei pilastri
elettorali di Bush jr. e in Italia il proprietario di quasi tutta l'emittenza privata, che  anche il pi grande
pubblicitario del secolo, ha in pochi mesi creato un partito, e vinto ben due volte le elezioni (1994,
2001). Ci non impedisce che, ciclicamente, un nugolo di facitori di opinioni si ingegnino, come
diceva donna Prassede, a dimostrare che una diagnosi del genere  poco meno che un'infamia, anzi il
bieco sofisma caro a coloro che perdono le elezioni.
Che il mezzo televisivo influenzi direttamente la intenzione di voto degli elettori  fuor di
dubbio. In uno studio molto ben condotto, La spirale del silenzio (2002), Elisabeth Noelle-Neumann 
fondatrice nel lontano 1947 dell'Institut fr Demoskopie Allensbach, collaboratrice per molti anni di
Helmut Kohl, e coeditrice da oltre un decennio dell'International Journal of Public Opinion
Quarterly  ha raccontato un istruttivo esperimento fatto dall'Istituto Allensbach durante la campagna
elettorale tedesca federale del 1976. Furono scelti due significativi campioni di due differenti ambiti: a)
telespettatori assidui di trasmissioni a tema politico; b) soggetti che guardano di rado o mai trasmissioni
a tema politico. Le due rilevazioni principali furono nel marzo e nel luglio 1976: si vot il 3 ottobre. Da
marzo a luglio, di fronte alla domanda Anche se nessuno pu saperlo, chi ritiene che vincer le
prossime elezioni?, il gruppo a si spost da un iniziale 47% ad appena il 34% convinto della vittoria
della Cdu/Csu, mentre inversamente le risposte che davano vincente la coalizione socialista-liberale
balzarono dal 32 al 42%. Invece il gruppo b rimase stabile (36 contro 24 in marzo, 38 contro 25 in
luglio ed un'altissima percentuale di incerti: circa il 40%). In realt, sebbene i due schieramenti si
pareggiassero (infatti alla fine la coalizione socialista-liberale prevalse per trecentomila voti su 38
milioni di votanti), i giornalisti politici attivi in Tv continuavano a dichiarare che non c'era alcuna
possibilit di vittoria per la Cdu/Csu. E questo ebbe un effetto ben visibile14.
Naturalmente l'esperimento, proprio perch riferito a telespettatori assidui di trasmissioni a
tema politico, riguardava una ristretta lite del corpo elettorale. I fruitori di trasmissioni politiche,
come del resto i lettori di giornali da cui intendono trarre il loro orientamento politico, sono una esigua
minoranza politicizzata. La conferma di questo dato ben noto viene proprio dal risultato delle elezioni
ora ricordate, nelle quali il piccolo (in cifre assolute) spostamento elettorale determinato dalla parte
politica delle trasmissioni televisive risult decisivo rispetto ad un elettorato praticamente diviso in due
parti uguali.
Ma la parte direttamente politica della produzione televisiva  il meno,  la parte trascurabile
della politicit dello strumento televisivo.
Sul piano della comunicazione politica contano, semmai, molto di pi i silenzi: quello che una
macchina dell'informazione cos vasta che non ha l'eguale nella storia umana riesce a non dire. Un
esempio valga a chiarire l'inverosimile situazione: un esempio che chiarisce bene il ruolo e la
sostanziale subalternit dell'Europa. Come tutti sanno, nella generale costernazione delle cancellerie
europee e della Organizzazione delle Nazioni Unite, nel marzo 2003 gli Stati Uniti hanno sferrato un
attacco in grande stile, aereo navale e terrestre, causando un numero finora non precisato di vittime,
contro la repubblica dell'Iraq accusata di possedere, nascostamente, armi chimiche di distruzione di
massa.  altrettanto noto che gli ispettori internazionali inviati prima del conflitto a scoprire tali armi
non ne trovarono traccia, e che traccia non se n' trovata neanche mesi e mesi dopo che il conflitto era
finito, ed il paese veniva occupato dagli eserciti anglo-americani, e depredato e controllato in ogni suo
angolo. Da principio un'altra buona causa di guerra era stata addotta dagli attaccanti, e cio
l'oppressione da parte irakena della minoranza curda, ma poich la Turchia, alleata indispensabile degli
Stati Uniti, persguita anch'essa i Curdi e li massacra, si  preferito lasciar perdere quest'altra buona
causa, e non se n' parlato pi. Il silenzio calato sui Curdi ed il loro triste destino da parte dei nostri
media, pur gi pronti a fare il bis umanitario dopo il Kossovo ma improvvisamente dimentichi della
giusta causa curda,  di per s impressionante.
Ma torniamo alle presunte armi di distruzione dell'Iraq, la cui inesistenza  ormai generalmente
riconosciuta, al punto che il problema della Casa Bianca e di Downing Street oggi non  pi di ostinarsi
a sostenere che ci fossero, ma di individuare qualcuno cui addebitare la colpa di aver fatto credere (ai
due pi potenti servizi segreti del mondo) che quelle armi ci fossero davvero. Il silenzio dei media
europei riguarda un altro imbarazzante dettaglio della vicenda. Il direttore generale dell'Opac
(Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche), Jos Mauricio Bustani, un anno prima che la
guerra scoppiasse aveva incitato l'Opac a sollecitare l'adesione dell'Iraq. Ma questo, aveva scritto il 20
aprile 2002 il Guardian, apparve al governo americano come un imprevisto impedimento alla
intenzione di attaccare l'Iraq. Da parte degli Stati Uniti la reazione  stata di rifiuto totale della proposta
di Bustani fino al passo, significativo, di ordinare al governo brasiliano (presidente era allora il prof.
Cardoso) di rimuovere Bustani dall'incarico. Il testo dell'ingiunzione, insieme con la ricostruzione
della vicenda,  stato edito nella rivista dell'Universit di San Paolo Estudos avanados (16, 2002).
Bustani fu catapultato come console generale a Londra: ormai la guerra era imminente. Tuttavia il
ricorso di Bustani all'Oit (Organisation International du Travail) ha avuto successo, e nello scorso
luglio la cacciata di Bustani dall'Opac  stata definita illegale15. Nessuno nei nostri turgidi
telegiornali o nei quotidiani si  degnato di fornire mai il bench minimo dettaglio di questa vicenda. I
cittadini e i telespettatori non dovevano conoscere la prova esplicita di quanto criminale fosse stata la
condotta statunitense nel fomentare la guerra che, pure, gli stessi governi europei avversavano. Ma
ammettiamo senz'altro che l'efficacia di una simile enormit sarebbe rimasta all'interno di una non
vastissima cerchia di specialisti della politica. La partita si gioca su altri piani.
A ben vedere, tutta la ormai annosa disputa sull'efficacia elettorale e, pi in generale
politica, del potere mediatico si basa su di un equivoco. Si finge di credere che la prevalenza
politico-elettorale venga posta (dagli sconfitti) in relazione con il possesso e il controllo
dell'informazione politica. Ma questa costituisce un aspetto minimo della questione:  al pi la dose di
potere mediatico che concerne l'lite politicizzata. Tutto il resto dell'immensa produzione  senza pi
differenze tra emittenti private e pubbliche, perch queste ultime per sopravvivere sono mera copia
delle prime   ormai un colossale veicolo dell'ideologia, o per meglio dire del culto, della ricchezza.
Non importa pi chi controlli:  stato plasmato il gusto ed esso esige comunque un adeguamento totale.
Il dominio della merce  diventato culto della merce ed  tale culto che quotidianamente crea, e alla
lunga consolida, il culto della ricchezza. La colossale massa di emissioni consacrate alla promozione
delle merci , a ben considerare, il principale contenuto della gigantesca macchina televisiva. Non
importa di quale prodotto, meglio se di tutti. Quello che ad una minoranza di fruitori appare come un
disturbo (di cui attendere la conclusione per riprendere il filo)  invece il testo principale: ore e ore
quotidiane di inno alla ricchezza presentata, con mirabile efficacia, come status a portata di mano.
Il lato geniale ed irresistibile di questo genere del tutto nuovo di conquista dell'opinione 
che esso non si manifesta mai in modo direttamente politico. Essa ha fatto tesoro della constatata
sconfitta dell'altro metodo: quello, per cos dire, concettuale del lavaggio del cervello
esplicitamente propagandistico. Come s' visto, dovunque il metodo di indottrinamento diretto ha
suscitato fastidio, estraneit e alla fine ripulsa. Lo si pu praticare con successo solo se lo si destina ad
una ristretta lite gravata di speciali responsabilit ( il caso della Chiesa cattolica nella formazione dei
suoi quadri): altrimenti sortisce l'effetto contrario. Invece il metodo subliminare, anche perch le
opzioni che deve indurre a preferire sono di carattere elementare se non proprio infantile (pi merci =
pi felicit),  di effetto certo: non fa che prospettare, ininterrottamente, immagini, brevi e di facile
fruizione intellettuale anche per deficienti, di un mondo (fittizio) gi reso perfetto e felice dalla
sovrabbondanza delle merci di ogni genere. Non meno efficace  il ritrovato, costante nell'intera
straripante produzione pubblicitaria, di mostrare intorno ad ogni (singola) merce la vita felice di tutti i
giorni (nella sua forma pi luccicante e attraente) di infinite persone qualunque: le quali in realt
sono sapientemente selezionate al fine di determinare un immediato effetto di auto-identificazione,
immedesimazione e conseguente spinta mimetica, al prodursi del quale il gioco  fatto. Non c'
bisogno di un orwelliano grande fratello per orchestrare tutto questo:  una macchina che si
autoregola e si moltiplica per il fatto stesso di essere, anche economicamente, sommamente redditizia.
Prima di indurre centinaia di migliaia di uomini a transitare al di qua dell'ormai affondata
cortina di ferro, o a varcare i mari rischiando anche la vita pur di sbarcare nel paese di Bengodi (si
parl a questo proposito, anni addietro, di spot people), quegli influentissimi testi  la cui produzione
costa miliardi e che movimentano milioni e milioni di consumatori in tutto il mondo  avevano
preliminarmente conquistato la mente, per non dire l'anima, innanzi tutto dei cittadini di serie A, cio
di quelli che gi c'erano nel paese di Bengodi. I grandi creatori di pubblicit sono dunque i veri e a
loro modo geniali intellettuali organici della vincente dittatura della ricchezza. Non ha molta
importanza la patetica battaglia per pareggiare pi o meno equamente gli spot elettorali: tutto il resto
sono i veri spot elettorali. Essi indirizzano milioni di utenti a simpatizzare per quelle forze che gridano
con santo sdegno: lasciateci godere della nostra ricchezza!, e come unica ideologia trasmettono il
pi sollecitante dei messaggi: cercate di diventare come noi!16.
Al potere incontrastabile dell'ideologia della ricchezza si associano altre mitologie di massa:
i grandi miti analfabeti, di cui lo sport  forse il massimo esempio, divenuto infatti ormai, non a caso,
un fattore direttamente politico, oltre che unica occasione di mobilitazione spontanea delle masse.
Il culto della ricchezza (nel quale rientrano anche i miti sportivi) ha creato  ed  questo forse il
maggior suo successo  la societ demagogica perfetta. La manipolazione involgarente delle masse  la
nuova forma della parola demagogica. Proprio mentre sembra favorire, attraverso lo strumento
mediatico, l'alfabetizzazione di massa, essa produce  e il paradosso  solo apparente  un basso livello
culturale oltre che un generale ottundimento della capacit critica: l'allarme lanciato da Giacomo
Leopardi, dove tutti sanno poco e' si sa poco17, poteva sembrare, al tempo in cui fu formulato,
affetto da aristocratismo;  oggi che trova il suo pieno inveramento.
Sembrava il fascismo aver dato il massimo contributo in questa direzione: era invece pur
sempre un movimento che affondava le sue remote radici nel secolo precedente e nel sempre ritornante
modello bonapartista. Il fascismo prendeva di petto e manipolava la folla cos come l'aveva
conosciuta e descritta Gustave Le Bon. Al contrario l'attuale democrazia oligarchica, o sistema
misto, o come altro si preferisca chiamarlo, orienta, ispira e perci dirige una folla molecolarizzata e,
insieme, omogeneizzata dalla capillare onnipresenza del piccolo schermo; nutre, illude e proietta
verso una felicit merceologica a portata di mano una miriade di singoli, inconsapevoli della
parificazione mentale e sentimentale di cui sono oggetto, paghi della apparente verit e universalit che
quella fonte, in permanenza attiva, fornisce quotidianamente loro, soffusa di sogni.
L'epilogo  stato la vittoria, che ha prospettive di lunga durata, di quella che i Greci
chiamavano la costituzione mista, in cui il popolo si esprime ma chi conta sono i ceti possidenti:
tradotto in linguaggio pi attuale, si tratta della vittoria di una oligarchia dinamica e incentrata sulle
grandi ricchezze ma capace di costruire il consenso e farsi legittimare elettoralmente tenendo sotto
controllo i meccanismi elettorali. Scenario beninteso limitato al mondo euro-atlantico e ad isole ad
esso connesse nel resto del pianeta. Pianeta che, altrove, viene messo in riga le armi in pugno.
Non si  giunti a questo esito nello spazio di un mattino. La nascita e lo sviluppo dello Stato
sociale, ad esempio, meriterebbero una trattazione ad hoc nella quale rientrano non solo la sfida
rappresentata dall'assistenzialismo di tipo sovietico ma anche il New Deal e anche il fascismo. Alla
conclusione del suo percorso esso appare come un prezioso pilastro del sistema economico-sociale, ed
 apprezzato perci anche da coloro che lo avversavano e che tuttora vorrebbero ridimensionarlo ma
che ovviamente sanno quanto sia prezioso salvaguardarlo.
Per parte sua, anche la democrazia ha avuto i suoi momenti di grandezza. Mentre gli Stati Uniti
d'America appoggiavano attivamente i fascismi militar-golpisti su tutto il pianeta, dall'Indonesia
all'intero Sud America (con effetti particolarmente feroci in Cile e in Argentina) e teorizzavano che
quelle dittature erano il necessario baluardo contro il comunismo, ed estendevano questa linea d'azione
al continente europeo (appoggio ai fascismi storici della penisola iberica, instaurazione della
dittatura militare greca, appoggio alla eversione nera in Italia), anche il contrattacco democratico ha
avuto i suoi fasti: dalla rivoluzione portoghese, alla cacciata dei colonnelli greci, all'ra Brandt in
Germania; per non ricordare se non di sfuggita lo spostamento di equilibri a sfavore dei ceti possidenti
attuatosi in Italia, non a caso in un clima di rinnovata tensione antifascista, alla fine degli anni Sessanta
e codificato in un testo di legge non a torto solennemente definito Statuto dei lavoratori, oggi sotto
attacco.
Ma questi momenti alti non hanno alla fine prevalso se non temporaneamente. La democrazia
(che  tutt'altra cosa dal sistema misto)  infatti un prodotto instabile:  il prevalere (temporaneo) dei
non possidenti nel corso di un inesauribile conflitto per l'eguaglianza, nozione che a sua volta si dilata
storicamente ed include sempre nuovi, e sempre pi contrastati, diritti. Ben diceva il Bobbio del
1975 che l'essenza della democrazia  l'egualitarismo18. Il suo affiorare, che non  cos frequente e
che nel secondo Novecento ha avuto un punto di forza nell'antifascismo,  dovuto all'irrompere, nel
regime misto o se si preferisce semi-oligarchico codificato dal liberalismo classico, di istanze
egualitarie pi o meno coronate da durevole successo, che quasi sempre si fanno strada nell'asprezza di
un conflitto: ben lo descrive Platone, alquanto inorridito, in un celebre passo della Repubblica (557a).
Sono interruzioni pi o meno durevoli del sistema misto. Chi molto si avvicin a questo genere di
diagnosi fu un grande interprete delle dinamiche sociali, Gaetano Mosca. Egli fece ricorso, a sostegno
della sua tesi, certo pessimistica, dell'inesistenza della democrazia, all'apologo  come scrive  di
quel padre che morendo confidava ai figli che nel campo avto era sepolto un tesoro, ci che fece s che
quelli ne sollevassero tutte le zolle, non trovando il tesoro ma aumentando notevolmente la fertilit del
terreno19. L'apologo pu essere messo a frutto in molti modi, per esempio a sostegno della tesi che la
fiducia nella possibile esistenza della democrazia ha di per s effetti migliorativi (democratici
appunto); certo esso esprime bene l'inesistenza fattuale, e insieme l'indispensabilit della
democrazia (beninteso nel suo senso pieno e originario).
Questo temperato e lucido pessimismo aiuta forse anche a comprendere come mai la
democrazia programmaticamente egualitaria sia stata accantonata anche l dove si era presentata per
cos dire armata e, oltre ad adornarsi tautologicamente dell'aggettivo popolare, si dotava di
strumenti dittatoriali appunto per attuare sul piano sostanziale i suoi propositi.
Il dramma delle democrazie popolari  evocato dalla carriera di un uomo che ben
efficacemente ne simboleggia, nel percorso della sua vita, l'intera vicenda: Wladislaw Gomulka. Lo
abbiamo ricordato al momento del suo trionfo che rappresenta anche uno dei momenti pi alti della
democrazia in Europa, l'ottobre polacco del 1956. Come  accaduto che fosse, alla conclusione
tristemente fallimentare della sua vicenda politica, l'uomo che fa sparare sugli operai a Danzica
(dicembre 1970)? Il problema non nasce in omaggio ad un culto dell'operaio in quanto tale, n si
esorcizza evocando la durezza anche peggiore che il capitalismo, appoggiandosi al potere statale, ha
dimostrato per tutta la sua lunga vita (e che ancora oggi si manifesta in modi adeguati al tempo
presente nei confronti della manodopera immigrata semi-schiavile, rispetto alla quale si affrontano in
Occidente due linee: prenderla a cannonate ovvero usarla per i lavori che il proletariato bianco non vuol
pi fare)20. Il problema nasce dal fatto che quei sistemi politico-sociali, ora estinti, si presentavano
come Stati degli operai. Dunque quella risposta al disagio che aveva molteplici cause, anche indotte,
era comunque sbagliata; e del resto anche inefficace, come si  visto alla fine.
Il problema  dunque di capire che cosa non ha funzionato, dando per assodato che dal
campo rivale non potevano che giungere sollecitazioni sia propagandistiche che pratiche
(economico-militari) di carattere tendenzialmente distruttivo. E questo dovevano saperlo tutti coloro
che avevano puntato sulla possibilit di un socialismo in un paese solo (il che significava poter
durare, tanto pi quando il paese solo divenne un sistema di Stati, circondato da un mondo non solo
ostile ma mai rassegnato a coesistere durevolmente con la propria negazione). Quello che non ha
funzionato non pu racchiudersi in una breve lista di difetti. E certo sarebbe ormai necessaria una
storia differenziata, non en gros, delle vicende delle varie democrazie popolari e della loro
progressiva, negli ultimi tempi accelerata, marcia di avvicinamento in direzione dei modelli dell'altra
met dell'Europa (in particolare l'emergere silenzioso, sotto la corteccia dei vecchi partiti che facevano
da contorno al partito dominante, di veri partiti, che alla fine  come fu il caso della Cdu
tedesco-orientale  presero il potere). Ma la causa vera della fragilit e delle ribellioni era una sola: lo
spettacolo della risorta disuguaglianza, in forme al tempo stesso miserabili e castali, tanto pi urtanti in
un contesto di scarsa prosperit. N giova osservare, ci che  del tutto vero, che la prosperit del
mondo-vetrina (l'Occidente prospero), che ha scardinato con la propria stessa attrattiva gli equilibri e
conquistato l'opinione pubblica dei paesi socialisti, nasce dallo sfruttamento di tutto il resto del
pianeta. Cosa che il servidorame propagandistico-giornalistico del nostro Occidente si sforza
quotidianamente di occultare. Ma questo non spiegava n giustificava i privilegi materiali della
nomenklatura in tutte le sue ramificazioni nei confronti dei metallurgici di Danzica o dei minatori
sovietici. E sarebbe insensato sostenere che per continuare a funzionare quei sistemi politici dovessero
comunque fare ricorso ad una nomenklatura dotata di uno status di sostanziale privilegio, perch
questo non solo  argomento vano per chi tale disuguaglianza subiva ma sarebbe addirittura una
dichiarazione di totale impotenza.
Non era una dolorosa necessit la formazione di tale nuova classe, come fu definita, ma era
l'avvio della trasformazione che ha avuto il suo esito nella mutazione  apparentemente improvvisa 
della Russia post-sovietica nel regno del pi selvaggio capitalismo a base mafiosa: essa  ormai un
punto alto della nuova facies mondiale del capitalismo. Il processo  stato molto lungo: se ne possono
rintracciare le premesse nello stachanovismo. Scrive Hlne Carrre d'Encausse:
Innanzi tutto, Stalin estende (1934) alle masse operaie la nozione di elitismo e dei privilegi che
organizzano gerarchicamente la societ. Il fenomeno stachanovista gli permette, nello stesso tempo,
di dissimulare la sua politica di differenziazione sociale e di approfittare dell'emulazione operaia per
modificare le norme di produzione. [...] Sin dal 1932 in effetti i predecessori di Stachanov emergono
dal mucchio. Nelle officine, i primi lavoratori d'assalto non sono manipolati dal potere [...]. [Dopo il
1934 invece] essere lavoratore d'assalto, nuova categoria di privilegiati,  una prospettiva che il
Partito apre a individui scelti tra la massa operaia e non un percorso che la massa operaia nella sua
interezza ha scelto di seguire.
Lo stachanovismo finisce cos di delineare il modello di societ che s'impone sotto Stalin. La
societ staliniana non  una comunit di eguali, essa  dominata dai migliori, le cui competenze
giustificano, ad ogni livello, l'autorit e i privilegi.
Ma si tocca qui con mano un altro tratto essenziale dello stalinismo: la precariet delle
posizioni e dei privilegi. Stalin  stato il creatore di una burocrazia proliferante, in cui tutti coloro che
detenevano una briciola di potere si vedevano conferire un'autorit estrema e privilegi codificati,
riconosciuti nella sostanza; ma  stato anche il sistematico distruttore di questa burocrazia. In questo
sistema i privilegiati erano sempre sotto minaccia di essere purgati, vale a dire espulsi dall'universo dei
privilegiati!
Il Partito offre una eccellente immagine di questa mobilit!21
In epoca post-staliniana questo processo ha avuto certamente una notevole accelerazione. Oltre
tutto proprio il formarsi di una nuova classe sotto la apparente continuit del sistema ha rappresentato
un fattore di erosione del sistema stesso, alla fine caduto come una crosta esterna espulsa da un
organismo che si era ormai trasformato dal punto di vista dei rapporti sociali. Nel 1968 Alexander
Gerschenkron, nel saggio su La continuit storica, notava dubitativamente a proposito dell'Urss:
Se quanto sta avvenendo in quel paese  un'erosione della dittatura, il processo  cos lento da
apparire quasi impercettibile. Non  possibile prevederne n la lunghezza, n il grado di reversibilit; in
ogni caso, l'esperienza del passato non offre alcuna indicazione in proposito. La storia moderna mostra
abbastanza chiaramente in che modo le dittature hanno cercato di assicurarsi la stabilit e registra i loro
crolli catastrofici; ma, a parte il caso ambiguo della Turchia kemalista, la trasformazione lenta e
graduale di una dittatura moderna rappresenterebbe storicamente un fatto nuovo come, del resto,  un
fatto nuovo la sua sopravvivenza in Russia da oltre cinquant'anni22.
Il paradosso  che il mostruoso prodotto storico venuto fuori dal crollo dell'Urss e dall'avvento
della mafia abbia continuato per circa un decennio ad essere gabellato in Occidente come la Russia
finalmente democratica. Quel che l, oggi, si sta ulteriormente sviluppando non  ancora chiaro se sia
soltanto uno scontro tra i nuovi oligarchi oppure un tentativo autoritario, per certi versi neo-sovietico,
di stroncare almeno il peggio dell'onnipotente oligarchia mafiosa.
Un colpo durissimo alla visione retorica della rinnovata marcia della democrazia in Europa (da
un '89 all'altro)  venuto proprio dalla ormai pi che decennale storia della Russia post-sovietica. Il
lungo regno di Boris Eltsin fu in realt una dittatura eterodiretta dagli Stati Uniti. Innanzi tutto il
bombardamento del parlamento nel settembre 199323. Gli eventi si erano rincorsi in successione
drammatica: Eltsin esautorava il parlamento, il parlamento lo deponeva nominando al suo posto il
vice-presidente Rutskoj, Eltsin rispondeva con le cannonate. L'altro evento-spartiacque furono le
elezioni presidenziali del 1997, quando la Cia, governando direttamente l'intero gioco elettorale, port
Eltsin dal 2% delle intenzioni di voto al successo al secondo turno, grazie  tra l'altro  alla operazione
Lebed (candidato fantoccio nazionalista-populista che ebbe il compito di impedire la vittoria al primo
turno del candidato comunista). Oltre all'umiliazione di ogni procedura democratica, Eltsin stabil
inoltre  in stile tardo-brezneviano  il dominio personale e diretto del suo clan di affaristi e parassiti
familiari. Il regime instauratosi dopo la sua uscita di scena viene apprezzato o vituperato, in Occidente,
a corrente alternata, in relazione ai comportamenti del nuovo presidente, Putin, in politica estera. Ad
ogni suo scarto dalle direttive Usa nelle relazioni internazionali, la grande, media e piccola stampa,
nella sua prona docilit, scopre che Putin capeggia un regime non democratico.
Ha osservato Joseph Steglitz, della Columbia University, nobel per l'economia (2001) e
consigliere di Clinton:
Dieci anni fa il parlamento russo, la Duma, cerc di destituire il presidente Boris Eltsin, dando
il via ad un periodo di stallo e di confronto che termin sette mesi dopo quando Eltsin ordin ai carri
armati di sparare sull'edificio della Duma. La vittoria di Eltsin determin chi avrebbe governato la
Russia a partire da quel momento e chi sarebbe stato l'artefice della sua politica economica. Ma le
scelte di politica economica di Eltsin furono davvero quelle giuste per la Russia? Il passaggio dal
comunismo al capitalismo in Russia dopo il 1991 avrebbe dovuto portare una prosperit senza
precedenti al paese. Ma cos non fu. Quando arriv la crisi del rublo, nell'agosto 1998, la produzione
era diminuita di circa la met e la povert era aumentata dal 2% della popolazione a oltre il 40%.
I successi della Russia a partire da quella data sono stati impressionanti, tuttavia il suo Pil resta
del 30% inferiore a quello del 1990. Con una crescita del 4% l'anno, all'economia russa ci vorr
almeno un decennio per ritornare ai livelli ai quali si trovava quando il comunismo croll.
Una transizione della durata di due decenni, nel corso dei quali la povert e l'ineguaglianza
crescono enormemente mentre pochi diventano ricchi, non pu essere definita una vittoria per il
capitalismo e la democrazia24.
Ci sarebbe da chiedersi come mai tanta lucidit sgorghi sempre postumamente, visto che
Clinton  stato presidente per l'appunto dal 1992 al 2000, dunque per la quasi totalit del decennio
che oggi a Steglitz appare cos giustamente indecente. Ma, appunto, la capacit di creare, svelare o
disperdere la realt attraverso la macchina perfetta dell'informazione  uno degli strumenti capitali del
vincente mondo libero. Una tecnica, certo, ma forse  proprio dalle tecniche che parole assolute
e al limite vuote quali libert e democrazia hanno assunto la forma e inglobato i contenuti che sono
sotto i nostri occhi.
...
.
...
Capo 16. Fu novella storia?.
.
Questa volta io dissi: A partire da oggi comincia una nuova ra della storia del mondo, e voi
potete dire di esserci stati.
Goethe
Campagne in Frankreich
 Simone Weil: Perch avete fatto sparare sui marinai di Kronstadt?
 Trockij: Siete dell'esercito della salvezza?
Simone Ptrement
La vie de Simone Weil
La moderna storia d'Europa  racchiusa o scandita tra date emblematiche, che dovrebbero 
secondo i diversi punti di vista  indicarne il senso e addirittura rappresentarne il provvisorio epilogo.
Si prospettano diverse coppie di date in ragione di differenti diagnosi, le quali, com' ovvio, producono
diverse scansioni e diverse periodizzazioni. La prima coppia  1789/1917, la seconda  1789/1989.
Nel primo caso  l'idea di movimento verso qualcosa ad avere la meglio. C' alla base la
nozione di storicit di tutte le forme politiche, inclusa la democrazia parlamentare. Nel secondo caso
c' la visione, o se si vuole l'ideologia, di una superiorit innata, extra-temporale, della democrazia
parlamentare, e la convinzione che compito di tutti i popoli sia di giungere prima o poi a
quell'approdo: a partire dall'Europa, culla di tale modello eterno. Secondo questa prospettiva, ci che
interviene tra l'instaurarsi di un modello di regime parlamentare (alquanto imperfetto) al termine del
venticinquennio 1789-1815, ed il suo trionfo nel 1989, non  che devianza, temporaneo
offuscamento. Col radioso bicentenario non solo la storia ma anche la modellistica politica si
concludono. Nell'altra periodizzazione, invece, accanto all'ottimismo implicito nell'idea di progresso
( anch'essa una fede) vi  per anche una spinta critica: una spinta a decifrare quel che si cela dietro le
auto-rappresentazioni dei differenti regimi. Una spinta critica volta a porsi costantemente la domanda
intorno al nesso, alla corrispondenza, o alla non-corrispondenza, tra le parole e le cose.
Per Marx ed Engels il socialismo era roba da Primo Mondo. Nella loro opera scritta appare
evidente che essi pensano alla storia passata e alle possibili trasformazioni unicamente in riferimento ai
paesi pi avanzati d'Europa (Francia, Germania, Inghilterra) e agli Usa. Il resto del mondo , ai loro
occhi, in ritardo. Essi prevedono che proprio nel cuore dell'Occidente industriale avanzato il
capitalismo stia allevando i suoi becchini, cio la classe operaia che subentrer al capitale, al
comando di quel medesimo sistema industriale avanzato che il capitalismo ha cos potentemente
contribuito a costruire. Soggiungono che liberando se stessa la classe operaia liberer tutti gli altri
soggetti; e concludono il loro appello alla lotta invocando i proletari di tutto il mondo; ma il mondo
che hanno in mente  soprattutto il Primo.
Una volta, ben dopo il 1848, Engels scrisse che un paese remoto, antico e arretrato come la
Cina avrebbe potuto entrare a far parte di questo (prevedibile) movimento storico quando, e solo
quando, sulla Grande Muraglia sarebbero apparse le tre parole della Rivoluzione francese: Libert,
Egalit, Fraternit. Cio la Cina doveva fare passi da gigante per raggiungere la democrazia
borghese, e solo allora un socialismo per la Cina avrebbe cominciato ad essere all'ordine del giorno.
Nel 1848 tutto era parso a portata di mano: infatti Marx ed Engels in quell'anno non pensano ad
un socialismo come orizzonte che si intravede in un futuro lontanissimo, ma a qualcosa che  ormai
nella pienezza dei tempi. Cos non fu. E nemmeno nel 1871 la Comune di Parigi ebbe esito migliore. Al
contrario. I due dioscuri del socialismo non amavano n essere smentiti dalla realt n predicare per un
futuro evanescente all'orizzonte. Perci dovettero praticare ben presto la spiacevole arte di spiegare
dove abbiamo sbagliato (o, per meglio dire, dove gli altri avevano sbagliato), e furono molto aspri
nell'individuare gli errori altrui. E dovettero anche praticare l'arte di cimentarsi con strade nuove,
diverse, lunghe, estenuanti: la lotta politica quotidiana, politica e sindacale, la lotta elettorale, i
congressi di partito, ecc.
Il tempo del sovvertimento previsto come all'ordine del giorno dal Manifesto del 1848 si
allontanava ancora. Nasceva il socialismo come soggetto parlamentare, oltre che sociale. Ed Engels ne
fu certamente il pi autorevole nume.
L'imprevisto assoluto, scandaloso sotto ogni punto di vista, fu il 1917, l'ottobre russo: la presa
del potere da parte dei socialdemocratici bolscevichi, piccolo partito, consapevole della propria
natura di avanguardia giacobina pronta a trainare le masse, addirittura in un paese arretrato, la Russia
zarista, e per giunta dopo appena qualche mese di democrazia borghese (febbraio-ottobre 1917). La
novit, incongrua con tutto quanto si leggeva in Marx e in Engels, era tale che Antonio Gramsci scrisse
allora il celebre articolo La rivoluzione contro il Capitale (intendendo il Capitale di Marx,
sconfessato da quanto stava accadendo in Russia).
La storia successiva fu tragica, come lo era stato l'atto di nascita della rivoluzione. Nata dalla
guerra ferocissima del '14, la rivoluzione fu sotto attacco permanente sin dal principio. L'Occidente
intervenne manu militari come al tempo delle coalizioni: anche per questo i bolscevichi si sentirono
protagonisti di un nuovo 1793. La rivoluzione sopravvisse all'intervento esterno, alla guerra civile, alla
costante insidia strisciante, ma ne usc trasformata, o meglio stravolta. E fu quello  alla lunga  il vero
successo degli avversari. Perci, anche, Churchill definiva Lenin il grande rinnegatore e Croce, nelle
ultime pagine della sua Storia d'Europa (1932), aveva previsto che i rivoluzionari sopravvissuti a
prove epiche avrebbero destrutturato essi stessi l'opera loro.
Dalla prova micidiale della seconda e ancora pi feroce guerra, quella scatenata dal nazismo, lo
Stato operaio fu trasformato in impero ideologico (su scala pi grande, qualcosa di simile alla
Francia dopo Campoformio). La guerra fu dunque il suo habitat. In quella guerra, l'Urss non intendeva
entrare. Stalin percorse dapprima la via leninista di restar fuori dalla guerra inter-occidentale (patto
del '39); poi fu trascinato nel conflitto dall'attacco tedesco e diede un aiuto memorabile alla salvezza
dell'Occidente anti-hitleriano. Questo aiuto dato alla salvezza dell'Occidente  una delle sue opere pi
durevoli: l'Occidente non gliene mostra gratitudine, nemmeno sul piano storiografico, mentre
simpatizza, per lo meno sul piano letterario, con Trockij, il quale, nel maggio del '40, lanciava, a nome
della IV Internazionale, la parola d'ordine della rivoluzione in Occidente e nelle colonie contro le
democrazie da lui definite macellai della seconda guerra mondiale al pari di Hitler1.
Una considerazione speciale merita il problema della repressione all'interno del partito
comunista russo, poi sovietico. Il presupposto per comprendere la vastit della repressione e, prima
ancora, del conflitto,  che quella di Trockij (Zinov'ev, Kamenev) fu una scissione in grande stile, e
dunque in certo senso anche uno scisma. Conflitti del genere, quando il partito coincide con la societ
politica e pervade di s l'intera societ, diventano guerre civili. Cos fu anche in Cina al tempo della
rivoluzione culturale. Nel caso dello scontro personale e di linea tra Stalin e Trockij, la previsione
del carattere drammatico che il conflitto avrebbe assunto era gi nel cosiddetto testamento di Lenin2.
 ovvio che nel fuoco dello scontro, e ancora molto dopo, la reciproca raffigurazione fu carica
di odio, non certo uno sforzo reciproco di interpretazione storiografica. Per la maggioranza staliniana
gli avversari non erano che un pugno di traditori e sabotatori, mentre per Trockij e i suoi seguaci la
maggioranza staliniana era peggio dei termidoriani.
Nondimeno, la sostanza della questione fu la scissione di un partito che aveva appena
conquistato lo Stato per via rivoluzionaria, e dunque la conseguenza fu una guerra civile latente (e
talvolta anche aperta), di cui la lunghissima repressione fu la faccia visibile. La scissione ci fu
nonostante l'illusione di Stalin di arginarne gli effetti dirompenti attraverso graduali esautorazioni (fino
all'espulsione dall'Urss) di Trockij. Il disegno di Stalin, con la tecnica dei piccoli passi, era di
giungere alla rottura aperta in posizione di vantaggio all'interno della macchina del partito. Ma
questo non cambi molto alla sostanza degli effetti e alla percezione della lacerante rottura da parte del
corpo del partito. Trockij conosceva troppo bene il mestiere del rivoluzionario, era totalmente convinto
di aver ragione e di agire per la salvezza della rivoluzione, da ritenere ovvio di non dover arretrare
dinanzi a nulla pur di vincere: neanche  parrebbe  dinanzi al tentativo di colpo di Stato, alla vigilia
della parata del decennale della rivoluzione (7 novembre 1927).
Questo episodio  assai controverso.
Un dettagliato racconto lo diede, nel 1931, Curzio Malaparte in apertura del suo saggio, edito a
Parigi da Grasset, Technique du coup d'tat. I primi due capitoli del volume sono entrambi dedicati a
Trockij ed il libro prende le mosse da lui: nel primo capitolo (pp. 13-66) si tratta dell'artefice della
presa del potere nell'ottobre del 1917, e Trockij  ammirato appunto in quanto creatore di una tecnica
militare della presa del potere esperimentata in quella occasione; nel secondo capitolo (pp. 67-105) 
descritto il fallimento  dieci anni dopo  della replica dell'analogo tentativo trockijsta, questa volta
contro Stalin. Trockij reag reiteratamente e duramente contro Malaparte: gi nella prima conferenza
tenuta in Occidente dopo il suo esilio (Copenhagen, ottobre 1931)3, poi in un paio di pagine dell'ultimo
capitolo della Storia della rivoluzione russa4 (Berlin 1933). Nello stesso anno di Technique du coup
d'tat usciva la biografia di Stalin di Essad Bey: l ugualmente si fa cenno pi volte, ma senza dettagli,
al colpo di mano tentato da Trockij nel settembre-novembre 19275. Sulle proprie fonti di
informazione Malaparte si esprime sommariamente in una lettera inviata, da Torino, all'editore
Grasset, il 22 dicembre 1930:  Moscou [1929] j'ai eu l'occasion de m'entretenir avec les hommes les
plus en vue de l'Urss6. Nella edizione italiana (1948, rist. 1994) i capitoli su Trockij sono stati tolti
dalla posizione enfatica in cui si trovavano nell'edizione originaria e spostati nel corpo dell'opera:
quello sul tentato colpo di mano del 1927  diventato cos il XII7. Sia nel racconto di Malaparte che
in quello di Essad Bey ci che accadde a Mosca il 7 novembre del 1927, cio le contro-manifestazioni
trockiste disperse dalla polizia nel corso delle celebrazioni del decimo anniversario della rivoluzione,
appaiono come il ripiego oltre che l'epilogo fallimentare dell'abortito colpo di mano. Sulla vicenda,
Edward Hallett Carr si limita a ricordare, come unica fonte, un rapporto del capo della Gpu,
Menzinskij, del 9 e 10 novembre 19278. Menzinskij, ripetutamente evocato da Malaparte nel corso del
racconto, pu essere stato una delle sue fonti principali.
I due grandi antagonisti, invece, Trockij e Stalin, hanno dato entrambi, e per opposte ragioni,
una versione riduttiva dei fatti: Stalin nella collettiva e da lui ispirata Storia del partito comunista (b)
dell'Urss9, e Trockij nella sua autobiografia10. Ovvio che Trockij rifiutasse la taccia di golpista. E
infatti  proprio su questo punto che attaccava nella Storia della rivoluzione russa11, quantunque l'alto
elogio della sua straordinaria capacit tattica tributatogli da Malaparte in fondo lo lusingasse.
(Malaparte ascriveva a lui, e solo a lui, il buon esito della Rivoluzione d'ottobre: ed  molto
significativo che, dal punto di vista fattuale, il racconto di Malaparte relativo all'ottobre '17 coincida,
nell'enfasi sul ruolo di Trockij, con il racconto fornito dallo stesso Trockij nella sua autobiografia,
disponibile gi nel giugno 1930 sia in Germania, sia in Francia presso Rieder, sia in Italia presso
Mondadori)12. Ovvio che, per parte sua, Stalin  il cui racconto sull'ottobre 1917  falsificante 
mirasse a presentare gli oppositori del 1927 come un pugno di irresponsabili, e a nasconderne la forza
effettiva e il serio pericolo che avevano rappresentato. Nel secondo tomo della sua trilogia su Trockij,
infine, Isaac Deutscher dedica bens ampio spazio alla agitazione palese dell'opposizione contro Stalin
in quei mesi cruciali della fine del 1927 (non apparirebbe, del resto, credibile un Trockij che soccombe
senza combattere)13, ma non conosce i documenti di Menzinskij che infatti furono editi nello stesso
anno in Voprozy Istorij (6, 1959).  comunque evidente che, per fedelt al suo eroe, Deutscher ha
preferito ignorare il libro di Malaparte, che per non poteva non conoscere. Dunque la vicenda attende
tuttora una vera ricostruzione storica.
Dal 1927 al 1940, intorno a questo conflitto ruot non solo la storia del partito, ma dell'intera
societ sovietica, nonch dei partiti affiliati al Komintern. Anche italiani, tedeschi ecc. vissero la stessa
lacerazione, e con metodi analoghi.
Ha scritto Lion Feuchtwanger  il grande romanziere ebreo fuggito poi negli Stati Uniti  a
proposito dei grandi processi di Mosca:
La maggior parte degli accusati erano in primo luogo cospiratori e rivoluzionari; per tutta la vita
erano stati sovversivi appassionati ed oppositori, erano nati per questo. Tutto quanto avevano ottenuto,
era stato raggiunto contro le predizioni degli intelligenti, con coraggio e amore per l'avventura. In
pari tempo credevano in Trockij, la cui forza suggestiva non pu mai essere valutata abbastanza;
insieme al loro maestro, essi vedevano nello Stato staliniano una caricatura di quanto avevano voluto
creare; ed il loro scopo principale era quello di correggere questa caricatura realizzando lo Stato da
loro auspicato14.
Questo ritratto, ,molto realistico e molto rispettoso al tempo stesso, aiuta a comprendere la
profondit del dissidio ed il carattere implacabile del conflitto.
Noi credevamo  disse Alcide De Gasperi nel luglio del '44  che i processi fossero falsi, che
le testimonianze fossero inventate, che le confessioni fossero estorte. E invece oggettive informazioni
americane assicurano che non si trattava di un falso, e che i sabotatori non erano truffatori volgari, ma
vecchi cospiratori idealisti [...] che affrontavano la morte piuttosto che adattarsi a quello che per loro
era un tradimento del comunismo primitivo15. Non  tanto significativo che De Gasperi dicesse
questo quanto piuttosto il fatto che da parte statunitense giungessero queste informazioni.
Nel 1933 un noto slavista quale Ettore Lo Gatto, nel tomo XVII dell'Enciclopedia Italiana,
definiva Maksim Gorkij cantore proletario ben prima che si instaurasse in Russia la dittatura
proletaria. Nell'enciclopedia creata da Gentile come massima realizzazione intellettuale del fascismo,
la nozione di dittatura proletaria non era certo posta in una luce positiva. Quella definizione  dunque
un piccolo segnale di un fenomeno pi ampio e pi rilevante: del fatto cio che, per lungo tempo,
l'Urss fu avversata in quanto dittatura proletaria.  quella, negli anni Venti e Trenta, la connotazione
(negativa) dell'Urss, nella propaganda che promana da governi liberali o da governi fascisti. (Forse il
fascismo italiano presenta una peculiarit, in questo campo, per la sua particolare attenzione verso
l'esperienza sovietica).  invece nella seconda fase della storia delle relazioni Urss/Occidente, dopo il
1947, che l'Urss viene combattuta, da governi a vario titolo democratici, con l'argomento che essa
non  (variante: non  pi) il paese del predominio proletario, bens il teatro d'azione di una nuova
oligarchia. Questo tipo di raffigurazione riprende, quasi alla lettera, l'immagine dell'Urss prospettata
dalla corrente trockista gi negli anni Venti e Trenta, mentre era ancora in vigore l'altro tipo di
diagnosi.
In questo mutare di diagnosi hanno svolto un ruolo vari fattori, che potrebbero essere
sommariamente indicati cos:
a) mutamento della realt sociale sovietica nell'et post-staliniana: una trasformazione sempre
pi profonda dei rapporti di classe, sfociata nell'ascesa al potere di una classe para-proprietaria
formatasi all'interno del sistema, via via che esso allentava i freni e la pressione volta ad impedire il
ri-formarsi di nuove classi;
b) martellante polemica del comunismo di sinistra nei confronti del compromesso sovietico;
c) a partire dalla fine degli anni Venti, polemica raffigurazione dell'Urss in termini
termidoriani da parte dell'Internazionale trockijsta. Questa ha trovato ascolto in America in ambienti
intellettualmente influenti (sia negli Usa che nel Sud America);
d) rottura del fronte con i partiti socialisti.  una vicenda che incomincia molto presto. Sin dal
prodursi stesso della Rivoluzione d'ottobre e subito dopo, con lo scioglimento della Costituente ai
primi del 1918, il socialismo europeo, anche quello schierato pi a sinistra, denunci l'esperimento
sovietico come elitistico e terroristico, come dittatura sul (e non del) proletariato. Nel 1929-30 la
frattura si approfond con la parola d'ordine lanciata dal VI congresso dell'Internazionale comunista di
lotta al socialfascismo. I Fronti popolari (1936) portarono ad una faticosa ricomposizione, che si
appann e poi svan definitivamente nel secondo dopoguerra;
e) ricezione strumentale di tutti questi spunti critici da parte di una pubblicistica e di una
macchina propagandistica che utilizzava tutto ci per fare breccia nelle aree di consenso dello
schieramento avversario.
Per ogni importante rivoluzione, subentra, ad un certo momento, l'ondata storiografica mirante
a sostenere che non fu rivoluzione. Le ragioni addotte per tale diagnosi riduttiva sono varie, ma forse
si possono ridurre essenzialmente a due tipi: 1) la rivoluzione presa in esame ha fallito i suoi obiettivi,
nel senso che i suoi promotori, giunti al potere, hanno fatto tutt'altra politica da quella in nome della
quale avevano conquistato il potere; ovvero 2) la rivoluzione ha fallito perch, dopo un periodo pi o
meno lungo, i suoi tentativi di radicale innovazione sono falliti e allora si  tornati all'ordinamento
preesistente.
Non di rado queste diagnosi si intrecciano o si sovrappongono. Per esempio, nel caso della
Rivoluzione francese hanno avuto corso entrambe le teorie: la rivoluzione che aveva sancito  contro le
catene e i vincoli feudali e clericali  i diritti di libert aveva presto instaurato una prassi totalmente
liberticida, ben pi liberticida del passato regime. A questa critica si opponevano varie e parziali
risposte, diversificate secondo il grado di adesione  da parte di chi le formulava  a tutto lo sviluppo
della rivoluzione o solo a una parte di esso. Ad esempio: fino all'elezione della Convenzione, ovvero
fino a Valmy, ovvero fino all'arresto del re, ovvero fino alla messa fuori legge dei girondini e cos via,
la rivoluzione segu una traiettoria positiva, poi (a partire da uno degli eventi citati prima o,
eventualmente, da altri ancora) degener volgendosi nel suo contrario.
Quanto poi all'altro tipo di diagnosi riduttiva (non fu rivoluzione perch ad un certo punto 
stato ripristinato l'ordine preesistente),  ben noto che anch'essa ha avuto, nel caso della Rivoluzione
francese, qualche freccia nell'arco, dal momento che  pur vero che al definitivo tracollo del Bonaparte
ha tenuto dietro un periodo di totale ripristino dell'ancien rgime. Beninteso, anche questa
considerazione apparentemente oggettiva facilmente si sbriciola, se solo si considera lo sprigionarsi
rapido della Francia borghese sotto la caduca corteccia della cosiddetta Restaurazione. Se da tale
restaurazione riparte una nuova storia con suoi propri e ben visibili, originali, sviluppi,  evidente
che solo in apparenza le lancette della storia erano state riportate al 14 luglio dell'89. Nonostante,
dunque, il fin troppo plateale ripristino del passato, la rivoluzione  pur annientata, pur postumamente
vilipesa o derisa  aveva cambiato la faccia e la sostanza della Francia e dell'Europa. La storia che
venne dopo fu diversa perch di mezzo c'era stato il grande evento traumatico, gi solo per questo non
definibile come fallimento. Che , invece, il modesto approdo del Pass d'une illusion (Paris 1995)
di Franois Furet dedicato alla tesi: la Rivoluzione russa  finita nel nulla.
Essa  invece, dal punto di vista dei rapporti interstatali, l'inizio della riscossa della Russia
come grande potenza dopo le umiliazioni subte prima dai Giapponesi e poi dai Tedeschi, sfociate nel
crollo dell'impero; ma  anche, per altro verso, il detonatore di un processo a catena (Ungheria,
Germania, Cina, ecc.);  la prima rivoluzione in cui un partito proletario abbia preso tutto il potere
per s con la forza e col proposito di gestirlo per una lunga fase e con metodi eccezionali; ma  anche la
pi dirompente esperienza liberatrice del mondo arretrato (la prima non effimera rivoluzione del
Terzo Mondo, si potrebbe dire). E infatti ha determinato nel Terzo Mondo un sommovimento
forse pi vasto di quello provocato da Gandhi. Se poi assumiamo per un istante l'ottica dei gruppi
dirigenti della grande potenza (la Germania) con cui in quel momento la Russia era in guerra, allora la
Rivoluzione d'ottobre non  che il punto estremo di disfacimento della macchina militare zarista, un
ammutinamento in grande stile,  l'insperato successo strategico cui la Germania puntava da tempo e
che rischi di capovolgere per un momento non breve le sorti stesse della guerra: non  un mistero
l'aiuto (il treno di Lenin!) che l'alto comando del Kaiser prest a Lenin per agevolarne l'azione
rivoluzionaria, considerata da Ludendorff e dai suoi come un utile tassello nella strategia di guerra
tedesca. Ma se Ludendorff pens di servirsi di Lenin, ed in parte si pu ben dire che se ne sia servito, si
dovr, guardando all'indietro, convenire che Lenin vide pi giusto e pi in l di Ludendorff: poich
cap, meglio del suo potente interlocutore, che, attraversando la Germania e sia pure in un treno
tedesco, colpiva anche Ludendorff, in quanto la vittoria bolscevica a Pietrogrado, ulteriormente
incrinando il cosiddetto fronte interno in Germania, fu tra i fattori che portarono, di l ad un anno, la
bandiera rossa sul Reichstag.
La capacit di intendere come il flusso continuo dei processi storici possa solo per astrazione
arbitraria essere frantumato in segmenti ci porta a tener conto, contro i mistici della rottura
rivoluzionaria, del dato di fatto della continuit: e soprattutto, nel caso di fratture rivoluzionarie, della
presenza profonda di elementi di continuit anche in fasi di accelerazione dei processi. In tali casi, in
un primo tempo, la continuit si ritrae, per cos dire, temporaneamente dal proscenio; e per una certa
fase sono gli elementi di frattura col passato che vengono posti in primo piano. Ci accade non solo per
un atto volontaristico e pedagogico (di pedagogia rivoluzionaria), ma perch le stesse persone che
saranno poi soggettivamente risospinte verso comportamenti e mentalit abituali sono capaci  nel
momento dell'esplosione rivoluzionaria  di fuoruscire temporaneamente da s e assumere
comportamenti degni di quell'uomo nuovo che la rivoluzione ogni volta si propone di costruire. La
rivoluzione si giova appunto di questi momenti alti della psicologia collettiva, ben sapendo che non
durano e che dunque, per il momento del riflusso, si dovr apprestare una seconda linea, una pi
arretrata trincea. Questo spiega  ad esempio  la dedizione alla causa da parte di masse affamate
nella Russia dei primi anni Venti, di contro al tedio scettico di tanta giovent sovietica assetata, negli
anni Settanta e Ottanta, di consumismo occidentale. La continuit, la spinta alla continuit  dunque
innanzi tutto dentro i soggetti. Esiste infatti pur sempre una natura umana  come la chiamavano gli
storici greci e Machiavelli  che fa da granitico sostrato al procedere degli eventi.
Ma vi  poi anche una continuit collettiva o delle strutture (materiali e mentali): onde il
centralismo della monarchia francese rispunta nel cuore della rivoluzione giacobina, come ben vide
Tocqueville, e la vecchia Russia dell'Ochrana e delle deportazioni rispunta nel fuoco della guerra civile
tra bianchi e rossi e nella lunga fase della successiva dittatura. Trattandosi del governo di uomini, di
persone concrete, di concrete nature umane, le due continuit finiscono col saldarsi: gli stessi
funzionari, pi o meno superficialmente riverniciati per convinzione o per opportunismo, finiscono per
incarnarla, quella continuit, nelle loro stesse persone.
Il limite culturale, che necessariamente si convert in limite pratico, della Rivoluzione russa
consiste nell'essere stata guidata da uomini fortemente persuasi che il tornante epocale della fine del
capitalismo fosse ormai stato raggiunto. Tutta la loro azione si spiega e si sviluppa alla luce di tale
erronea convinzione. Non che mancassero, nel periodo pi tragico e decisivo del primo conflitto
mondiale  in quell'autunno del 1917 che vedeva, America a parte, tutti indistintamente i grandi Stati
in lotta ridotti ad una condizione di crisi esasperata militare, sociale e morale , in quel momento per
tanti versi unico nella storia europea, le premesse per corroborare una tale convinzione. Donde la
rinnovata tensione (che riprendeva le dispute del 1914) dentro i movimenti operai e socialisti dei paesi
in guerra, e lo scontro tra chi continuava a considerare grave ma non definitiva la crisi dell'ordine
vigente, ancorch scosso dalla guerra, e chi invece vedeva appunto giunta l'ora dei cambiamenti
epocali.
Il crollo degli Imperi centrali, la caduta di tante teste coronate, la insufficienza palese ad
affrontare i problemi del dopoguerra da parte dei ceti dominanti dell'Europa liberale  che invece
con tanta irresponsabile leggerezza avevano portato al massacro i popoli  contribuivano ulteriormente
ad indicare la soluzione estrema, e totalmente nuova, adottata in Russia come la sola via d'uscita da
una crisi che non pi soltanto i comunisti consideravano ormai come epocale. Questo spiega il rapido
diffondersi per ogni dove del prestigio della Russia bolscevica e dei suoi capi, demonizzati bens dai
governi dei paesi vincitori (e ora timorosi di un rapido espandersi della rivoluzione), ma apprezzati
da larghi strati popolari e dalla parte pi viva e intellettualmente avvertita dei partiti socialisti, pronti
ormai o alla scissione tra fautori e avversari dei soviet o addirittura aperti alla prospettiva di aderire,
come tali, alla nuova Internazionale fondata da Lenin ( il caso in Italia dei massimalisti di Serrati).
L'altro limite culturale, dalle immediate conseguenze politiche, che segn il gruppo dirigente
dell'Ottobre russo, fu l'orizzonte prevalentemente, se non esclusivamente, europeo. Tranne (in parte)
Trockij, che in America era vissuto esule per alcun tempo, gli uomini che guidarono la Rivoluzione
russa, e quindi il movimento comunista mondiale, non intesero ci che a noi oggi  ben chiaro: che cio
la grande potenza nord-americana  tenutasi fuori dal conflitto mondiale fino all'autunno del '17 e
sopraggiunta poi nel conflitto a sbilanciarne definitivamente le sorti in favore dell'asse anglo-francese
negli ultimi mesi di guerra  non solo era indenne dalle distruzioni materiali del devastante conflitto,
ma era, quel che pi conta, sostanzialmente estranea alla crisi morale e sociale che nell'Europa
continentale invece aveva determinato la rapida marcia della rivoluzione o almeno la sua aspettativa. Il
pi potente e ricco paese capitalistico del mondo era fuori della crisi: come avrebbe potuto la
rivoluzione prodottasi in Russia, e sentita dai suoi artefici come primo passo di un sommovimento
generale (e votata al successo  cos essi opinavano  solo a tale condizione), fungere da detonatore
della crisi finale del capitalismo se questo prosperava nella sua cittadella pi solida, epicentro di un
impero coincidente di fatto con un intero emisfero del globo? Una cittadella che per giunta, con
l'interventismo di Wilson, aveva dimostrato di nutrire il pi vigile interesse per il destino dell'Europa,
ormai sottratta alla prospettiva di una durevole egemonia tedesca.
In questi due limiti, che tanto pi a noi  facile cogliere alla luce degli esiti che abbiamo veduto
(ma che non erano nemmeno all'epoca del tutto invisibili), sta la radice dell'insuccesso. Insuccesso di
un esperimento che ebbe, insieme, dell'eroico e del tragico, ma che non ha certo impedito che la
rivoluzione come tale  e lo Stato che ne deriv  avesse una sua durevole dinamica, le sue positivit e
le sue tare: che abbia continuato a vivere e ad agire come fatto storico, come dato, come realt, non
importa quanto difforme dai propositi, dalle previsioni ideologiche o dalle speranze dei suoi promotori.
Venuta meno l'ipotesi che la Rivoluzione russa abbia segnato l'avvio dell'ra del socialismo
nella storia dell'umanit (ipotesi che si affacciava, ancora al principio degli anni Cinquanta, alla
mente di un grande storico come Arnold Toynbee, nel saggio Il mondo e l'Occidente, ma che fu
screditata a partire dalla demolizione di Stalin ad opera del suo successore), ha invece man mano
ripreso forza la constatazione del carattere e delle radici nazionali di quella, come di ogni altra,
rivoluzione. Su di un campione ormai significativo, si pu osservare che ogni grande paese ha avuto
bisogno della sua rivoluzione: spesso un tale evento si  manifestato con caratteristiche, oltre che con
aspirazioni, universalistiche, ma ha finito col risolversi in un processo di trasformazione, o di crescita,
di quella determinata realt nazionale dove si era prodotto o, divulgandosi, radicato.
Cos si  potuto osservare che ideologie orientate in senso universalistico  dalla Riforma, alla
Dichiarazione dei diritti dell'89, al socialismo  hanno dovuto diventare nazionali per radicarsi e
durare, finendo con l'intrecciarsi strettamente a singole storie nazionali. Significativo il percorso
geografico della Riforma, che si radica in Germania, in Inghilterra (dove diviene chiesa nazionale), in
alcune zone della Svizzera, ma si arresta in Francia perch l  il cattolicesimo stesso che si fa chiesa
gallicana (cio, con tutte le cautele del caso, nazionale). Nel momento di maggior pericolo la
rivoluzione giacobina si salva perch abbraccia l'ideologia della patria (nation e patrie sono le parole
che mobilitano la forte minoranza attiva che si impegna in sua difesa, ben pi che rpublique sentita
comunque come sinonimo di patrie).
Anche per la Rivoluzione russa questo processo, gi percepibile nella formula del socialismo
in un paese solo, si consolida con il decollo della pianificazione e affronta la pi convincente verifica
nella guerra del 1941-45 (la grande guerra patriottica nelle definizioni ufficiali, ancora oggi), e nella
guerra patriottica mostra al mondo esterno il forte radicamento nazionale della rivoluzione.
L'opzione staliniana (l'unica realistica), per la Russia in quanto tale, potenza tra le potenze (il che
obbliga a determinati comportamenti), fu cos incisiva, convinta e irreversibile da far pensare, con
fondamento, che ormai, nell'orizzonte dello statista, la prospettiva dell'Internazionale (definitivamente
sciolta nel corso della guerra: maggio 1943) sfumasse ormai nelle nebbie. Era la lezione fattuale della
storia che seppelliva un'idea-forza tipicamente ottocentesca.
Si confermava cos, nel modo pi lacerante (nel comunismo si produsse uno scisma i cui
soggetti sopravvivono ancora), la legge storica prima ricordata; che cio, nelle rivoluzioni, le
ideologie diventano in realt un ingrediente di un fenomeno, al principio non previsto e alla fine
determinante: l'incremento interno, il nuovo ruolo mondiale, il protagonismo o la vera e propria
rinascita di una nazione. Nel caso della Russia  indicativo il recupero, in epoca staliniana, della
tradizione russa in quanto tale: dalla rilettura attualizzante di Guerra e pace alla filmografia di
Ejzens?tejn (Aleksandr Nevskij, Ivan il Terribile). La torsione in senso nazionale  dichiarata da
Stalin stesso con molta lucidit quando (non a caso all'indomani della vittoria congressuale contro
Trockij) pone definitivamente al primo posto, come compito della rivoluzione, non gi quello di
dilagare verso l'esterno (erano state brucianti le sconfitte in Germania e in Cina) ma quello, tutto
interno, di sottrarre la Russia alla sua secolare arretratezza. E lo argomenta richiamandosi al precedente
rappresentato da Pietro il Grande16. Soggiunge per che, nonostante i valorosi sforzi di quel grande
zar, nessuna delle vecchie classi si era rivelata all'altezza del compito, e conclude: L'inferiorit
secolare del nostro paese pu essere liquidata soltanto costruendo con successo lo Stato socialista.
Ecco il brano completo del suo intervento alla Direzione centrale del Pcr del 14 novembre 1928:
Lo stato arretrato del nostro paese non  una nostra trovata: esso data da secoli, e noi l'abbiamo
avuto in eredit da tutta la storia della nostra patria. Era un male risentito anche prima, nel periodo
prerivoluzionario, e tale rimase anche dopo, nel periodo che segu la rivoluzione. Quando Pietro il
Grande, che aveva da fare con i paesi occidentali pi progrediti, si mise a costruire febbrilmente
fabbriche e officine per rifornire l'esercito e per rialzare la potenza difensiva del paese, egli compiva un
singolare tentativo d'uscire da quello stato arretrato. Eppure  ben naturale che nessuna delle vecchie
classi, n l'aristocrazia feudale n la borghesia, fosse in grado di risolvere la liquidazione di tale
inferiorit del nostro paese. Ma v' di pi: non solo quelle classi non erano in grado di adempiere tale
compito, ma non osavano neppure porre il problema in termini soddisfacenti. L'inferiorit secolare del
nostro paese pu soltanto esser liquidata costruendo con successo lo stato socialista17.
Il che  ci che appunto  accaduto poi: il decollo della Russia attraverso quel socialismo
(capitalismo di Stato, emulazione socialista, con il corollario del lavoro forzato inflitto a schiere di
nemici del popolo negli anni pi duri). Quando la liquidazione dell'arretratezza si  compiuta e
l'Urss  divenuta, attraverso quel passaggio, una moderna potenza industriale, si  disfatta la cornice
entro cui il miracolo si era prodotto (vent'anni hanno fatto il lavoro di venti generazioni, scrisse
Deutscher)18: anche perch la tensione che aveva sorretto e fatto tutto ci non poteva protrarsi oltre un
paio di generazioni. Non  un caso  scriveva nel 1932 Arthur Rosenberg nelle pagine finali della
Storia del bolscevismo  che la Russia dei soviet stia continuamente progredendo dal 1921 e che nello
stesso giro di anni l'Internazionale comunista sia in continuo regresso. E non  un caso, potremmo
dire sfiorando un tema che meriterebbe una ben pi attenta disamina, che proprio questo libro di
Rosenberg attraesse l'attenzione di Giovanni Gentile e fosse tradotto dalla sua Sansoni nel 1933. Il
fascismo italiano, persecutore implacabile dei comunisti italiani, manifestava proprio in quegli anni una
attenzione pi che curiosa verso la Russia ormai staliniana, e proprio in relazione alla svolta in senso
nazionale impressa da Stalin (temperamento prevalentemente pratico, come lo definisce
l'Enciclopedia Italiana nella voce non firmata a lui dedicata)19. Non vi  forse attestazione pi chiara
di una tale diagnosi, da parte fascista, del resoconto che Italo Balbo fece della sua assai positiva
missione in Urss ove spicca, tra l'altro, la pagina in cui Balbo nota che ormai il canto
dell'Internazionale, all'epoca inno ufficale dell'Urss, assume l'aspetto di un inno della razza [...], 
l'espressione di una volont di potenza tutta particolare della nazione russa20.
Deutscher aveva sognato, scrivendo all'indomani della morte di Stalin, che, caduta la crosta
del sistema coercitivo, si sarebbe sprigionato il vero socialismo. Non aveva capito che
quell'esperienza non era una parentesi, era il socialismo come si era inverato e come era sopravvissuto
a tutto l'immaginabile (guerra civile, scisma ideologico) e all'inimmaginabile (l'aggressione esterna),
proprio perch si era identificato con la causa della rinascita nazionale e ne aveva fatto la propria
ragion d'essere. Proprio perci non poteva sopravvivere sic et simpliciter oltre il compimento del
progetto. Un paese ormai all'avanguardia della scienza e pervaso, da un capo all'altro, dalla pi elevata
acculturazione di massa che si sia mai vista non poteva continuare a vivere, da minorenne, sotto la
tutela della caricaturale autocrazia brezneviana.
Stalin aveva ben chiaro che il suo modello non era esportabile a Occidente, ma  ancor pi
significativo che retrospettivamente, a distanza di vent'anni, ritenesse che la rivoluzione sarebbe stata
impossibile in Occidente gi nel '17. Lo registra Dimitrov in una nota del Diario del 7 novembre
1939 21. Le  a suo tempo  celebri vie nazionali al socialismo erano, a ben riflettere, il portato
consequenziale del socialismo in un paese solo. Ognuno poteva, e forse doveva, tentare di trovare la
sua strada.
Quello che conclusivamente merita particolare attenzione  dunque il nesso tra alcune
rivoluzioni e le ideologie trainanti delle epoche in cui quelle rivoluzioni si produssero.  uno scavo
storiografico che potrebbe aiutare a comprendere perch grandi leaders che hanno assunto un
importante ruolo nazionale hanno parlato un determinato linguaggio, che era mobilitante all'epoca in
cui essi agirono; e perch mai, nel tempo, la loro durevolezza sia stata ancorata sempre pi al loro ruolo
di leaders nazionali e sempre meno all'ideologia di cui si erano fatti alfieri. In loro stessi divent
complicato e oscillante l'intreccio dei due fattori.
Non  facile trarre un bilancio, ma probabilmente non  azzardato affermare che, perci, quello
che resta delle rivoluzioni  soprattutto quanto esse hanno inciso nel tessuto nazionale (e nell'area
culturalmente connessa). Che  poi la ragione pi solida per cui le restaurazioni non sono mai
riuscite ad essere, anche quando sono parse tali, dei veri e propri ritorni ad pristinum.
Sembra quasi efferatezza parlare di errori di analisi e di limiti culturali quando si tratta di
eventi nel corso dei quali ciascuno di tali errori ha comportato sofferenze di esseri umani, spesso
estreme. Ma una tale considerazione non varr soltanto per la Rivoluzione russa, varr per ogni fattore
violento di mutamento: del che la storia  fittamente intessuta, storia del cristianesimo inclusa.
Nel dicembre del 1815 apparve a Parigi una poderosa opera in due tomi intitolata L'Europe
tourmente par la Rvolution en France, che presentava, al termine del secondo, una specie di libro
nero ovvero Tableau ou inventaire effrayant de la Rvolution. Un libro nero diviso per fasi
(Convenzione, Direttorio, Consolato, Impero) e per rubriche (ghigliottina, guerre esterne, guerre del
Bonaparte, ecc.) fino ad un totale, chi sa come calcolato, di 8.526.476 morts par la Rvolution,
vittime della Rivoluzione. L'autore, che si celava sotto le iniziali L. P., era l'ex ultrarivoluzionario,
Louis-Marie Prudhomme (1752-1830), il quale negli anni ruggenti aveva, coi suoi proclami affissi per
le strade di Parigi, creduto di intimorire i sovrani di mezza Europa. La storia si ripete: anche Courtois e
i suoi compagni di libro nero hanno arruolato un bel po' di ex. Non sappiamo per se abbiano
dato, mettendosi all'opera, uno sguardo all'antecedente per tanti versi cos affine.
Quello che non si pu pretendere dagli uomini, anche i pi lungimiranti,  che trascendano, in
modo sovrumano, la dimensione e le passioni del proprio tempo. Nel distacco storiografico si perde la
percezione della necessit  mi si passi questo termine deterministico  di eventi di questa entit. I
quali, se fossero riducibili al capriccio velleitario o volontaristico di pochi fanatici, si sarebbero
rapidamente esauriti. Perci ci permettiamo di adoperare la parola impegnativa necessit. La
funzione della storiografia  dunque, in questo come in altri temi cruciali, tutt'altro che esornativa. Essa
non pu non proporsi di far s che non si perda ci che il passare del tempo e la crescente lontananza
rendono man mano pi sbiadito: la capacit di intendere  come diceva Trevelyan  perch gli uomini
in quelle circostanze agirono in quel modo22.  poco seria la posizione di chi retroattivamente aveva
capito tutto:  tipico della atemporale leggerezza del pensiero liberale, eterno giudice fuori del tempo.
La storia di tutte le rivoluzioni insegna che ogni rottura violenta prima o poi si ricompone. E la
Rivoluzione russa non fa eccezione.
...
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...
Epilogo.
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Il termine democrazia ha avuto tre brevi secoli di vita, peraltro molto marginale, nella Grecia
antica, dal 500 al 200 a.C., scomparendo poi di fatto dal mondo occidentale per un lunghissimo
periodo, ed  risorto lentamente molto pi tardi, fino alla sua consacrazione a partire dalla Rivoluzione
francese (almeno in quello che gli Inglesi chiamano il Continente). Nelle isole britanniche ha
conservato un senso piuttosto peggiorativo sino alla fine dell'Ottocento. E ancora due secoli fa, Kant
scriveva nel suo libro La pace perpetua [Zum ewigen Frieden, 1795] che la democrazia  la via che
porta al dispotismo. Il monoculturalismo che ancora caratterizza il mondo occidentale  la causa della
mancanza di seri studi su altre forme di comprensione e di esercizio della politica (nel senso classico
del termine) in civilt diverse dalla nostra, il che ci fa cadere spesso nel falso dilemma democrazia o
dittatura.
Raimon Panikkar. I fondamenti della democrazia.
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La drammatica grandezza del dialogo erodoteo sulle forme di governo  nel fatto che tutti gli
argomenti via via espressi dai dialoganti reciprocamente si elidono. Storicamente Dario prevale e, con
lui, l'ipotesi monarchica. Erodoto lo sa, e lo segnala. E noi lo apprendiamo da lui. Ma dal punto di vista
argomentativo non c' nessun vincitore. Gli argomenti di Otanes contro la monarchia non risultano alla
fine confutati, anzi Megabizo ne conferma la validit! Quando tocca a Dario di parlare, egli porta
diversi argomenti a favore della monarchia, ma soprattutto di carattere empirico (il pi forte dei quali 
che anche gli altri due sistemi sfociano prima o poi nella monarchia), ma non confuta nel merito quanto
detto dal primo interlocutore (Otanes) e confermato dal secondo (Megabizo): essere cio il monarca un
potenziale tiranno. Si deve osservare, anzi, che proprio lui, Dario, l'assertore della monarchia,
riconosce preliminarmente che tutti e tre i regimi sono ottimi sul piano teorico.
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 semmai uno solo l'argomento che fa propendere per la monarchia: l'osservazione appunto
che, degenerando, gli altri due sistemi portano entrambi prima o poi ad una soluzione monarchica.
Tutta la discussione si gioca sul fattore degenerativo: esso moltiplica per due i modelli e, insieme,
innesca il movimento, il ciclo costituzionale (la degenerazione dell'uno porta all'instaurazione
dell'altro). Che tale movimento si arresti con la monarchia  sottinteso, ma non dimostrato, da Dario.
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Ad Atene discussioni del genere non dovevano essere infrequenti nell'ambito dell'lite politica,
se solo si pensa al continuo ripresentarsi del problema nei dialoghi nei quali Platone e Senofonte
raffigurano Socrate impegnato coi pi diversi interlocutori. Erodoto non innov nella materia trattata
ma piuttosto  come s' detto a suo tempo  nella sconcertante trovata di ambientare quella discussione
in Persia.
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Ad Atene  specie in tempo di guerra  non si metteva in discussione in pubblico il sistema
politico vigente: dunque per lo meno da questo punto di vista una ambientazione in Persia poteva
essere  per un autore  pi rassicurante. C'era comunque un escamotage: aprire la questione sulla
scena a teatro (ma anche l con qualche precauzione). Euripide lo fece almeno una volta, nelle Supplici
(forse successive al 424), inserendo uno stravagante dibattito tra il re Teseo, che nella leggenda
patriottica ateniese passava per il fondatore della democrazia, ed un araldo tebano che lo provoca,
giungendo al suo cospetto, con la domanda chi  qui il tiranno?.
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La domanda in realt significa all'incirca: Chi comanda qui? La discussione che segue  un perfetto dialogo tra sordi: Teseo descrive
le beatitudini del regime in cui comanda il popolo; l'araldo solleva, inconfutato, il problema della
incompetenza popolare: critica al governo popolare che Erodoto attribuisce sia a Megabizo che a
Dario. Anche in Euripide la discussione si chiude senza vinti n vincitori sul piano argomentativo. La
riflessione greca, o forse soprattutto ateniese, si  spinta fino al punto pi alto, fino alla consapevolezza
dell'irrilevanza delle forme politiche in quanto forme. Aristotele fu il pi conseguente assertore della
necessit di andare al fondo delle cose quando svincol il concetto di democrazia dal concetto di
maggioranza numerica.
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Babeuf nel suo giornale adopera spesso la formula Rpublique une et dmocratique, mentre
invece la usuale formula giacobina era  anche negli atti pubblici  une et indivisible. Democrazia
non era frequente nel lessico politico della Rivoluzione. Quegli uomini dicevano pi volentieri
uguaglianza, libert, repubblica, patria, virt: e tacciavano di tirannide tutti gli altri
governi e di ambizione il modo di far politica dei loro avversari. Essi usavano anche dittatura
come sinonimo di tirannide, senza rendersi ben conto del valore storico di quei termini. Il 25
settembre 1792 Robespierre si difende dall'imputazione di dittatura1. E quando sar abbattuto col
colpo di Stato del 9 termidoro anno Secondo, i cospiratori trascineranno la Convenzione contro di lui
inveendo contro il tiranno. Quasi superfluo ricordare che la parola democrazia non figura n nella
Costituzione americana n in quelle via via adottate dalla Prima Repubblica francese.
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Tocqueville si dichiarer  nel suo diario  assertore della libert e avversario della
democrazia2: il suo libro sull'America descrive un fenomeno  la democrazia americana  non per
esaltarlo ma, si potrebbe dire, per assuefare gli Europei del suo stesso ceto alla dolorosa inevitabilit di
una evoluzione avente la democrazia come punto d'arrivo. In Inghilterra, almeno fino alla fine del 19simo
secolo, la parola ha avuto  come nota Panikkar  un senso piuttosto spregiativo. E certo in Italia un
pensatore e uomo politico che rappresenta bene (per alcuni ancora oggi) la mentalit liberale 
Benedetto Croce  manteneva le distanze dalla parola e ancor pi dal suo uso in bonam partem.
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Egli aveva ben chiaro che democrazia non  un regime politico ma un modo di essere dei rapporti tra le
classi sbilanciato in direzione della prevalenza del demo, per dirla con Aristotele.  significativo
dello spostamento avvenuto grazie alla dura e istruttiva esperienza del fascismo, che il partito che in
Italia, prima del regime fascista, si chiamava Partito popolare sia ricomparso alla luce come
Democrazia cristiana.  una denominazione sorta in polemica con il populismo fascista, e perci pi
ricca e innovativa della connotazione rpublicain populaire adottata dal partito francese che della
Democrazia cristiana italiana era l'omologo. Ma presto democrazia torn ad avere  come era
accaduto nei primi anni Venti in Germania e altrove  il ruolo di contraltare polemico del socialismo
(o del comunismo): soprattutto al momento dell'affermarsi di regimi socialisti nell'Europa
dell'Est.
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Fu quello un guadagno propagandistico enorme per lo schieramento occidentale: poter acquisire
tutta per s quella parola, mentre invece, di fatto, essi marciavano a grandi passi verso la restaurazione
della pi incontrollata economia liberista e si giovavano ormai di apparati statali (e anche illegali!)
pronti a tutto contro il comunismo. Fu per loro un dono degli di poter definire tutto ci
democrazia.
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Un tale equivoco ha stabilmente inquinato il linguaggio politico. Non aveva torto Rosenberg,
nell'ultimo scritto suo apparso in Germania prima dell'esilio, Democrazia e dittatura nella Politica
di Aristotele, quando notava, per render chiaro che democrazia non si riduce a sinonimo di sistema
parlamentare, che, in termini sostanziali, la Russia dell'anno Primo della rivoluzione era una democrazia
mentre la coeva Terza Repubblica francese era una oligarchia3. Del resto gi un secolo prima si
orientava in tale direzione un maestro del costituzionalismo liberale, Karl Wenzeslaus von Rotteck,
quando nello Staatslexicon osservava che a rigore nello Stato costituzionale dovrebbe governare un
solo partito: quello democratico4.
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Il fatto  che proprio perch non  una forma, non  un tipo di costituzione, la democrazia pu
esserci o esserci solo in parte o non esserci affatto, ovvero tornare ad affermarsi, nell'ambito delle pi
diverse forme politico-costituzionali.
 questo in fondo  a ben vedere  il senso dell'enigmatico dialogo erodoteo.
.
Quella che invece, alla fine  o meglio allo stato attuale delle cose  ha avuto la meglio  la
libert. Essa sta sconfiggendo la democrazia. La libert beninteso non di tutti, ma quella di coloro
che, nella gara, riescono pi forti (nazioni, regioni, individui): la libert rivendicata da Benjamin
Constant con il significativo apologo della ricchezza che  pi forte dei governi; o forse anche
quella per la quale ritengono di battersi gli adepti dell'associazione neonazista newyorkese dei
Cavalieri della libert5.
.
N potrebbe essere altrimenti, perch la libert ha questo di inquietante, che
o  totale  in tutti i campi, ivi compreso quello della condotta individuale  o non ; ed ogni vincolo in
favore dei meno forti sarebbe appunto limitazione della libert degli altri.  dunque in questo senso
rispondente al vero la diagnosi leopardiana sul nesso indissolubile, ineludibile, tra libert e schiavit.
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Leopardi crede di ricavare questa sua intuizione dagli scritti di Linguet e di Rousseau: ma  in realt
quello un esito, un apice della sua filosofia. Linguet e Rousseau dicono meno.  un punto d'approdo,
inverato compiutamente soltanto nel nostro presente, dopo il fallimento delle linee d'azione e degli
esperimenti originati da Marx. La schiavit , beninteso, geograficamente distribuita e sapientemente
dispersa e mediaticamente occultata.
.
Scrive Leopardi nello Zibaldone:
 cosa osservata dai filosofi e da' pubblicisti che la libert vera e perfetta di un popolo non si
pu mantenere, anzi non pu sussistere senza l'uso della schiavit interna. (Cos il Linguet, credo
anche il Rousseau, Contrat social, liv. III, ch. 15, ed altri. Puoi vedere anche l'Essai sur l'indiffrence
en matire de religion, ch. X, nel passo dove cita in nota il detto luogo di Rousseau insieme con due
righe di questo autore).
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Dal che deducono che l'abolizione della libert  derivata dall'abolizione della
schiavit, e che se non vi sono popoli liberi, questo accade perch non vi sono pi schiavi. Cosa, che
strettamente presa,  falsa, perch la libert s' perduta per ben altre ragioni, che tutti sanno, e che ho
toccate in cento luoghi. Con molto maggior verit si potrebbe dire che l'abolizione della schiavit 
provenuta dall'abolizione della libert; o vogliamo, che tutte due sono provenute dalle stesse cause, ma
per in maniera che questa ha preceduto quella e per ragione e per fatto. La conseguenza, dico,  falsa:
ma il principio della necessit della schiavit ne' popoli precisamente liberi,  verissimo6.
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Per ritornare dunque al punto da cui siamo partiti, i bravi costituenti di Strasburgo, i quali si
dedicano all'esercizio di scrittura di una costituzione europea, una sorta di mansionario per un
condominio di privilegiati del mondo, mentre pensavano, tirando in ballo il Pericle dell'epitafio, di
compiere non pi che un esercizio retorico, hanno invece, senza volerlo, visto giusto. Quel Pericle
infatti adopera con molto disagio la parola democrazia e punta tutto sul valore della libert. Hanno fatto
ricorso  senza saperlo  al testo pi nobile che si potesse utilizzare per dire non gi quello che doveva
servire come retorica edificante, bens quello che effettivamente si sarebbe dovuto dire. Che cio ha
vinto la libert  nel mondo ricco  con tutte le terribili conseguenze che ci comporta e comporter per
gli altri. La democrazia  rinviata ad altre epoche, e sar pensata, daccapo, da altri uomini. Forse non
pi europei.
...
FINE.
...
.
...
Postfazione. dell'Autore.
.
Questo libro, che  uscito anche in Inghilterra (Blackwell), in Spagna (Crtica), in Francia
(Seuil),  stato respinto  nonostante l'iniziale approvazione  dall'editore Beck di Monaco (Baviera).
Gli argomenti addotti per giustificare una scelta cos grave sono stati tre: 1) the complete silence about
the Gulag; 2) your description of the Hitler-Stalin Pact; 3) you put the Adenauer-government more
or less on the same level as Franco's dictatorship. I punti 1) e 2) sarebbero the crucial point.
Riferisco questi addebiti in inglese perch cos mi sono stati comunicati, per lettera, il 22 luglio
2005. Quando la polemica su questa vicenda  divampata sui giornali tedeschi, italiani, spagnoli, greci,
svizzeri, statunitensi, l'addebito n. 2  diventato: Canfora spricht etwa davon, da es ein Mythos sei,
da mit dem Hitler-Stalin-Pakt die Teilung Polens vorbereitet worden ist (intervista di Detlef Felken,
Cheflektor des Beck-Verlags, alla Frankfurter Allgemeine Zeitung del 16 novembre 2005, p. 35). In
italiano: In sostanza, Canfora afferma che sarebbe un mito il fatto che a seguito del patto Hitler-Stalin
la Polonia fu spartita.  curioso, ma forse sintomatico, come questa grossolana invenzione (non ho
mai scritto una simile sciocchezza!) non mi sia stata comunicata direttamente ma lanciata attraverso i
giornali. Torneremo su questo punto. Qui basti per ora dire che una traduzione errata (den Mythos
einer Aufteilung Polens zu konstruieren in luogo di costruire un mito intorno alla Polonia spartita
[p. 244])  alla base del pretestuoso addebito. Oltre tutto nell'intera pagina in cui figura quella frase
non si fa che parlare del fatto che la Polonia fu spartita e del carattere devastante, per il movimento
comunista e dell'antifascismo europeo, del patto del '391.
.
Ma prima di procedere va segnalato un fenomeno significativo. Nel 1993 apparve un altro
volume della collana Fare l'Europa, in cui questo libro  apparso in prima edizione: Charles Tilly, Le
rivoluzioni europee (1492-1992), con la consueta prefazione di Jacques Le Goff, ed in uscita pi o
meno contemporanea presso tutti gli editori aderenti alla collana. Tale volume comprende da pagina
301 a pagina 320 una breve storia dell'Urss a partire dalla Rivoluzione d'ottobre. Orbene in tale
capitolo non solo non figura mai la parola Gulag (n il relativo concetto) ma l'unico cenno alle
repressioni staliniane : Negli anni Trenta il sistema si consolid [...]. Le purghe del 1937 e 1938
tuttavia rivelarono la coercizione che stava dietro al consolidamento (p. 309). E nella stessa pagina si
legge: Sotto Stalin, l'Unione Sovietica form un affascinante insieme composito. E poco prima:
Stalin avvi una sorta di rivoluzione dall'alto, con appena un barlume di situazione rivoluzionaria 
cio di una effettiva spaccatura della compagine sovietica ( esattamente quanto io sostengo a p. 343
di questo volume). Quanto poi alla spartizione della Polonia, essa viene inquadrata da Tilly nell'ambito
dei contrasti politici fra l'Unione Sovietica e i nuovi Stati indipendenti situati alle sue frontiere
nord-occidentali (p. 308). La sua frase relativa a quelle vicende , subito di seguito a quella appena
citata: L'occupazione di met della Polonia da parte dell'Urss (1939), la sconfitta della Finlandia nella
guerra russo-finnica (1939-40) con il conseguente accomodamento fra i due paesi e le alleanze militari
seguite dall'incorporazione di Lettonia, Lituania ed Estonia causarono drastici cambiamenti nel
carattere di questi Stati (p. 309). Un gioiello di eufemismo mi sembra infine quanto si legge sulla
storia dell'Est-Europa nel dopoguerra: Particolarmente rilevante fu l'uso delle truppe sovietiche per
reprimere movimenti dissidenti in Ungheria, Cecoslovacchia e Polonia (p. 311)2.
Questo volume  stato pubblicato senza problemi da Beck, come partner della collana Fare
l'Europa, subito a ruota delle edizioni inglese e italiana, nello stesso 1993, col titolo Europische
Revolutionen. E ristampato identico nel '99. Il risvolto di copertina recita: Rivolutionen sind die
Lokomotiven der Geschichte (Marx).
Sembra dunque evidente che l'impennata nei miei confronti deve avere qualche altra causa.
Tanto pi che il mio giudizio sui fatti cos presentati da Tilly  assai meno 'olimpico'. Giova qualche
esempio. Nelle pagine conclusive, quelle che precedono l'Epilogo, scrivevo a proposito della storia
dell'Urss: Sembra quasi efferatezza parlare di errori di analisi e di limiti culturali quando si tratta di
eventi nel corso dei quali ciascuno di tali errori ha comportato sofferenze di esseri umani, spesso
estreme (p. 359). E aggiungevo che una tale considerazione varr per ogni fattore violento di
mutamento, di cui la storia  fittamente intessuta, storia del cristianesimo inclusa.
Incredibilmente sono stato accusato di cavarmela con la parola arretratezza. Il dottor Felken
ha scritto sul Corriere della Sera del 18 novembre 2005 che io adopero una lingua che degrada ad
arretratezza donne uomini e bambini massacrati!
Poche pagine prima (p. 342), sempre nello stesso capitolo, ricordavo con ammirazione la
previsione di Benedetto Croce, posta al termine della sua storia d'Europa (1932), in cui il filosofo
affermava  a proposito dell'Urss e dei suoi leaders  che sarebbe prima o poi rovinato il fondamento
della loro costruzione3. Nella stessa pagina, da vero storico, Croce scriveva anche: Con che non si
vuol detrarre nulla n alla necessit nella quale i rivoluzionar russi si sono trovati di prendere quella
via e non altra, n alla grandiosit del lavoro che, in quelle condizioni, hanno intrapreso e condotto
innanzi. Ma io avevo tralasciato di ricordare anche queste parole (che non poco riconoscimento
elargiscono a quella esperienza) perch, ad esperienza ormai conclusa, era molto pi importante dare il
rilievo che merita a quella intuizione anticipatrice che non arruolare Croce tra i non molti che, pur
avversar, sapevano tuttavia parlare di quella capitale vicenda storica con la mente protesa ad intendere
anzich al mero esecrare.
L'idea centrale di quelle pagine di Croce risalenti al lontano 1932  che il comunismo che si
suol dire essere ormai disceso nei fatti e attuatosi in Russia non si  punto attuato in quanto
comunismo (p. 356), bens come tappa di una specifica storia russa: al termine della quale, la resa dei
conti, sul terreno minato della corrispondenza tra parole e cose, sarebbe stata inevitabile.
Questa diagnosi  che coincide nella sostanza con quella di Arthur Rosenberg nella Geschichte
des Bolschewismus, apparsa nello stesso anno   quella che mi  da lunghissimo tempo parsa la pi
appropriata e la pi vicina al vero. Essa perci conclude il capitolo finale di questo libro intitolato per
l'appunto Fu novella storia?. Il rinvio  ovviamente al Goethe della Campagne in Frankreich ed al
suo icastico giudizio sulla giornata di Valmy, che figura in apertura di quel capitolo (p. 339), accanto
per alla bruciante domanda di Simone Weil a Trockij: il rinvio a quella profezia di Goethe  incrinato
radicalmente dal punto interrogativo. Giacch, ed  su questo che il capitolo si conclude, le storie
nazionali, le specificit nazionali, finiscono per assorbire e riplasmare, cambiandone alla fine
l'originario significato, quelle accelerazioni della storia, dette anche locomotive, che sono le
rivoluzioni. La conclusione  aporetica e ancorata comunque alla convinzione che non ci sono mai
puri e semplici ritorni ad pristinum. Quando rivolgimenti radicali e tessuto storico-nazionale si
incontrano, si scontrano, si intrecciano, al termine del processo messo in moto  in attesa che la
autorappresentazione rivoluzionaria si sgretoli del tutto  vien fuori un prodotto inedito e imprevisto:
frutto della 'storia' che non  mai un ritorno al punto di partenza e che comunque non rassomiglia quasi
pi in nulla alla rivoluzione che l'ha in principio generato.
Questo modo di vedere le cose pu apparire pi o meno convincente, ma  come appare
evidente  non ha nulla a che fare con l'apologetica. Tanto pi perci mi  parso degno non gi di
stupore ma di nausea (nel senso greco di ?????) l'aggressione di cui sono stato oggetto (anche se,
beninteso, mi rendo conto che il mondo  un po' pi grande della Baviera).  stata orchestrata una
campagna di stampa (Sddeutsche Zeitung, Die Zeit, Neue Zrcher Zeitung, Die Welt, e con
qualche giorno di ritardo Wall Street Journal) incentrata sul motivo seguente: questo libro 
impubblicabile perch nasconde i crimini di Stalin, nega che abbia avuto luogo la spartizione della
Polonia (sic!) e parla dell'Urss e di Stalin nello stile della pamphlettistica della defunta Germania
Est. Mi si  anche addebitato che questo libro, nel capitolo 12 (La guerra civile europea),
esalterebbe il patto Molotov-Ribbentrop. Invece in quel capitolo si dice ripetutamente e chiaramente (in
polemica con l'interpretazione di comodo datane da parte sovietica a partire dal giugno '41) che
quella fu una scelta strategica, non un espediente tattico (p. 243); che i suoi effetti furono
devastanti, che chi per primo parl seriamente della vicenda fu Angelo Tasca; che Molotov si spinse
addirittura nel corso di un intervento al Soviet supremo (31 agosto '39) a parlare di antifascismo
rincretinito (pp. 245-246).
Un po' comica, come sempre,  stata la pletora dei semi-esperti i quali, lungi dal discutere ci
che nelle pagine di questo libro  scritto, si sono lasciati andare a disquisire partendo dalle falsit
messe in circolazione. Punta di diamante in questa sinfonia surreale  stato un tale che ha ipotizzato
uno scrutinio sistematico dei miei scritti al fine di mettere in chiaro finalmente, e in modo completo,
devianze, errori, silenzi, colpe (Corriere della Sera, 24 novembre 2005, p. 41).
Le domande che si pongono a margine di questa vicenda sono almeno due: 1) in che misura la
storia dell'Urss e dell'Europa satellite dopo il '45 rientrava in un libro il cui oggetto  la vicenda della
democrazia in Europa; 2) come mai un editore che ha un certo nome, quale Beck, si  ridotto a tale,
per dirla con Giacomo Leopardi.
Con la prima questione ci si muove su di un terreno pi solido. Quando Jacques Le Goff,
direttore della collana Fare l'Europa, dopo aver letto un mio precedente libretto, anch'esso
laterziano, intitolato Critica della retorica democratica4, mi chiese ripetutamente e con piena
convinzione di accettare di scrivere questo volume, mi raccomand anche  come  giusto  di trattare
non solo dell'Europa occidentale ma anche dell'altra met del continente, spesso tralasciata o trattata
sommariamente. Ed il suo ragionamento mi convinse. Mi pareva storiograficamente indispensabile
raccontare non solo come, a partire dall'89, attraverso l'esperimento giacobino, la deriva bonapartista,
l'avvento delle oligarchie liberali, e poi via via attraverso contrasti e rivoluzioni, si fosse affermato in
Occidente un modello parlamentare-rappresentativo che entr in crisi al passaggio dal XIX al XX
secolo (fino al suicidio liberale nell'affermarsi sempre pi pervasivo del fascismo), ma anche dare
un'idea non superficiale n propagandistica di come proprio nel pieno della crisi dei regimi liberali
investiti dalla bufera della Grande Guerra si fosse fatta avanti l'ipotesi neogiacobina dei bolscevichi
e come questa avesse finito per rinnegare progressivamente se stessa fino all'epilogo di cui ho detto al
principio. E mi pareva anche necessario studiare come, nella dimensione ormai planetaria inerente alla
crescente unificazione del pianeta, i neogiacobini bolscevichi fossero stati tentati, dopo la vittoria su
Hitler, di imboccare la medesima strada, gi praticata dai rivoluzionari francesi al tempo loro,
consistente nell'esportare il proprio modello nei paesi 'satelliti' suscitando in questi  come
nell'Europa dominata dal Bonaparte  un rifiuto rivelatosi alla fine incontenibile.
Ma per quanto un racconto del genere debba nutrirsi di continui riferimenti ai fatti,  ovvio che
esso non pu trasformarsi in un racconto continuo (o addirittura completo) di essi. L'esposizione  mi
raccomand Le Goff  dev'essere saggistica non narrativa. Ed era ovvio che cos fosse.
L'insulsaggine di chi ha cominciato a richiedermi a gran voce perch in nessuna delle mie
pagine si parlasse delle fosse di Katyn non potrebbe apparire pi chiara. Mi chiedo perch non
abbiano preteso anche un paragrafo sulle foibe e uno su Porzs: forse perch ai redattori di Beck delle
foibe non importa nulla. Ma almeno i critici italiani che si sono incolonnati avrebbero potuto
chiedermelo! E magari anche rimproverarmi il mio colpevole silenzio sul bombardamento inglese di
Dresda o sui 700.000 morti della conquista francese dell'Algeria, richiamati in causa, e con estrema
durezza, da Bernard-Henri Lvy (Corriere della Sera del 7 dicembre 2005, p. 44) in dura polemica
contro la recente disposizione legislativa francese (legge n. 158 del 23 febbraio 2005)5 che recita: Les
programmes scolaires reconnaissent en particulier le rle positif de la prsence franaise outre-mer,
notamment en Afrique du Nord, et accordent  l'histoire et aux sacrifices des combattants de l'arme
franaise issus de ces territoires la place minente  laquelle ils ont droit. (Anche il fascismo, del
resto, motiv l'attacco all'Etiopia con l'argomento che l regnavano ancora lo schiavismo e
l'oppressione pi oscurantista  il che era vero  e poi arruol gli ascari per dimostrare che l'Africa
italiana, ormai redenta, forniva combattenti alla 'patria' italiana).
N mi sono effuso sulle cifre allucinanti della tratta dei neri, cifre che indussero l'ex
presidente Clinton a chiedere perdono, cos come fece Wojtyla per le vittime dell'Inquisizione.
Insomma le critiche che, nell'ottica6 di una storia 'totale' dell'Europa dei secoli XVIII-XX,
potrei muovere a me stesso per aver lasciato in ombra i crimini delle grandi democrazie sono forse
ancor pi severe di quelle partite dalla Baviera. Certo avevo anch'io fatto cenno al faticoso cammino
riservato nelle aule parlamentari della colta e civile Europa alle tesi abrogazioniste. Avevo ricordato la
cancellazione della schiavit coloniale voluta dalla Convenzione giacobina (febbraio 1794), il ripristino
voluto da Bonaparte di quella vergognosa pratica7, la vittoria, alfine, di quel principio nella nuova
Camera francese del 1848. Ma non potevo prevedere che di l a qualche mese si sarebbe svolta una
discussione sulla grande stampa francese nel corso della quale Bonaparte  stato almeno in parte
giustificato con l'argomento che anche Jefferson, il glorioso presidente Usa, era stato uno
schiavista (Leroy Ladurie su Le Figaro del 3 dicembre 2005).
E veniamo perci alla seconda domanda: cos' dunque che ha, davvero, creato disagio in
Baviera, visto che le accuse a proposito di Stalin, Gulag ecc. non stanno in piedi? (E tenuto conto
anche del 'precedente' costituito dal libro di Tilly, pubblicato da Beck senza fremito alcuno).
Si tratta del capitolo 14: Guerra fredda e arretramento della democrazia. In tale capitolo ho
svolto una veduta in verit per nulla peregrina: che cio la guerra fredda fu un grave fattore di
arretramento della democrazia non solo all'Est, ma anche all'Ovest. Un esempio di ci fu, come si sa,
il 'ritorno' degli ex nazisti in ruoli di potere nella neonata Germania federale. Il tutto con l'appoggio
attivo degli Stati Uniti, soprattutto quando (1952) segretario di Stato Usa divenne il fratello di Allen
Dulles, John Foster Dulles. Avevo ricordato il rifiuto tedesco-federale di dichiarare formalmente 
come richiesto dalla Repubblica cecoslovacca  la non-validit del patto di Monaco del settembre '38;
nonch il rifiuto, altrettanto ostinato e politicamente ancor pi inquietante, di accettare la frontiera
dell'Oder-Neisse tra Germania e Polonia; e inoltre la messa fuori legge del partito comunista tedesco; e
infine gli scabrosi casi Seebohm e Globke.
Un critico pacato, Rudolf Lill  uno dei pochi che non mi hanno chiesto di esplodere in ciclici
accessi di collera contro il cinismo di Stalin , mi ha fatto osservare che Adenauer si era trovato
costretto ad imbarcare un ex nazista, non pentito e revanscista, come Seebohm, al fine di poter contare
sull'appoggio parlamentare dell'estrema destra. (Seebohm fu un leader della Deutsche Partei fino al
1960, quando pass alla Cdu, cio al partito di Adenauer: ed ha sempre difeso il patto di Monaco)8. Ho
riflettuto molto sull'osservazione di Lill e mi sono convinto che essa si accorda perfettamente con
quanto da me scritto (chi potrebbe infatti dubitare dell'antinazismo di Adenauer uti singulus?). Perch
dunque Lill ha pensato di formulare una critica mentre in realt confermava quanto da me scritto? La
spiegazione  che molto spesso, piuttosto che parlare di un libro (o di un pensiero ecc.), si dibatte su ci
che i giornali dicono esserci in quel libro (in quel pensiero ecc.). Cos alla fine, in una sorta di
quadriglia impazzita, si finisce col parlare di ci che non , senza nemmeno verificare ci che . Un
caso limite lo ritengo l'addebito rivoltomi, sulla base della velina bavarese, di aver scritto che la
spartizione della Polonia non c'era stata nell'agosto '39, nonostante io mi sia effuso sulle conseguenze
devastanti (p. 243) di tale spartizione!
Ma torniamo alle verit che non si debbono pronunciare. Nel parlare di quell'imbarazzante
epoca della storia tedesca post-bellica (su cui basterebbe consultare il fondamentale studio di Enzo
Collotti Storia delle due Germanie 1945-1968, Einaudi, Torino 1968), osservavo che da parte Usa,
soprattutto negli otto anni di Eisenhower, vi era stata analoga acquiescenza sia verso il franchismo (in
cambio delle basi concesse da Franco) sia verso il 'ritorno' degli ex nazisti in Germania. E questo tanto
pi colpisce se si considera la giusta severit con cui, subito dopo la vittoria, gli Usa avevano praticato
l'epurazione antinazista della Germania occupata.
Da questa (palmare) osservazione  scaturito il rilievo n. 3 che ho menzionato al principio:
You put the Adenauer-government more or less on the same level as Franco's dictatorship. E pensare
che avevo trascurato il caso Gehlen. Reinhard Gehlen, il generale delle SS che dirigeva la sezione
sovietica dello spionaggio nazista, fu 'arruolato' da Allen Dulles gi prima che la guerra finisse.
Divenne dapprima magna pars dei 'servizi' in Germania federale (Bundesnachrichtendienst), quindi
pass direttamente negli Usa, nella Cia. Articoli che denunciavano il caso Gehlen apparvero sul
Daily Express di Londra il 17 marzo 1952, sulla Weltwoche di Zurigo il 6 agosto 1954, sul
Christ und Welt di Stoccarda il 19 agosto 1954, ecc. Fa specie che il nome di Gehlen non figuri
nemmeno una volta nelle 545 fittissime pagine del volume di Detlef Felken intitolato Dulles und
Deutschland. Die amerikanische Deutschlandpolitik 1953-1959, Bouvier-Verlag, Bonn-Berlin 1993.
N andava dimenticato il contributo di Simon Wiesenthal, nel suo importante libro The
murderers among us (1967, tradotto da Garzanti nello stesso anno), allo smascheramento della
complicit dei quadri intermed delle autorit tedesco-federali che rese possibile l'attivit della
Odessa (organizzazione di difesa delle ex SS: Organisation der ehemaligen SS-Angehrigen)9.
Pensando di offendermi, un redattore della Sddeutsche Zeitung ha istituito un paragone tra il
mio lavoro e quello di Edward Hallett Carr sulla storia dell'Urss. A Carr egli riserva la definizione di
veemente [=sfrenato?] abbellitore della politica di Stalin e considera un atto particolarmente
generoso e liberale da parte del governo inglese il fatto che, durante la seconda guerra mondiale, Carr
potesse scrivere sul 'Times' di Londra e addirittura conseguire una cattedra10.
A parte il carattere lusinghiero di tale paragone (ma non bisogna mai lasciarsi andare alla
vanit) il presupposto di questa originale trovata , temo, una certa ignoranza. Quasi certamente quel
redattore ignorava del tutto chi fosse Carr e come fosse approdato all'impresa, frutto di grandi ricerche
preparatorie, di ricostruire la vicenda dei primi dodici anni di vita dell'Urss. Carr non ha mai avuto una
formazione ideologica (marxista o d'altro genere). Fortunatamente egli veniva dalla carriera
diplomatica, negli anni Venti era stato lungamente, in tale ruolo, in Lettonia: e per tale via era
approdato al tentativo di narrare la Storia statale della nuova formazione sorta sulle rovine dell'impero
zarista. Politicamente egli fu sempre un liberale, e come tale approd alla vicedirezione del Times. Il
suo avvicinamento a posizioni di 'sinistra' (liberale dissidente) avvenne tardi, nel 1942, dopo l'ingresso
dell'Urss nel campo alleato. Nel 1953 egli ebbe a precisare a proposito dei primi tomi del suo lavoro:
La mia ambizione  stata quella di scrivere la storia non degli eventi (questi sono stati gi riferiti da
molti altri autori) ma dell'ordinamento politico, sociale ed economico che  emerso da essi. Sar
lecito allo storico scegliere il proprio tema, tematizzare, come si usa dire, l'oggetto della propria
ricerca. E dunque anche per tornare all'esempio da cui siamo partiti, trattare della storia dei modelli di
democrazia nell'Europa moderna senza ogni volta raccontare la storia generale dell'Europa (ammesso
poi che si possa scrivere, senza compiere drastiche scelte e selezioni, una storia d'Europa senza dover
considerare l'Europa in rapporto  come di fatto , strettissimo  col resto del pianeta).
Ma  il fatto che si dica fai come Carr pensando di liquidare l'interlocutore che fa capire a
quale punto di degrado intellettuale ci troviamo.
Quando  uscito, mesi addietro, presso Gallimard, lo studio di Olivier Ptr sulle Traites
ngrires, pur tra molte voci favorevoli, non sono mancate critiche alla indignazione, giudicata
inadeguata, dell'autore nei confronti dello schiavismo. Ma forse doveva lasciarsi andare, in ogni frase
del suo saggio, a nuovi accessi di collera?  si  chiesto Leroy Ladurie con giusta ironia11.
Nel 1882/1883 Giosue Carducci pubblic, come forse qualcuno ricorda, il ciclo dei dodici
sonetti intitolati a ira: un profilo appassionato, e in Italia del tutto controcorrente, della Rivoluzione
francese considerata nel momento decisivo delle stragi di settembre (1792) e della vittoriosa campagna
di Valmy. Tutta la stampa moderata e filoclericale insorse. Carducci fu bersagliato come 'terrorista'
(cio ammiratore del Terrore robespierrista), come difensore del sanguinario Marat e  in particolare ad
opera di Ruggero Bonghi  come per nulla indignato narratore (nel sonetto VIII) della feroce
esecuzione capitale della principessa di Lamballe. Carducci fu non poco imbarazzato e infastidito da
questa aggressione. Un certo M.T. (che Carducci pensava fosse il deputato Marco Tabarrini) attacc
sulla Rassegna italiana: Non  dimenticato  accusava M.T.  nemmeno Marat con la sua continua
morbosa visione di sangue (il riferimento  al VI sonetto: Marat vede ne l'aria oscure torme /
d'uomini con pugnali erti passando / e piove sangue donde son passati); Ma si pu dire in coscienza
e buon senso  incalzava M.T.  che in qualunque modo giovasse alla difesa [scil. della Repubblica
aggredita dalla coalizione] quel mostro non mai sazio di spinger vittime al patibolo?.
Carducci replic: Io dissi in versi quello che fu in fatti il settembre '92. I fatti si riducono a
due: la difesa della patria, inspirata dalle nobili tradizioni e dallo spirito eroico della nazione francese;
le stragi, consigliate dalla paura e consumate con quel delirio di fanatismo, di torva leggerezza, di
avventatezza feroce che  nel sangue celtico [sic]. Difesa coerente, nonostante la stramba uscita
'razziale'. Anni prima, celebrando in un altro componimento il 78o anniversario di Valmy, Carducci
aveva ampiamente parlato di Marat, rappresentandolo come colui che pi di altri sente come tuttora
presente il secolare patimento delle plebi, l'onta di venti secoli, e perci ne sintetizzava con
equilibrio la figura certo non lieve: De l'odio e del dolor l'esperimento / Il cor gli ottuse e il senso gli
acu: / Ei fiut come un cane il tradimento etc.. Certo chi giovialmente si libera del terribile peso della
storia (o fatuamente ironizza sulla filologia metallurgica) si espone al sarcasmo che Trockij riserv a
Simone Weil: Lei  dell'esercito della salvezza?. Ma il buon Carducci, che era un innocuo giacobino
da tavolino, contro l'untuosa critica di Bonghi che quasi lo coinvolgeva nell'uccisione della sventurata
principessa, sbott in legittimo sarcasmo e si chiese se non si pretendesse da lui un sonettino pieno di
soliti improper cari alle scuole e ai giornalisti d'ordine, magari con un orrendo verso finale
indirizzato all'esecutore materiale di quella uccisione: Oh vile, vile, vile, vile, vile!12. Insomma quei
periodici accessi di collera ad ogni frase di cui parla Leroy Ladurie.
Anche Tucidide fu accusato di analogo misfatto, da un critico bravino ma poco intelligente
come Dionigi di Alicarnasso, il quale avrebbe voluto da lui una movimentata descrizione ad alto
patetismo per ogni citt messa a ferro e fuoco dagli Ateniesi nel corso della feroce guerra del
Peloponneso (Saggio su Tucidide, capp. 15-16). E siccome al tempo suo Tucidide non si era lasciato
andare a tale insensata ginnastica, Dionigi, non potendolo, a secoli di distanza, zittire o detronizzare dal
suo rango di modello della storiografia politica, concluse stizzosamente il suo saggio sostenendo che in
fondo Tucidide non sapeva scrivere.  interessante la vitalit di quella sciocca critica a distanza di
quasi quattro secoli.
Il vero problema dei critici di questo genere, non tanto del povero Dionigi quanto dei var
Bonghi del tempo andato e del tempo nostro,  che la loro commozione  a senso unico. Nella loro
assiologia c' un mondo che deve restare a riparo dai calcoli al pallottoliere dei 'libri neri', ed  quello
che Pio XII, John Foster Dulles e Francisco Franco chiamavano mondo libero. Questa faccia oscura
del mondo libero viene esorcizzata in molti modi: si scredita chi ne parla con epiteti di vario tipo
(terzomondista  il pi frequente anche se non significa praticamente nulla13). Qual  l'uscita di
sicurezza per queste simpatiche coscienze morali a corrente alternata? L'uscita di sicurezza  che, nel
caso del mondo libero, il lavoro sporco  stato fatto fuori di casa: dal Cile all'Indonesia, dal Congo al
Centroamerica, dall'Argentina all'Angola e via seguitando; e quasi sempre per interposta persona. Se
il problema da affrontare fosse  come alcuni miei critici pensano  di stabilire qual  il regime pi
criminogeno, questo elemento dovrebbe essere posto al centro della discussione. E non sarebbe male,
in tal caso, ricordare che un mandato di cattura internazionale pende su Henry Kissinger per quanto
fece e fece fare in Cile, come ha documentato Christopher Hitchens nel volume apparso nel 2001 The
Trial of Henry Kissinger14. Fermo restando che in quell'uso disinvolto del pallottoliere ogni tanto si fa
qualche scivolata, come  capitato a Robert Conquest (Il costo umano del comunismo) alle prese con le
cifre del Libro nero del comunismo (calate di botto, tra un'edizione e l'altra, da 100 a 80 milioni per
poi calare ancora di pi ad ogni critica seria)15.
Ma, appunto, il tema di questo libro, con buona pace dei critici al pallottoliere,  un altro. Esso
consiste nello studio dei secolari tentativi, e reiterati, e tra loro ben diversi, sul piano del metodo e dei
presupposti, di dare attuazione  nel continente europeo, dove il problema dapprima si pose  al
potere del popolo (democrazia, appunto). E, al tempo stesso, nello studio dei correttivi e degli
antidoti che a tale istanza vennero opposti: dalla schematicit degli antichi oligarchi alla efficace
soluzione, di lunga tradizione e di straordinaria vitalit, che siamo soliti chiamare regime misto. E
dunque, inevitabilmente, nello studio del fenomeno cruciale di ogni societ e di ogni modello
politico-statale: che  quello dell'incessante riproporsi di lites direttive, tanto pi abili ed efficaci
quanto pi capaci di ottenere il largo riconoscimento della natura 'democratica' (!) del loro potere.
Secondo una legge che fu definita ferrea e secondo una intuizione dovuta  ben prima che ai moderni
'elitisti'  ad un grande empirico quale il Bonaparte (il quale osserv in uno scritto apparso postumo
che la aristocrazia si riforma persino entro gli ateliers operai).
Di questo approdo si pu essere scontenti oppure lieti. Lieti ne sono soprattutto gli oligarchi,
che per, nel nostro mondo, preferiscono restare sullo sfondo della scena e lasciare alla dinamica
parlamentare (che spesso gira a vuoto) tutto lo spazio: onde persuadere tutti che di democrazia pur
sempre si tratta. Anche quando chi comanda sull'economia dichiara brutalmente, e veridicamente, che
gli importa il suffragio dei mercati, non quello degli elettori.
Un grande studioso italiano della storia del socialismo, Massimo L. Salvadori, nel dedicare
generosa attenzione a questo mio scritto ha osservato in modo pertinente: Egli [=l'autore di questo
volume] non pu non cogliere tutta la portata del naufragio del comunismo16. Senonch  per lui pur
sempre il naufragio della parte che ha in prima fila incarnato nel nostro secolo la battaglia per la
democrazia17.
Salvadori ha colto in modo pertinente il senso di questo lavoro. Ed ha posto l'accento sulla
questione centrale: le dure repliche della storia non possono cancellare  nell'indagine storiografica
 qual  stato il punto di partenza. Ci vale per le chiese cristiane rispetto al sermone della montagna;
vale per il socialismo 'realizzato' rispetto a quello desiderato; vale per la pi desiderabile delle idealit,
quella liberale, che  per la pi smentita nei fatti se si passa dalle parole alle opere; e vale per la
democrazia (l'istanza del potere popolare) che non  mai esistita (se non in quanto idea forza), come
ha insegnato  ai suoi seguaci e ai suoi critici  Gaetano Mosca.
Scriverne la storia non significa indossare i panni dell'avvocato, e nemmeno quelli del giudice.
Significa cercare di intendere i fatti al di l della loro interessata e cangiante rappresentazione.
Altrimenti, si resta davvero senza risposta di fronte alla domanda che maliziosamente Voltaire poneva
agli storici: en quoi tes vous utile au public?.
Avevo terminato questo libro con un'ipotesi che poteva anche essere scambiata per una
previsione: che cio la democrazia avrebbe potuto in futuro vivere una nuova stagione di slancio o di
rinascita ad opera di altri uomini non pi europei. Oggi per siamo posti dinanzi ad un fenomeno di
vaste proporzioni, che coinvolge gli altri mondi, e che non avremmo previsto agevolmente qualche
anno fa: il tentativo di imporre manu militari, a mondi lontani dal nostro, e non proprio ricettivi, il
modello occidentale di democrazia.
Per ora i risultati sono allucinanti, se solo si pensa alle modalit e ai risultati preventivamente
decisi a tavolino delle recenti elezioni irakene, che tanta commozione hanno suscitato a destra e a
manca (forse pi a manca che a destra). Ma  davvero curioso, e indica il modesto tasso di libert
individuale e altissimo invece di autocensura praticati dalla grande (e media e piccola) stampa, il fatto
che nessuno si sia ricordato che il fondamento etico e logico della esportazione della democrazia  il
medesimo della gloriosa 'dottrina Breznev'.
Luciano Canfora. Gennaio 2006.
...
.
...
Note al testo suddivise per capitolo:
.
Prologo.
.
1 H.A.L. Fisher, Storia d'Europa (1935), vol. III: L'esperimento liberale, trad. it., Laterza, Bari
1936, p. 143.
2 Rist. a cura di G. Galasso, Adelphi, Milano 1991, p. 45.
3 Le memorie di Garibaldi nella redazione definitiva del 1872, a cura della Reale Commissione
(Ed. nazionale degli scritti di Garibaldi), vol. II, Cappelli, Bologna 1932, pp. 269 e 266.
4 D. Mack Smith, Garibaldi, una grande vita in breve (1956), trad. it., Mondadori, Milano
1996, p. 165.
5 Ivi, p. 166.
6 Lenin, Opere, Ed. in lingue estere, Mosca, s.d., vol. II, p. 344.
7 A. Gramsci, Quaderni del carcere, a cura di V. Gerratana, 4 voll., Einaudi, Torino 1975, p.
1619.
8 J.G. Droysen, Aristofane, trad. it. di G. Bonacina, Sellerio, Palermo 1998, pp. 168-69.
9 Michaud, Biographie Universelle, Paris, I ed. (1811-28), vol. 44; II ed. (1854-65), vol. 40, s.v.
Suard.
10 Correspondance gnrale de J.-J. Rousseau, a cura di Th. Dufour, vol. XVII, Paris 1932, p.
157; ma ormai il testo di questa lettera, edito sulla base del brouillon autografo, va visto nell'ed. critica
di R.A. Leigh, Correspondance complte de J.-J. Rousseau, vol. XXXIII, Voltaire Foundation, Oxford
1979, p. 243.
11 Aristotele, Costituzione di Atene, 22,3.
12 Appiano, Guerre civili, II, 122, 514.
13 Teodosio Diacono, De Creta capta, 257.
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1. Una costituzione rivestita di grecit: Grecia, Europa, Occidente.
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1 Erodoto, Le Storie, libro III, La Persia, Fondazione Valla, Milano 1990, p. 297.
2 G.C. Lewis, Qual  la miglior forma di governo? (1863), trad. it., Sellerio, Palermo 1996.
3 Julius Schvarcz (1838-1900), uomo politico e storico dell'antichit, insegn all'Universit di
Budapest.
4 A. de Tocqueville, Voyage en Amrique, in Oeuvres, I, Gallimard, Paris 1991, pp. 243-44.
5 Citiamo dalla trad. italiana della Storia universale, I, Societ Editrice Libraria, Milano 1930,
pp. 68-69.
6 A. Leroy-Beaulieu, Le Centenarie de 1789, Revue des deux mondes, 93, 1889, pp.
860-904. Citiamo dalla trad. it., Brindisi al 1789: la Rivoluzione francese all'Esposizione di Parigi,
Bottega dell'antiquario, Roma, s.d., pp. 65-66.
7 La citazione  tratta dal New York Daily Tribune del 25 giugno 1853 (= K. Marx-F.
Engels, India Cina Russia, a cura di B. Maffi, Il Saggiatore, Milano 1970, p. 76).
8 A. de Tocqueville, Scritti, note, discorsi politici, a cura di U. Coldagelli, Bollati Boringhieri,
Torino 1994, p. 13.
9 Lewis, Qual  la miglior forma di governo?, cit., p. 71.
10 F. Furet, Penser la Rvolution franaise (1978), trad. it. Critica della Rivoluzione francese,
Laterza, Roma-Bari 1980, pp. 8-9: Accarezzo l'idea di una storia della Rivoluzione francese
infinitamente pi lunga.
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2. L'atto di nascita: la democrazia nell'antica Grecia.
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1 Van Effenterre lo ha prospettato a proposito dell'agor di Mallia a Creta: Fouilles excutes 
Mallia. Le centre politique: l'Agora (Etudes crtoises, 17), Paris 1969.
2 S.L. Utcenko, I.M. Diakonov, Social Stratification of Ancient Society, Nauka Publ. House,
Moscow 1970.
3 Tucidide, VIII, 63, 5.
4 Tucidide, VIII, 48, 6.
5 A. Labriola, Socrate, nuova edizione a cura di B. Croce, Laterza, Bari 1909, pp. 9-10.
6 L'espressione  di Arthur Rosenberg, Demokratie und Klassenkampf im Altertum, trad. it. in Il
comunista senza partito, Sellerio, Palermo 1984, pp. 133-34.
7 Rosenberg, in Il comunista senza partito, cit., p. 131.
8 Fermo restando il dissenso filosofico rispetto alla schiavit, considerata come contro natura,
soprattutto da parte del pensiero sofistico (Ippia, Antifonte). Si pu vedere in proposito, ad esempio, J.
Vogt, Sklaverei und Humanitt im klassischen Griechentum, Akademie der Wissenschaften und der
Literatur in Mainz, Wiesbaden 1953, pp. 172-73.
9 M.N. Tod, A Selection of Greek Historical Inscriptions, voll. I-II, Clarendon Press, Oxford
1946-48, nr. 96.
10 Tod, A Selection cit., nr. 97.
11 K. Jander, Oratorum et Rhetorum Graecorum nova fragmenta, Berlin 1913, nr. 32.
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3. Come ritorn in gioco e come alla fine usc di scena la democrazia greca.
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1 Disponibili in traduzione italiana per cura di Marco Revelli (Putney: alle radici della
democrazia moderna. Il dibattito tra i protagonisti della Rivoluzione inglese, Baldini&Castoldi,
Milano 1997).
2 Per la presenza delle repubbliche antiche nella cultura politica inglese del tempo, cfr. A.M.
Strumia, Autorit e potere: le repubbliche antiche nell'Inghilterra del XVII secolo, in I linguaggi
politici delle rivoluzioni in Europa XVII-XIX secolo. Atti del convegno (Lecce, 11-13 ottobre 1990), a
cura di E. Pii, Leo S. Olschki, Firenze 1992, pp. 67-74.
3 Putney cit., trad. it. di Revelli, p. 75.
4 La formazione degli Stati Uniti d'America, vol. I, a cura di A. Aquarone, C. Negri, C. Scelba,
Nistri-Lischi, Pisa 1961, pp. 70; 114-15; 121.
5 R. Dahl, How Democratic is the American Constitution?, Yale Univ. Press, New
Haven-London 2001 (trad. it. Quanto  democratica la Costituzione americana?, Laterza, Roma-Bari
2003, p. 13).
6 Il resoconto della memorabile seduta  ricostruito in Archives Parlementaires de 1787  1860,
I srie (1787-1799), tome 84, Cnrs, Paris 1962, pp. 276-83.
7 H. Bangou, La Guadeloupe, I: 1492-1848 ou l'Histoire de la colonisation de l'le,
L'Harmattan, Paris 1987, p. 122.
8 Cfr. E. Burgos, Mi chiamo Rigoberta Mench (1983), trad. it., Giunti, Firenze 1987, p. 164.
Sul gesuita Vieira, fondamentali gli studi di Alfredo Bosi.
9  il caso dell'migr Laluzerne, il quale traduce e commenta l'opuscolo a Londra nel 1793.
10 L'cole Normale de l'an III. Leons d'histoire, de gographie, d'conomie politique.
dition annote des cours de Volney, Buache de La Neuville, Mentelle et Vandermonde, par A.
Alcouffe, G. Israel, B. Jobert, G. Jorland, F. Labourie, D. Nordman, J.-C. Perrot, D. Woronoff, Dunod,
Paris 1994, pp. 111-12.
11 Vol. I, London 1777, nota a p. 107.
12 Bangou, La Guadeloupe, I, cit., p. 180.
13 E.H. Carr, 1917: Before and After, London 1969 (trad. it. 1917. Illusioni e realt della
rivoluzione russa, Einaudi, Torino 1970, p. 13).
14 Marx-Engels-Werke, Dietz Verlag, Berlin 1959, II, pp. 129-30.
15 Ivi, VIII, p. 116.
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4. La prima vittoria del liberalismo.
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1 L.-A. Fauvelet de Bourrienne, Mmoires de M. de Bourrienne... sur Napolon, le Directoire,
le Consulat, l'Empire et la Restauration, II, Ladvocat, Paris 1830, p. 359.
2 O. Blanc, Les hommes de Londres. Histoire secrte de la Terreur, Albin Michel, Paris 1989,
p. 61.
3 M. Duverger, La V Rpublique, achvement de la Rvolution franaise, Ed. Camera dei
Deputati, Roma 1989, pp. 10-11.
4 B. Constant, Oeuvres politiques, ed. par Ch. Louandre, Charpentier, Paris 1874, p. 259.
5 A.-V. Arnault, E.F. Bazot, A. Jay, E. De Jouy, J. Marquet de Montbreton Norvins, Biographie
Nouvelle des Contemporains, XII, Librairie historique, Paris 1823, pp. 368-69.
6 Biographie Nouvelle cit., I, 1820, pp. i-xvi.
7 Il lunghissimo documento  all'Archivio del Ministero degli Esteri, serie Mmoires et
documents, vol. 1802, anno 1815, Fo 119, ff. 360r-366v.  stato pubblicato da Franois Reymond, Un
manifeste indit de Benjamin Constant, nelle Annales Benjamin Constant, 5, 1985, pp. 81-93.
8 Ivi, p. 82.
9 Constant, Oeuvres politiques, cit., p. 281.
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5. Suffragio universale: atto primo.
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1 P. Odifreddi, La democrazia impossibile, Lettera pristem, nr. 11 (marzo 1994), p. 26-31.
2 K. Arrow, Social Choice and Individual Values, Wiley, New York 1951.
3 Fisher, Storia d'Europa cit., III, p. 95.
4 E.J. Hobsbawm, The Age of Revolution. Europe 1789-1848 (1962), trad. it. Le rivoluzioni
borghesi, 1789-1848, Il Saggiatore, Milano 1963, pp. 180.
5 Marx-Engels-Werke, cit., IV (1969), p. 492.
6 Sia notato per incidens: Lenin riprender di peso questo schema ipotizzato da Marx per la
Germania applicandolo alla Russia; scolasticismo dottrinale e intuito tattico gli daranno quel successo
che a Marx fu negato dallo sviluppo inatteso degli eventi.
7 A. de Tocqueville, Una rivoluzione fallita. Ricordi del 1848-1849, trad. it. a cura di A.
Omodeo, Laterza, Bari 1939, p. 9.
8 In E. Lavisse, Histoire de France contemporaine, vol. VI (a cura di Ch. Seignobos): La
Rvolution de 1848 et le Second Empire (1848-1859), Hachette, Paris 1921, pp. 78-79.
9 P. Bastid, Doctrines et institutions politiques de la seconde Rpublique, I, Hachette, Paris
1945, p. 288.
10 Lettera a Le Figaro, 14 aprile 1864.
11 K. Marx, Le lotte di classe in Francia, trad. it., Einaudi, Torino 1948, cap. IV.
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6. Suffragio universale: atto secondo.
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1 Cfr., supra, p. 7 e nota 7, p. 369.
2 Oeuvres de Napolon III, vol. II, Paris 1856, pp. 150-51.
3 Su di lui si pu vedere il breve profilo che ne traccia Tocqueville, Ricordi cit., pp. 103-4.
4 Effettivamente aveva messo, subito dopo il trionfo elettorale del 10 dicembre '48, Lon
Faucher ai lavori pubblici: Faucher era stato un fautore degli ateliers nationaux.
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7. Gli imbarazzi della vecchia talpa.
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1 Lo stesso principe era stato adepto alla carboneria, cos come a suo tempo l'imperatore era
stato nella massoneria e si era circondato di personalit massoniche. Ma della disinvoltura inerente al
cesarismo fa parte anche la prontezza nel tradire. Anni dopo, le bombe di Felice Orsini avevano
anche il compito di rammemorare, al non pi presidente ma ormai imperatore dei Francesi, la sua
antica affiliazione carbonara.
2 Trad. it., Teti, Milano 1978, vol. VI, p. 299.
3 Marx, Le lotte di classe in Francia, cit., p. 163.
4 Ivi, p. 300.
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8. L'Europa in marcia.
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1 M. Siotto Pintor, voce Elezione, in Enciclopedia italiana, vol. 13, 1932, p. 781.
2 N. Bobbio, N. Matteucci, G. Pasquino, Dizionario di politica, Utet, Torino 19832, p. 785.
3 B. Croce, Storia d'Italia dal 1871 al 1915, a cura di G. Galasso, Adelphi, Milano 1991, p. 334.
4 B. Croce, Storia d'Europa nel secolo decimonono, Laterza, Bari 1932, p. 281. I corsivi non sono dell'autore.
5 Contro the practical working of Universal Suffrage as developed under a dispotic form of
government si era espresso, nel 1860, un acuto agente segreto inglese, L. Oliphant, in un pamphlet:
Universal Suffrage and Napoleon the Third, London-Edinburgh [segnalo la copia della British Library:
8052.e.91].
6 G. Mosca, Sulla teorica dei governi, Loescher, Torino 1884, p. 231.
7 G. Rensi, Gli Anciens Rgimes e la democrazia diretta, Tip. Colombi, Bellinzona 1902, p. 139.
8 G. Giolitti, Memorie della mia vita (1922), Garzanti, Milano 1967, pp. 43-44.
9 Cos era nello Statuto albertino (1848), rimasto in vigore per un secolo esatto (e dal 1861
come carta costituzionale del Regno d'Italia).
10 La circolare del ministro ai prefetti (11 febbraio 1852), e l'appello del sindaco agli elettori di
Vouzon sono nel II vol. di R. Rmond, La vie politique en France, A. Colin, Paris 19862, pp. 164-65.
11 D. Sassoon, Cent'anni di socialismo (1996), trad. it., Editori Riuniti, Roma 1997, p. 11.
12 Conferenza tenuta all'Universit di Stato di Andorra, edita in Italia dalle Edizioni Lavoro,
Roma 2000, p. 5.
13 C.B. Macpherson, Burke (1980), trad. it., Il melangolo, Genova 1999, p. 113.
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9. Dall'ecatombe dei comunardi alle unioni sacre.
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1 A. Rosenberg, Storia del bolscevismo (1932), trad. it., Sansoni, Firenze 1933, pp. 19-20.
2 Fu ripristinato alla caduta del fascismo. La Costituente italiana aveva prodotto un testo (art.
75) che vietava di fare (ora che il proporzionale era ripristinato col ritorno alla democrazia
parlamentare) le leggi elettorali oggetto di referendum. Un singolare colpo di mano cass in extremis il
divieto. Si veda in proposito C. Salamone, La parola smarrita. Sul testo dell'articolo 75 della
Costituzione, in Biblioteca, I,1,1990, pp. 19-23.
3 K. Liebknecht, Scritti politici, a cura di Enzo Collotti, Feltrinelli, Milano 1971, pp. 101-3.
4 Marx-Engels-Werke, cit., XXII (1963), p. 251.
5 Cfr. Demostene, Terza Filippica, 47-51.
6 Cui si deve questa diagnosi delle buone ragioni del genocidio: Non arrivo al punto di
credere che gli indiani buoni siano solo quelli morti, ma credo che per nove su dieci sia cos; d'altronde
non vorrei indagare troppo a fondo nemmeno sul decimo; cfr. D.E. Stannard, Olocausto americano.
La conquista del Nuovo Mondo (1992), trad. it., Bollati Boringhieri, Torino 2001, p. 389 e D. Losurdo,
Il liberalismo non ha commesso genocidi?, Liberal, 16, febbraio-marzo 2003.
7 O. Bauer, Tra due guerre mondiali?, trad. it. a cura di E. Collotti, Einaudi, Torino 1979, p. 94,
nel capitolo La crisi della democrazia.
8 U. von Wilamowitz-Moellendorff, Das Nationalfest der Deutschen, Norddeutsche
Allgemeine Zeitung, 27 gennaio 1918.
9 E. Meyer, Der Staat, sein Wesen und seine Organisation, in Weltgeschichte und Weltkrieg,
Cotta, Stuttgart 1916, pp. 151-53.
10 Marx-Engels-Werke, cit., XXII, pp. 197-98.
11 O. Bauer, Tra due guerre mondiali?, cit., pp. 89-90.
12 E. Vermeil, La Germania contemporanea, trad. it., Laterza, Bari 1956, p. 182.
13 Friederich Engels politisches Vermchtnis, Verlag der Jugendinternationale, Berlin 1920, p. 24.
14 Per aver distribuito un volantino che diceva questo, Liebknecht verr daccapo arrestato e
detenuto a lungo, durante la guerra.
15 U. von Wilamowitz-Moellendorff, In den zweiten Kriegswinter (1915), in Reden aus der
Kriegszeit, Weidmann, Berlin 1915, pp. 289-90.
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10. La Terza Repubblica.
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1 G. Bourgin, Aperu sur l'histoire de la Commune de 1871, Revue Historique, 55, mai-aot
1930, pp. 88-96. Egli  anche l'autore, per l'Enciclopedia Italiana, delle pagine sulla Comune nella
voce Parigi (storia), vol. 26 (1935), p. 340, dove per preferisce parlare dei molti fucilati.
2 Il dato viene accolto anche in un repertorio d'uso, quale il dtv  Lexikon zur Geschichte und
Politik im 20. Jahrhundert, I, Deutscher Taschenbuch Verlag, Mnchen 1974, p. 262.
3 F. Goguel, Gographie des lections franaises sous la Troisime et la Quatrime
Rpublique, Colin, Paris 1970, p. 60.
4 Il che costituisce una prova non da poco della diffusa percezione del carattere ormai
inoffensivo e addomesticabile del suffragio universale.
5 Il numero degli astenuti  scrive  sembra incomprimibile.
6 Una conseguenza paradossale di questa denuncia unilaterale del Concordato fu che,
compiutasi quando l'Alsazia era passata alla Germania, non pot avere validit per l'Alsazia. La quale
dunque, tornata alla Francia con la vittoria militare del 1918, continu, pur entrando a far parte della
Repubblica francese, a restare in regime concordatario. N i governi post-bellici si azzardarono a
riaprire il problema.
7 La traduzione adoperata, per il saggio di Bryce, Democrazie moderne,  quella edita da
Hoepli, a Milano, nel 1930. Le citazioni figurano alle pp. 130-31.
8 Bryce, Democrazie moderne, cit., pp. 139-41. S' accennato nel capitolo precedente (p. 170)
alla piaga degli scandali finanziari che caratterizzarono la vita della Terza Repubblica.
9 J.-J. Chevallier, Histoire des institutions politiques de la France moderne (1789-1945),
Dalloz, Paris 1958, p. 402.
10 Chevallier, Histoire des institutions politiques de la France moderne, cit., p. 535.
11 J. Jaurs, Storia socialista della Rivoluzione francese, trad. it. di Giorgio Candeloro,
Cooperativa del libro popolare, Milano 1954, vol. X, pp. 133-35. La traduzione  fatta sulla riedizione a
cura di A. Mathiez, Paris 1939.
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11. Il secondo fallimento del suffragio universale.
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1 K. Schwabe, Wissenschaft und Kriegsmoral, Musterschmidt, Gttingen 1969, p. 161.
Brandenburg fu attivo critico della costituzione weimariana; mor nel 1946.
2 Lenin, Opere scelte, in sei volumi, Ed. Riuniti-Ed. Progress, Roma-Mosca, s.d., I, p. 519.
3 Abbiamo ricordato nei capitoli precedenti i cenni ironici sparsi qua e l negli scritti di Marx
sui giacobini, la loro infantile ideologia antica, ecc. Il pi organico e aspro  certamente il capitolo
della Sacra famiglia intitolato Battaglia critica contro la Rivoluzione francese (definita, tra l'altro, un
fatto tutto del diciottesimo secolo). Contraddittoria  anche la sua interpretazione del Terrore  come
ha osservato Furet : il Terrore realizza i compiti della rivoluzione borghese ovvero il Terrore
costituisce il rovesciamento provvisorio del potere della borghesia (F. Furet, Marx e la Rivoluzione
francese [1986], trad. it., Rizzoli, Milano 1989, p. 142). In una lettera del 4 settembre 1870 a Marx
(l'anno prima della Comune), Engels  durissimo verso gli uomini del Terrore: La colpa del regime di
terrore dell'anno 1793 ricade esclusivamente sul borghese follemente impaurito, atteggiantesi a
patriota, sul piccolo filisteo che se la faceva addosso dalla paura, e sulla marmaglia del sottoproletariato
che con la terreur faceva i propri affari (Marx-Engels, Opere complete, Ed. Riuniti, vol. 44, Roma
1990, p. 54).
4 L.D. Trockij, I nostri compiti politici (agosto 1904), trad. it. in Lenin-Trockij-Luxemburg,
Rivoluzione e polemica sul partito, a cura di G. Bedeschi, Newton Compton, Roma 1973, pp. 334-35.
5 E.H. Carr, La rivoluzione bolscevica (1917-1923), trad. it., Einaudi, Torino 1964, p. 22.
6 Nel febbraio del 1997 l'operazione sembrava imminente. Il 17 luglio 1998 il
presidente-istrione Boris Eltsin  andato a inginocchiarsi sulla tomba dello zar, e, forse perch
funzionario a suo tempo del Pcus, ha chiesto perdono per i crimini comunisti. Ma all'apertura del
sinodo ortodosso, il 13 agosto 2000 il patriarca Alessio II ha lanciato l'idea di aprire un dibattito
sulla figura dello zar Nicola II, prima di procedere...
7 L.D. Trockij, Millenovecentocinque [1922], trad. it., Newton Compton, Roma 1976, p. 173.
Trockij riprende qui una espressione di Tocqueville.
8 Zemstvo: organismo destinato a curare gli interessi locali nell'ambito amministrativo.
9 F. Epstein, voce Stolypin dell'Enciclopedia Italiana, vol. 32, Roma 1936, p. 759.
10 Un'idea mutuata dal carteggio (1894) di Engels con Danielson, il traduttore russo del
Capitale.
11 Briefe an Karl und Luise Kautsky, Berlin 1923 (lettera del 15 aprile 1917 dalla prigione di
Wronke); trad. it. Lettere ai Kautsky, Ed. Riuniti, Roma 1971, p. 264.
12 Friedrich Meinecke, nelle sue memorie, parla di pronunciamento militare (Erlebtes
1862-1919, Koehler, Stuttgart 1964), trad. it., Guida, Napoli 1971, p. 329.
13 A. Rosenberg, Origini della Repubblica tedesca, trad. it., Leonardo, Roma 1947, p. 265.
14 Max von Baden, Erinnerungen und Dokumente, Deutsche Verlagsanstalt, Stuttgart 1927, pp. 630-31.
15 Ma egli nobilmente lasci il posto.
16 Trad. it. I trenta giorni di Hitler, Mondadori, Milano 1997.
17 Cfr. il recentissimo saggio di Rdiger Jungbluth sulla silenziosa ascesa della pi potente
dinastia economica della Germania (Die Quandts. Ihr leiser Aufstieg zur mchtigsten
Wirtschaftsdynastie Deutschlands, Campus Verlag, Frankfurt a.M. 2002). Altri libri recenti forniscono
importante documentazione: John Weitz, Il banchiere di Hitler (1996), trad. it. Piemme, Casale
Monferrato 1998 (biografia di Schacht); Wulf Schwarzwller, Hitlers Geld. Vom armen Kunstmaler
zum millionenschweren Fhrer, berreuter, Wien 1998.
18 Von Papen fu processato a Norimberga; nel 1959 ebbe l'onorificenza vaticana di cameriere
segreto.
19 Secondo l'agenzia Stefani l'ex Kaiser si  dichiarato molto soddisfatto per la vittoria dei
nazionalsocialisti, ma personalmente avrebbe desiderato un maggior successo del partito di Hugenberg,
che poneva la questione monarchica in testa del suo programma (Corriere della sera, 7 marzo 1933,
p. 1).
20 Il Corriere della sera del 31 ottobre 1922 fornisce, in prima pagina, un ampio e rapto
resoconto della prima giornata di Mussolini presidente, i suoi incontri alla Camera e al Senato; in
particolare  informa il quotidiano , nel colloquio con De Nicola, presidente della Camera assai lieto
di restare al suo posto,  stata sfiorata la questione della riforma elettorale.
21 Eccone un po': Vittorio Cian, Luigi Gasparotto, Stefano Gavazzoni, Gioacchino Volpe,
Arrigo Solmi, Alberto Giovannini, Carlo Delcroix, Sam Benelli, Ettore Viola, Giovanni Porzio,
Antonio Salandra, Giovanni Gentile, Pietro Fedele, Vittorio Emanuele Orlando, ecc. (De Nicola, dopo
aver accettato, si ritir; Giolitti si rifiut: tardivo pudore dopo il precedente patronnage verso i
Blocchi nazionali cos palesemente inquinati; oltre tutto aveva presieduto lui la commissione che
aveva partorito la mostruosa legge elettorale).
22 Dizionario di politica del Pnf, Istituto dell'Enciclopedia italiana, IV, Roma 1940 (XVIII
E.F.), p. 415.
23 Si legga, ad esempio, quanto scrive La Civilt Cattolica, il 7 agosto 1924 (vol. III, pp.
297-306), nell'articolo intitolato La parte dei cattolici nelle presenti lotte dei partiti politici in Italia.
24 Il testo della celebre intervista, da ultimo, in G. Bedeschi, La fabbrica delle ideologie. Il
pensiero politico italiano nel Novecento, Laterza, Roma-Bari 2002, p. 209.
25 A. Rosenberg, Storia del bolscevismo (1932), trad. it., Sansoni, Firenze 1933, p. 120. Il
pensiero di Lenin su quella che brutalmente chiamava la stalla del parlamentarismo borghese (Stato e
rivoluzione, cap. 3,  3)  piuttosto chiaro: La via per uscire dal parlamentarismo non  nel distruggere
le istituzioni rappresentative e il principio dell'eleggibilit, ma nel trasformare queste istituzioni
rappresentative da mulini di parole a organismi che lavorino realmente. Tutto il contesto di questo
paragrafo  aspro e incentrato sulla nullit del lavoro parlamentare rispetto alle forze retrosceniche
(cancellerie, stato maggiore, burocrazia, ecc.).
26 Bauer, Tra due guerre mondiali?, cit., p. 184.
27 R. Luxemburg, Gesammelte Werke, IV (August 1914-Januar 1919), Dietz Verlag, Berlin
1974, pp. 353-65.
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12. La guerra civile europea.
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1 Il testo integrale del discorso di Turati  stato ripubblicato dall'Avanti! nell'edizione
domenicale del 21 gennaio 1990.
2 Raccolte in volume col titolo La rivoluzione incompiuta. 1917-1967, trad. it., Longanesi,
Milano 1968; nuova ed., Bur, Milano 1980, con una introduzione di Vittorio Strada.
3 Ivi, p. 143.
4 Brockhaus, Wiesbaden 1946; trad. it. La catastrofe della Germania, La Nuova Italia, Firenze
1948. Qui Meinecke scrive tra l'altro: I predicozzi di Hitler sul bolscevismo non erano che una
maschera per celare la volont di conquista [...] il proposito di fare della Russia una nostra colonia
(pp. 124-25).
5 F. Braudel, Il mondo attuale (1963), trad. it., Einaudi, Torino 1966, p. 453.
6 Le citazioni sono dalla trad. it. Nazionalismo e bolscevismo. La guerra civile europea.
1917-1945, Sansoni, Firenze 1988, pp. 37-54; 56-67, e 53.
7 F. Fischer, Griff nach der Weltmacht, Droste Verlag, Dsseldorf 1961; trad. it. Assalto al
potere mondiale. La Germania nella guerra 1914-1918, Einaudi, Torino 1965.
8 Gli insorti nazionalisti del 6 febbraio '34, bloccati con la forza a place de la Concorde,
prevedevano di portare al potere Ptain e Laval: cfr. W.L. Shirer, La caduta della Francia (1969), trad.
it., Einaudi, Torino 1971, p. 258 (deposizione di Lon Blum dinanzi alla Commissione d'inchiesta
dell'Assemblea nazionale).
9 Un brano che  parso sintomatico anche a Renzo De Felice, Mussolini il Duce. Gli anni del
consenso, Einaudi, Torino 1974, p. 553.
10 Harold Laski, professore alla London School of Economics, intellettuale laburista di origine
ebraica, fu uno dei bersagli di Churchill nella campagna elettorale del 1945, che port al governo i
laburisti. Churchill ebbe anche il cattivo gusto di attaccarlo per ragioni razziali. Il volume
Democracy in crisis fu tradotto in Italia da Laterza (1935) e suscit l'interesse di Croce.
11 Il testo appare in un periodico  Cahiers de la Rvolution  introvabile (e forse
inesistente). Da tali Cahiers lo riprende La Libert (ambiguo quotidiano parigino di destra) il 5
marzo 1933, e nello stesso giorno lo rilanciano i principali giornali fascisti italiani (Popolo d'Italia,
Corriere della Sera, La Stampa, Il Messaggero). Forse si trattava di un pastiche costruito su ci
che davvero P. Cot aveva scritto nella Europische Review del 1932 (Heft 11, pp. 743-49). Nulla di
tutto ci figura nella recente biografia di Cot scritta da Sabine Jansen (Fayard, Paris 2002).
12 E. Bramstedt, Goebbels und die nationalsozialistische Propaganda, 1925-1945, Fischer
Verlag, Frankfurt a.M. 1971 (ma la prima ed. era uscita presso la Michigan Univ. Press nel 1965). Non
deve sorprendere che, nella campagna elettorale giapponese del 1994, l'ufficio elettorale del partito
liberal-democratico si sia attenuto al manuale redatto da un suo dirigente, Yoshio Ogai, intitolato La
strategia elettorale di Hitler.
13 Non  inutile segnalare il richiamo, documentato, di uno studioso cattolico francese dei
sistemi politici, Edmond Villey, ad un fatto indiscutibile e sintomatico: c'era pi Stato sociale in
Prussia che nella Terza Repubblica (Les prils de la dmocratie franaise, Plon, Paris 1910, p. 193).
14 Ecco i risultati, dai quali si vede bene l'incidenza del sistema elettorale: socialisti, 1.955.000
voti e 149 seggi; comunisti, 1.502.000 voti e 72 seggi; radicali, 1.422.000 voti e 109 seggi.
15 Intervento di Togliatti, febbraio 1937, al gruppo speciale di compagni italiani che vivono a
Mosca: cfr. A. Agosti, Togliatti, Utet, Torino 1996, p. 207 (che fornisce con precisione le fonti).
16 W. Brandt, Erinnerungen, Ullstein, Frankfurt 1989, trad. it. Memorie, Garzanti, Milano
1991, p. 125.
17 German Foreign Policy Documents, Series D (1937-1945), vol. III, p. 286. Non dissimile
l'operazione di cui parla Goebbels nel suo diario (22 aprile 1938): il nostro trasmettitore radio
clandestino dalla Prussia orientale alla Russia desta enorme scalpore. Opera in nome di Trockij, e d
del filo da torcere a Stalin (J. Goebbels, Diario 1938, Modadori, Milano 1994, p. 123).
18 H. Thomas, The Spanish Civil War, Eyre Publishers, London 1961; trad. it. Storia della
guerra civile spagnola, Einaudi, Torino 1963, p. 447, nota 1.
19 Cit. in P. Togliatti, Opere, vol. IV.1: 1935-1944, a cura di F. Andreucci e P. Spriano, Ed.
Riuniti, Roma 1979, p. cvii.
20 J. Daz, Tres aos de lucha, Ed. del Partido comunista de Espaa, Barcelona 1939, p. 390.
21 Queste relazioni dalla Spagna sono state pubblicate per la prima volta da F. Andreucci e P.
Spriano, nel volume IV.1 delle Opere di Togliatti, cit., pp. 249-410. La prima di queste due citazioni 
tratta dalla relazione conclusiva (21 maggio 1939), p. 405; la seconda  tratta dalla prima relazione (30
agosto 1937), p. 264.
22 L. Trockij, Guerra e rivoluzione (1970), Mondadori, Milano 1973, p. 57.
23 Trad. it., Mondadori, Milano 1948, I, p. 397. Il quadro diplomatico in cui prese corpo il
patto  ben descritto da Hugh Seton-Watson (Eastern Europe between the Wars, 1918-1941,
Cambridge U.P. 1945, trad. it., Rubbettino, Soveria Mannelli 1992, col titolo Le democrazie
impossibili): L'accordo di Monaco aveva escluso l'Unione Sovietica dall'associazione delle grandi
potenze europee e aveva rimosso le basi strategiche del patto franco-sovietico. I negoziati dell'estate
1939 tra le potenze occidentali e l'Unione Sovietica non furono sinceri da nessuna delle due parti. La
Russia non aveva motivo di mettere in pericolo la propria esistenza per due potenze che avevano
ampiamente dimostrato di odiarla e che non si trovavano in condizioni di fornirle assistenza militare
nell'eventualit di una guerra, di cui avrebbe dovuto sostenere l'urto. Il governo polacco, fiducioso  se
bisogna prestar fede alle dichiarazioni ufficiali e ufficiose  che il proprio esercito avrebbe occupato
rapidamente Berlino, non avrebbe preso in considerazione di permettere all'Armata rossa di venire in
suo aiuto. Illustri giornalisti inglesi dichiararono che un'alleanza con l'Unione Sovietica sarebbe stata
solo un ostacolo per gli alleati. Cos, anche se la conclusione del patto tedesco-sovietico di agosto
sconcert l'opinione pubblica mondiale, in realt non avrebbe dovuto sorprendere nessuno (p. 430).
24 Annuario di politica internazionale (Milano, Ispi) 1938, p. 41.
25 Ivi, pp. 399-402.
26 Trad. cit., pp. 221-22.
27 Si segnala, per l'efficacia e l'onest del racconto, il IV cap. del volume di Aldo Agosti,
Bandiere rosse. Profilo storico dei comunismi europei, Ed. Riuniti, Roma 1999.
28 La fonte  la Rundschau di Basilea del 7 settembre '39. Cfr. Brgel, Stalin und Hitler, cit.,
documento nr. 89.
29 G. Dimitrov, Tagebcher 1933-1943, I, Aufbau Verlag, Berlin 2000, pp. 273-74 (trad. it.
Diario. Gli anni di Mosca (1934-1945), Einaudi, Torino 2002, p. 194).
30 Ivi, p. 275 (trad. it. cit., p. 197).
31  compreso nella raccolta di scritti di Trockij, Guerra e rivoluzione, cit., pp. 149-99.
32 Qui l'analisi di Trockij  identica a quella di Stalin, 7 settembre 1939: La guerra si svolge
tra due gruppi di paesi capitalistici, poveri e ricchi in relazione alle colonie, materie prime ecc., per la
spartizione del mondo (Dimitrov, Diario, trad. it. cit., p. 194).
33 La direttiva di Dimitrov ai pentiti del Komintern  identica: La divisione degli Stati
capitalistici in fascisti e democratici perde ora il significato di prima (Dimitrov, Diario, trad. it. cit., p.
195).
34 Dimitrov, Tagebcher, cit., I, p. 279 (trad. it. cit., p. 201).
35 Cfr. Agosti, Togliatti, cit., p. 251. Entrambi questi testi dell'agosto 1939 mancano nella
raccolta delle Opere di Togliatti curata da Spriano e Andreucci (vol IV. 1-2).
36 Non  inutile rilevare, forse, a proposito di questo periodo storico intricato e oscuro, che
Togliatti stesso, nella sua autobiografia camuffata da conversazione con Marcella e Maurizio Ferrara
(Conversando con Togliatti, Ed. di cultura sociale, Roma 1953, pp. 283-84), omette completamente il
proprio soggiorno moscovita del maggio '39.
37 Agosti, Togliatti, cit., pp. 253-54.
38 A sua volta Rosa Luxemburg aveva diffuso, dal carcere, gli Junius-Briefe.
39 Dimitrov, Tagebcher, cit., I, p. 404 (nota del 19 luglio), trad. it. cit., p. 333.
40 Nina Bocenina, Memorie (La segretaria di Togliatti), Ponte alle Grazie, Firenze 1993, pp.
20-23.
41 Tagebcher, cit., p. 404. L'originale di questa parte dei Diari  in russo, lingua che Dimitrov
non dominava perfettamente. Il traduttore tedesco ha reso cos l'espressione: etwas Eigenartiges. Il
traduttore in lingua inglese (The Diary of Georgi Dimitrov, Yale Univ. Press 2003, p. 182) scrive:
something unlike us.
42 F. Tchouev, Conversations avec Molotov, prf. di H. Carrre d'Encausse, Albin Michel,
Paris 1995, p. 33. Commenta Molotov, nel rievocare quel colloquio con Hitler dell'ottobre 1940:
Aveva una visione banale della politica sovietica e dimostrava di avere un orizzonte piuttosto angusto,
ma voleva trascinarci in un'avventura, e poi, quando ci fossimo impantanati laggi, la sua situazione
sarebbe stata pi facile e noi saremmo dipesi da lui, una volta che l'Inghilterra fosse stata in guerra con
noi. Bisognava essere troppo ingenui per non capirlo.
43 Citato in Tasca, Deux ans d'alliance germano-sovitique, Fayard, Paris 1949, p. 176.
44 G. Orwell, 1984 (1949), trad. it., Mondadori (Oscar), Milano 1973, p. 209.
45 Sin dal primo momento Stalin chiese a Churchill l'apertura di un secondo fronte in Europa
(messaggio del 18 luglio 1941): Corrispondenza tra Stalin, Churchill, Roosevelt, Attlee, Truman
1941-1945, I, Edizioni Progress, Mosca 1985, p. 19. Esso sar aperto solo all'inizio di giugno del 1944
con lo sbarco in Normandia.
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13. Democrazie, democrazie progressive, democrazie popolari.
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1 La politica di unit nazionale dei comunisti: Napoli, 11 aprile 1944; riedito di recente (1999)
dalle Ed. Robin, Roma.
2 Commento sulla Costituzione dell'Urss, in Giustizia e libert (Parigi), luglio 1936.
3 M. Farbman, Le plan russe, Europe, 25, 1931, pp. 526-57. L'autore si spinge ad affermare
che insistere con la Nep avrebbe significato attuare le thermidor du bolchvisme.
4 Seconda lettera ai Tessalonicesi, 3, 10.
5 Se ne pu leggere il testo nel volume curato da Gabriella Valera: Th. Mommsen, I diritti
fondamentali del popolo tedesco, commento alla Costituzione del 1848 (Leipzig 1849), Ist. it. per gli
studi storici, Napoli 1994, p. 124:  25: La propriet  inviolabile.  26: Si pu procedere a
espropriazioni solo per ragioni di pubblica utilit, solo in base ad una legge, e previo equo indennizzo.
Mommsen commenta: Espropriazioni, naturalmente, ce ne saranno sempre, ora per potranno
verificarsi solo dietro totale indennizzo (p. 75).
6 Il testo del progetto Pcf e quello approvato il 19 aprile 1946 possono essere letti in A. Saitta,
La Quarta Repubblica francese e la sua prima Costituente, Sansoni, Firenze 1947, pp. 202-33.
7 Trad. it. a cura di G. Manacorda, Einaudi, Torino 1946, pp. 26-27.
8 Nazionalizzazione delle miniere, della Banca d'Inghilterra, dei trasporti ferroviari e stradali,
del gas, dell'energia elettrica, ecc. Il tutto fu solennemente annunciato al paese da Giorgio VI, nel
discorso della Corona del 15 agosto 1945.
9 A. De Gasperi, La Democrazia cristiana e il momento politico (1944), in Discorsi politici, a
cura di T. Bozza, Cinque Lune, Roma 1956, pp. 15-16.
10 Democrazia cristiana, Segreteria, Guide del propagandista, fascicolo 5, L'economia
orientata, di A. Fanfani, Ed. Spes, Roma 1946, pp. 19 e 21.
11 Piero Calamandrei, Discorso sulla Costituzione, 28 gennaio 1955 (per il decimo anniversario
della Liberazione). Ne esiste anche un'edizione discografica per la Cetra (Collana letteraria, diretta da
Nanni de Stefani).  da ricordare di Calamandrei la promozione di un Commentario sistematico della
Costituzione pubblicato a Firenze nel 1950, discontinuo in ragione della estrema variet dei
collaboratori.
12 L. Basso, Stato e cittadino, conversazione tenuta all'Universit di Milano, 28.2.1975, nel
quadro delle celebrazioni del trentennale della Liberazione, in AA.VV., 1945-1975. Italia: fascismo,
antifascismo, Resistenza, rinnovamento, Feltrinelli, Milano 1975, p. 419.
13 N. Bobbio, L'ideologia del fascismo (Milano, 10 gennaio 1975), in AA.VV., 1945-1975.
Italia, cit., pp. 47-48. In altri scritti successivi, per es. Il futuro della democrazia (Einaudi, Torino 1984,
p. x), Bobbio propende per l'identificazione della democrazia con la regola della maggioranza.
14 Invece, nella stesura bocciata dagli elettori il 5 maggio 1946, il richiamo era, curiosamente,
alle Costituzioni del 1793, del 1795 (Robespierre e Termidoro insieme!) e del 1848. La Terza
Repubblica, con la sua mediocre Costituzione (1875), era del tutto rimossa.
15 P. Togliatti, Discorsi alla Costituente, a cura di G. Pallotta, Roma, Newton Compton, 1976,
pp. 64-65.
16 La Costituzione della Repubblica nei lavori preparatori della Assemblea Costituente, Ed.
Camera dei Deputati - Segretariato generale, Roma 1970, I, p. 575 (seduta pomeridiana del 22.3.1947).
17 P. Togliatti, Discorsi parlamentari, Ed. Camera dei Deputati, Roma 1984, I, p. 75.
18 La Nep (Nuova politica economica) aveva reintrodotto figure capitalistiche nella societ
sovietica, donde la scelta di mettere tali ceti potenzialmente antisocialisti in una posizione di minorit
politica.
19 Gramsci, Quaderni del carcere, cit., p. 1626.
20 Cfr. W. Churchill, La seconda guerra mondiale, cit., p. vi, vol. I, p. 257.
21 F. Fejt, Histoire des dmocraties populaires, Seuil, Paris 19692, I, p. 33.
22 Nel 1918 era crollata ben prima che truppe nemiche toccassero il suolo tedesco.
23 Si veda l'allucinante documentazione pubblicata da Jan Gross (New York University) nel
volume I carnefici della porta accanto (2002). Il libro, edito in Italia da Mondadori, ha costretto ad un
pubblico e solenne, autocritico, intervento il capo della Chiesa cattolica polacca Josef Glemp.
24  interessante, sul piano storiografico, come questo accordo sia rimasto ignorato o quasi,
quantunque non meno degno di nota del patto russo-tedesco, e motivato con ragioni non dissimili: la
volont della Svezia di restare nella sua neutralit, fuori del conflitto.
25 Per giungere all'insurrezione bisognava abituare le grandi masse alla realt prosaica e
paurosa del combattimento armato. Questo era lo scopo del terrorismo antifascista e antihitleriano, e
per questo esso non rimase monopolio dei comunisti, le cui squadre di punta, i famosi Gap, furono le
prime ad essere attrezzate, ha scritto un dirigente del Clnai, quale Leo Valiani (Tutte le strade
conducono a Roma, La Nuova Italia, Firenze 1947, p. 172).
26 Cfr. Corriere della sera (Milano), 17 settembre 1994, p. 29.
27 A. Gambino, Storia del Dopoguerra dalla Liberazione al potere Dc, Laterza, Roma-Bari
1975, p. 479. Le parole dette da Togliatti a Rodano sono per l'esattezza: Erano i risultati migliori che
potevamo ottenere. Va bene cos. Togliatti  l'unico nel suo partito che abbia lucidamente il polso del
condizionamento internazionale.
28 Il testo  riprodotto in Europeo (Roma), nr. 11, 17 marzo 1990, p. 16.
29 Intervista a William Colby, riferita in l'Unit (Roma), 1 maggio 1996, p. 14.
30 La lettera di Togliatti a Stalin, datata 4 gennaio 1951,  nella raccolta curata da Francesca
Gori e Silvio Pons, Dagli archivi di Mosca, Carocci, Roma 1998, pp. 417-20.
31 Lo stenogramma del colloquio tra Secchia e Stalin svoltosi il 14 dicembre 1947  nella stessa
raccolta alle pp. 289-93.
32 Il testo completo dell'intervento  edito in Relazioni internazionali, 1952, nr. 43, 25
ottobre 1952, p. 1128.
33 Citato da Fejt, Histoire des dmocraties populaires, cit., I, p. 215.
34 Si pu vedere, sul processo che port a Praga, nel 1952, alla liquidazione dello stesso
segretario del Pc, Rudolf Slansky, il volume scritto dall'unico studioso che ha potuto lavorare nel
1968-69 sugli atti dell'inchiesta: Karel Kaplan, Relazione sull'assassinio del segretario generale,
Valerio Levi, Roma 1987.
35 In questo senso  interessante il commento ufficiale di Togliatti allo scacco elettorale del
18 aprile (intervista a l'Unit, edizione di Milano, 2 luglio 1948): Quella del 18 aprile non  stata
una libera consultazione [...]. Vi  stato in modo brutale l'intervento straniero per coartare la volont
degli elettori; e precisa subito dopo che il condizionamento ha avuto effetto soprattutto sulla massa
intermedia, oscillante, e politicamente non attiva.
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14. Guerra fredda e arretramento della democrazia.
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1 Nel 1944 un senatore repubblicano e dodici deputati avevano tentato di mettere sotto accusa
l'amministrazione Roosevelt con l'addebito di far parte di un gigantesco complotto volto a vendere la
nostra democrazia ai comunisti.
2 Chaplin ebbe la ventura di essere denunciato come comunista e per giunta ebreo anche
da George Orwell, il quale lo incluse in una delatoria lista di 135 nomi, tra i quali incluse anche Isaac
Deutscher e Edward Hallett Carr.
3 Il testo in Annuario di politica internazionale dell'Ispi, vol. XII (1955), p. 324.
4 Pravda, 10 maggio 1945.
5 A. Fontaine, Storia della guerra fredda, trad. it., Il Saggiatore, Milano 1968, I, p. 265.
6 M. Gilas, Conversazioni con Stalin (1962), trad. it., Feltrinelli, Milano 1978, p. 158.
7 E. Collotti, Storia delle due Germanie, Einaudi, Torino 1968, p. 174.
8 T.H. Tetens, La nuova Germania e i vecchi nazisti, trad. it., Ed. Riuniti, Roma 1963, p. 49.
9 Su questo punto anche la socialdemocrazia sin dal principio, con Kurt Schumacher, si era
schierata contro la frontiera orientale fissata a Potsdam (cfr. E. Collotti, La socialdemocrazia tedesca,
1945-1954, in Occidente, 10, 1954, pp. 465-66). Solo con W. Brandt cancelliere quella posizione
sar abbandonata.
10 Annuario di politica internazionale (Ispi), Milano, vol. X (1953), p. 267. In una situazione
del tutto mutata, come l'attuale, la Ced costituirebbe l'ossatura di quella forza militare europea che
gli Usa oggi sgradiscono e che all'Europa dolorosamente manca.
11 E. Hobsbawm, Interesting Times: A Twentieth-Century Life (2002), trad. it. Rizzoli, Milano
2002, p. 231.
12 Fonte di questa testimonianza  il volume La grangrne, edito dalle Editions de Minuit, e
diffuso in libreria il 18 giugno 1959. Il quotidiano Le Monde ne segnal il contenuto in prima
pagina. La sera stessa (sempre in omaggio agli immortali princpi dell'89) il volume veniva sequestrato
dalla polizia. La reazione venne, contro il provvedimento, da qualche organo di stampa come
L'Aurore ed il cattolico La Croix. Il procuratore della Repubblica diram un comunicato il cui
contenuto era in sostanza che gli autori delle numerose testimonianze raccolte nel volume erano
imputati per ricostituzione di associazione disciolta (cio il Fln algerino). Dal tentativo di coprire le
responsabilit degli organi di polizia, di cui si rese complice in prima persona il ministro Debr, si
dissoci Michelet, ministro della Giustizia, ex deportato ai tempi dell'occupazione tedesca. Peraltro,
per aver pubblicamente protestato contro la gangrne, un centinaio di docenti universitari rischiarono il
loro posto di lavoro. Essi vanno ringraziati per la loro limpidezza. Pierre Vidal-Naquet fu uno di loro
ed ha scritto su quelle vicende pagine che restano durevoli.
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15. Verso il sistema misto.
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1 M. Duverger, La Quinta Repubblica, compimento della Rivoluzione francese (1989), trad. it.,
con una presentazione di Nilde Iotti, Ed. della Camera dei Deputati, Roma 1989.
2 Id., La Repubblica tradita (1958), trad. it., con prefazione di Giuseppe Maranini, Ed. di
Comunit, Milano 1960.
3 Id., I sistemi politici, trad. it., Laterza, Roma-Bari 1978, pp. 281-91.
4 Id., La Quinta Repubblica, cit., p. 88.
5 Pu essere sintomatico il campione, studiato da Jean-Marie Mayeur in un lavoro di tesi di
dottorato (1981) e sintetizzato come comunicazione al Convegno dell'cole franaise de Rome Le
lites in Francia e in Italia negli anni Quaranta, Italia contemporanea, 153 (dic. 1983), pp. 117-25
(specie 125): la composizione sociale della seconda Costituente francese (1946). Se non stupisce che il
30% degli eletti del Pcf sono di origine operaia,  rimarchevole che lo sia ben il 12% del Mrp (il partito
cattolico).
6 Tecnicamente il ritrovato  analogo a quello hitleriano di scatenare il popolo affamato
contro l'ebreo affamatore.
7 L'ultima trincea argomentativa in materia  diventata questa: il sistema proporzionale
incentiva la competizione fra i partiti che fanno parte della stessa coalizione (Angelo Panebianco,
Corriere della Sera, 23 luglio 2003, p. 1). Strana osservazione visto che quasi mai, quando vige il
sistema proporzionale, esistono coalizioni prestabilite: al contrario  in quel caso  ogni forza
politica corre per s e cerca di apparire per quello che . Coalizioni vere e proprie  blindate 
diventano invece obbligatorie quando vigono sistemi maggioritari, ed  in quel caso che si assiste allo
sconcertante spettacolo del conflitto all'interno della coalizione (per l'accaparramento dei collegi sicuri
o per correre al secondo turno, ecc.).
8 Negli Stati Uniti d'America nelle elezioni presidenziali, che sono le pi importanti, si
intrecciano pi meccanismi limitativi-correttivi: il sistema  di elezioni di secondo grado (gli elettori
eleggono i grandi elettori attraverso un criterio di tipo maggioritario; inoltre il certificato elettorale non
raggiunge il cittadino, bens il contrario!).
9 Lettera a Mario Segni del 7 maggio 1987, edita postumamente nel quotidiano la Repubblica
(Roma), il 2 giugno 1987, p. 30.
10 Cos John Major verso la conclusione del suo ultimo governo.
11 Secondo Duverger tale sarebbe stato Karl Popper.
12 Duverger, La Quinta Repubblica, cit., pp. 89-90.
13 R. Dahl, Quanto  democratica la Costituzione americana?, trad. it., Laterza, Roma-Bari
2003, p. 44.
14 E. Noelle-Neumann, La spirale del silenzio, Meltemi, Roma 2002, pp. 263-65.
15 O Estado de So Paulo, 17 luglio 2003.
16 Se poi si considera che, come ha dimostrato lo studio di uno degli elettorati pi stabili e
politicamente informati quale quello tedesco-occidentale, la porzione di elettorato che si sposta
corrisponde mediamente al 4-6%,  agevole comprendere come possano risultare decisivi gli strumenti
che plasmano non gi direttamente le opinioni, ma i valori dell'elettorato. Per un caso limite, cfr. E.
Noelle-Neumann, La spirale del silenzio, cit., pp. 279-83.
17 Dialogo di Tristano e di un amico.
18 AA.VV., 1945-1975. Italia, cit., p. 48.
19 G. Mosca, La sociologia del partito politico nella democrazia moderna (1912), in Partiti e
sindacati nella crisi del regime parlamentare, Laterza, Bari 1949, p. 35.
20 La parola schiavit va sdrammatizzata. Gli schiavisti degli Stati Uniti al tempo della
guerra di secessione dicevano il vero quando definivano di gran lunga peggiore la condizione
dell'operaio manchesteriano rispetto a quella dello schiavo delle piantagioni.  la lotta per la
democrazia che ha migliorato la condizione di fatto schiavile dell'operaio manchesteriano. Oggi
quella condizione  caduta sulla testa di un esercito di riserva semi-visibile o addirittura dislocato in
plaghe remote. La parola schiavit  pertinente perch anche la libert personale e l'habeas corpus di
questi nuovi schiavi  limitata e condizionata. Del resto anche nel mondo classico vi erano diversi modi
e diverse condizioni di schiavit, e la parola era usata senza fremiti di sdegno dai grandi giuristi che
continuamente ne parlano in quel monumento della civilt occidentale che  il diritto romano.
21 H. Carrre d'Encausse, Le pouvoir confisqu: gouvernants et gouverns en Urss,
Flammarion, Paris 1980, pp. 40-41.
22 A. Gerschenkron, Continuity in History and other Essays (1968), trad. it. La continuit
storica: teoria e storia economica, Einaudi, Torino 1976, p. xi.
23 Golpe di Eltsin titolava il Corriere della sera il 22 settembre di quell'anno.
24  Project Syndicate: Corriere del Ticino, 17 luglio 2003.
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16. Fu novella storia?.
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1 L. Trockij, La guerra imperialista e la rivoluzione proletaria mondiale (26 maggio 1940), in
Guerra e rivoluzione, Mondadori, Milano 1973, pp. 160-63 e 175 (attacco a Gandhi che si rifiuta di
creare difficolt alla Gran Bretagna nel corso della grave crisi attuale).
2 Lettera al Congresso, continuazione degli appunti del 24 dicembre 1922: Queste due qualit
dei due capi pi eminenti dell'attuale Comitato Centrale possono eventualmente portare alla scissione,
e se il nostro partito non prende misure per impedirlo, la scissione pu avvenire improvvisamente.
3 Edita poi nel giornale trockista francese La cloche.
4 Trad. it., Mondadori, Milano 1969, pp. 1196-97.
5 M. Essad Bey, Stalin, trad. it., Treves, Milano 1932, pp. 315-17.
6 Citata da G. Luti in prefazione all'ed. Vallecchi di Tecnica del colpo di Stato, Firenze 1994, p.
24: la frase appare quasi identica al principio del cap. I = VIII ed. it.
7 F. Perfetti, Postfazione a C. Malaparte, Tecnica del colpo di Stato, Mondadori, Milano 2002,
p. 206, ritiene che l'assetto dell'ed. francese fosse stato manipolato da Grasset.
8 E.H. Carr, Le origini della pianificazione sovietica (1971), trad. it., Einaudi, Torino 1978, III,
p. 38.
9 Trad. it., Ricciardi, Napoli 1944, p. 362.
10 L. Trockij, La mia vita, trad. it. di Ervino Pocar, Mondadori, Milano 1930, pp. 472-75.
11 Trad. it. cit., pp. 1196-97.
12 Trockij, La mia vita, cit., pp. 282-87.
13 I. Deutscher, Il profeta disarmato. Leone Trotskij 1921-1929 (1959), Longanesi, Milano
1961, pp. 450-75.
14 L. Feuchtwanger, Mosca 1937. Diario di viaggio per i miei amici (1937), trad. it.,
Mondadori, Milano 1946, pp. 97-98.
15 A. De Gasperi, Discorsi politici, Cinque lune, Roma 1956, pp. 15-18.
16 Ha circolato nella Russia post-sovietica un racconto (tratto, pare, dalle memorie inedite del
medico che curava la madre di Stalin poco prima che ella morisse, nel 1937). Alla madre, forse non pi
lucida, che gli chiedeva conto della sua stabile permanenza a Mosca  anzich nella nativa Georgia  e
alla ancor pi diretta interrogazione: Chi sei adesso?, Stalin avrebbe risposto a sua volta con una
domanda: Si ricorda il vecchio zar? (La Stampa, 14 agosto 1992, p. 18).
17 Citato da A. Rosenberg, Storia del bolscevismo (1932), trad. it., Sansoni, Firenze 1933, pp.
258-59.
18 I. Deutscher, Stalin. Una biografia politica (1966), trad. it., Longanesi, Milano 1969, pp.
794-95. Nello stesso contesto, pensando anch'egli evidentemente allo zar Pietro, scrisse di Stalin: ha
cacciato la barbarie dalla Russia con mezzi barbari, ma precis anche: data la natura dei mezzi
impiegati, la barbarie cacciata dalla porta  in parte rientrata dalla finestra.
19 Enciclopedia Italiana, XXXII (1936), p. 460. La voce  scritta prima della guerra di Spagna,
in occasione della quale il fascismo torner a parlare di bolscevismo internazionale pilotato da Mosca.
20 I. Balbo, Da Roma a Odessa sui cieli dell'Egeo e del Mar Nero, Treves, Milano 1929, p.
105.
21 Dimitrov, Diario, cit., p. 203.
22 Gli uomini erano quello che erano, non influenzati dalla ritardata saggezza della posterit, e
cos agirono (G.M. Trevelyan, England under Queen Anne, London 1930-34, vol. I, cap. 3).
...
.
...
Epilogo.
.
1 M. Robespierre, uvres compltes, Puf, Paris 1958, IX, p. 14.
2 Cfr. supra, p. 28 e nota 8, p. 370.
3 A. Rosenberg, Aristoteles ber Diktatur und Demokratie, Rheinisches Museum, N.F., 82,
1933, pp. 339-61 (= Id., Demokratie und Klassenkampf, Ausgewhlte Studien, hrsg. von H.-U. Wehler,
Ullstein, Frankfurt a.M. 1974, pp. 103-25; il pensiero ricordato nel testo  a p. 119).
4 Di fatto ogni partito pu governare, ma in linea di diritto solo il partito democratico (Suppl.
IV, Frankfurt 1848, p. 232, s.v. Parteien).
5 Alcune sue gesta furono ricordate dal notiziario radiofonico italiano l'8 agosto 1999 (Gr 1, ore
8).
6 Su questa pagina va visto il commento di Aldo Corcella, La libert senza l'uguaglianza:
Leopardi, le societ antiche e l'India, in Studi sulla tradizione classica, per Mariella Cagnetta,
Laterza, Roma-Bari 1999, pp. 193-211.
...
.
...
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